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LA FISH E LA CONFERENZA DI FIRENZE: PRIMA DI TUTTO LA CONVENZIONE

Superando.it – Rapido e doveroso riepilogo introduttivo: fu la Legge 162/98 (articolo 1, comma d) a stabilire lo svolgimento, «ogni tre anni», della «Conferenza Nazionale sulle Politiche dell’Handicap». In realtà, le Conferenze da allora sono state quattro, la prima a Roma, nel dicembre del 1999, la seconda a Bari, nel febbraio del 2003, la terza a Torino, nell’ottobre del 2009 e la quarta a Bologna nel luglio del 2013.

Nel 2009, poi, la Legge 18/09, con la quale l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ha previsto, presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la formazione dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, composto da rappresentanti delle Istituzioni nazionali e locali, degli istituti previdenziali, dell’ISTAT, delle confederazioni sindacali, di Confindustria e – non ultime – delle organizzazioni di persone con disabilità. Compito di tale organismo, insediatosi alla fine del 2010, è innanzitutto quello di tutelare, monitorare e promuovere l’attuazione dei princìpi sanciti sia dalla Convenzione ONU che dalla Legge Quadro sulla Disabilità 104/92. Esso, inoltre – come recita sempre la Legge 18/09 – deve «predisporre un Programma di Azione Biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità, in attuazione della legislazione nazionale e internazionale», documento che viene poi sottoposto all’azione del Governo. Quello prodotto nel 2013 e presentato alla Conferenza Nazionale di Bologna, è stato approvato tramite il DPR (Decreto del Presidente del Repubblica) del 4 ottobre 2013.
Arriviamo dunque all’oggi, ovvero a un paio di settimane dalla quinta Conferenza Nazionale, in programma per il 16 e 17 settembre a Firenze, al centro della quale vi sarà la discussione del II Programma di Azione Biennale, predisposto dall’Osservatorio Nazionale.
Ma come si avvicina a tale appuntamento un’organizzazione quale la FISH* (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), cui aderiscono numerose tra le più importanti Associazioni italiane di persone con disabilità e delle loro famiglie, e che vede alcuni dei suoi principali esponenti concretamente impegnati nei lavori dell’Osservatorio Nazionale? La redazione di Superando.it l’ha chiesto al presidente Vincenzo Falabella.
Con quale spirito la FISH attende l’appuntamento di Firenze?
«Molto “laicamente”. Nessuna celebrazione, nessuna critica a priori. La Conferenza è un passaggio, importante, ma non certo unico. Non è né un punto di arrivo né di partenza. Non crediamo che l’impegno nostro e di chi vi partecipa si esaurisca in due giorni. È un’occasione di confronto e come ogni confronto può essere sereno o teso, ma l’efficacia di esso la si valuta dagli esiti successivi.
Il tema centrale indicato dalla Conferenza è la discussione attorno all’ipotesi di Programma di Azione Biennale sulla disabilità che in Governo intende adottare. Il nostro tema centrale rimane invece la reale applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità in Italia. E non è una distinzione fittizia».
Ma se questi appuntamenti si giudicano dagli esiti, quelli della precedente Conferenza di Bologna del 2013 non sono stati certo entusiasmanti. Il Programma di Azione annunciato in quella occasione e poi approvato dal Governo non sembra infatti avere prodotto i risultati sperati…
«Ricordo che quel Programma prevedeva 127 azioni specifiche. Di queste ne sono state condotte in porto un numero irrisorio, come ben documentato qualche tempo fa, nel dettaglio dei fatti, dal Servizio HandyLex.org. Il quadro conclusivo è desolante, ma denota anche una dispersione di responsabilità e volontà istituzionali. Ripetere che “qualcosa non ha funzionato” è un eufemismo. Non è la prima volta che lo affermiamo e lo ripeteremo a Firenze. E tuttavia sarebbe miope limitarsi a indicare la mancata applicazione del Programma…».
Intende dire che c’era da aspettarselo? Che non è poi così grave?
«No, anzi. Intendiamo denunciare che c’è di peggio. Esistesse o meno il Programma, è comunque vigente la Convenzione ONU che esige applicazione articolo per articolo. Bene: a livello di incombenze istituzionali (Governo, Ministeri, Regioni, Enti Locali), la Convenzione è in larga misura lettera morta. Ce ne facciamo ben poco delle adesioni ideali. La Convenzione va concretamente applicata.
E del resto, non siamo solo noi ad affermare questo: i richiami all’Italia da parte delle Nazioni Unite sono cronaca di queste settimane. Il nostro Paese ha dovuto rispondere a stringenti richieste arrivate dall’ONU di chiarimenti sul Rapporto ufficiale del Governo Italiano riguardante appunto l’applicazione della Convenzione e le risposte fornite non sono state certo ritenute soddisfacenti. Al contrario, il Rapporto alternativo (“Rapporto ombra”), prodotto dalle organizzazioni non governative, è stato considerato utile e illuminante dall’ONU. L’Italia è dunque in mora anche di fronte alle massime istituzioni internazionali e quindi, prima ancora del Programma, si latita sulla Convenzione».
A Firenze, quindi, la FISH sarà in opposizione?
«Non siamo “in opposizione”. La FISH agisce comunque e sempre con la forza delle idee, con la sostenibilità delle proposte e su queste si confronta, propone, controdeduce, rigetta o accoglie. Riflette e si confronta al proprio interno e poi all’esterno. Non siamo pregiudiziali nei confronti di nessuno e nemmeno succubi o compiacenti. Con questo spirito saremo presenti a Firenze.
Inoltre, diversamente da altri, non abbiamo – né vogliamo avere – rendite di posizione garantite da norme del secolo scorso che hanno fatto il loro tempo e che sono superate dalla Convenzione ONU».
La FISH ha partecipato attivamente ai lavori dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, attivato presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Fra l’altro lei stesso è stato il coordinatore del gruppo dedicato alla vita indipendente e il vicepresidente della Federazione Roberto Speziale ha coordinato i lavori di un altro importante gruppo di lavoro orientato alla revisione dei criteri di accertamento della disabilità. Un suo bilancio e un giudizio?
«Serpeggia un retropensiero piuttosto distorsivo che considera l’Osservatorio come una sorta di “parlamentino” a cui partecipano soggetti diversi fra loro (istituzionali, associativi e sindacali) e che debba produrre delibere, orientamenti, pseudo-norme da assumere a maggioranza dei presenti. Ancora più paradossalmente c’è chi ritiene che i “pareri” di taluno debbano contare aprioristicamente più dei fatti o delle considerazioni esposte da altri. Noi, al contrario, riteniamo che l’Osservatorio, lungi dall’essere luogo unico di confronto o di proposta, debba essere una sede di confronto ed elaborazione – seria e rigorosa – di analisi e di proposte utili a chi deve assumere decisioni e strategie politiche congruenti con la Convenzione ONU.
Anche in questo caso vale la forza delle idee, la loro credibilità, la loro sostenibilità. Non certo il numero dei Soci di questa o quella sigla, né la popolazione di questa o quella Regione. Un fesseria rimane tale anche se espressa dal Presidente di una Federazione che conta su un indotto di 600.000 Soci, regola, questa, che vale quindi anche per il sottoscritto. Le opinioni non vanno confuse con le proposte, i fatti, le analisi. Gli ipse dixit rimangano fuori della porta!
Per quanto riguarda i lavori dell’Osservatorio, abbiamo rilevato esperienze e confronti molto positivi e produttivi, altri più disorganici e confusi, altri ancora deboli nel metodo e conflittuali. Ciò senza nulla togliere all’impegno di ognuno. Ovviamente ci riferiamo ha chi ha partecipato attivamente ai lavori e non certo a chi – pur nominato – ha presenziato solo sporadicamente agli incontri. Sul futuro Osservatorio, quindi, credo vadano condotte alcune riflessioni, sia sul metodo che sugli obiettivi e le regole».
Proprio in queste ore è giunta una presa di posizione piuttosto dura da parte dell’ANMIC, l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili, che ha attaccato la conduzione dell’Osservatorio in cui sarebbero mancati «l’imparzialità nella gestione dei lavori, la considerazione della rappresentatività delle associazioni dei disabili presenti nell’Osservatorio». Inoltre, sempre secondo l’ANMIC, «l’Osservatorio nazionale non dovrebbe presentare presunte monolitiche posizioni (espresse da gruppi peraltro minoritari), accreditandole come condivise da tutti i disabili, ma nei fatti supportate solo da alcuni»…
«Non ripeto le considerazioni già espresse sopra. Nelle sue dichiarazioni l’ANMIC rigetta l’ipotesi di Programma di Azione con cui il Governo si presenta a Firenze per confrontarsi. In realtà quell’ipotesi è il frutto di proposte plurime su molti aspetti, prodotte da otto diversi Gruppi di Lavoro e poi validate e riviste dal Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio. A molti di quei Gruppi l’ANMIC non risulta aver direttamente partecipato, ad esempio al Gruppo sull’inclusione lavorativa o a quello sulla vita indipendente, nel quale ha presenziato solo a un paio di incontri, come testimoniano gli stessi fogli presenza agli atti del Ministero».
Qual è allora, a suo parere, il problema reale?
«Non nascondiamoci dietro un dito né lasciamoci confondere dal polverone. Un’organizzazione come l’ANMIC non tollera l’ipotesi di revisione delle modalità di riconoscimento della disabilità contenute nel Programma e discusse all’interno dell’Osservatorio. Il Gruppo di Lavoro relativo, ricordo ancora, è stato condotto da Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) e vicepresidente della nostra Federazione, che ha gestito i lavori spogliandosi delle sue cariche in modo ineccepibile a detta di tutti i partecipanti (l’ANMIC, guarda caso, esclusa). Tant’è che l’ipotesi finale non è quella che la FISH avrebbe voluto. È “annacquata” rispetto all’ancor maggiore rigore che la nostra Federazione vorrebbe.
Per usare parole più chiare, l’attuale sistema di accertamento delle minorazioni civili, oltre ad essere sideralmente lontano dai principi della Convenzione ONU e dai requisiti fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Classificazione ICF), è farraginoso, sviluppa costi e contenziosi enormi, genera disagi nelle persone, diluisce le responsabilità di chi è deputato alle valutazioni. Insomma, è insostenibile da tutti i punti di vista.
La proposta discussa all’interno dell’Osservatorio mira a superare tutto questo e una riforma radicale infastidisce chi su questi procedimenti fonda gran parte della propria presenza, grazie a rendite di posizione. Ovvio, quindi, che l’ANMIC ne sia, a dir poco, infastidita. Oggi, infatti, la normativa degli Anni Settanta consente ancora a tale organizzazione di considerare le persone una “categoria”, di avere propri medici nelle commissioni di accertamento, di ottenere, in forza di legge, i nominativi di tutte le persone che sono state accertate invalide civile. E ciò in modo coattivo, senza cioè che quelle persone ne siano state espressamente informate, abbiano espresso consenso, abbiano autorizzato la comunicazione, in barba alla Convenzione ONU e al principio di autodeterminazione delle persone. Il mondo nel frattempo è cambiato. E vorremmo cambiasse ancora di più e meglio, ma come in ogni cambiamento, le resistenze di chi non ne ha interesse sono prevedibili. Ci auguriamo pertanto che a Firenze si parli di questioni più serie che riguardano direttamente le persone e non gli interessi di pochi».
* cui Anffas Onlus aderisce.
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PLENA INCLUSION MUSIC, UN PROGETTO PER L’INCLUSIONE SOCIALE

E-include.eu – Inclusion Europe membro di Plena Inclusion, l’Associazione spagnola delle orchestre sinfoniche (AEOS) e la Fondazione BBVA (Banco de Bilbao Vizcaya Argentaria) si sono ritrovate insieme per il progetto Mosaic Sounds con la convinzione comune che la musica sia uno strumento per lo sviluppo personale e l’integrazione sociale.

Il progetto si propone di aiutare le persone con disabilità intellettiva a scoprire il loro potenziale creativo, aiutandoli a diventare compositori e interpreti in un’orchestra sinfonica.

Il programma svilupperà quattordici sinfonie attraverso numerosi workshop. In totale il progetto prevede oltre duecento musicisti che lavorano a stretto contatto con circa 300 persone con disabilità per mettere in scena un concerto conclusivo destinato a un pubblico di più di 1.000 persone.

La formazione musicale è stato messa a punto con l’aiuto di terapisti della musica, musicisti, attori e musicisti con esperienze di disabilità, le associazioni delle persone con disabilità e gli esperti in mediazione culturale.

Il progetto prevede anche la registrazione di un documentario diretto dal regista Angeles Muñiz. Questo lavoro si propone di ritrarre con precisione il processo di creazione in tutte le sue fasi: le sessioni di lavoro, i laboratori, le prove e, naturalmente, i concerti.

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70 MILIONI PER I SERVIZI DELLE EX PROVINCE, FINALMENTE LO SBLOCCO

Vita.it – Il 30 agosto scorso il Consiglio dei Ministri ha finalmente sbloccato il riparto dei contributi alle Regioni in materia di assistenza ad alunni con disabilità o in svantaggio. I 70 milioni servono per dare un contrbuto per l’anno 2016 ai servizi relativi all’assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con disabilità fisiche o sensoriali e ai servizi di supporto organizzativo all’istruzione per gli alunni con disabilità o in situazione di svantaggio.

Il contributo da 70 milioni era stato previsto dalla Legge di Stabilità, grazie a un subemendamento a firma dell’onorevole Elena Carnevali. Il 21 luglio, In sede di Conferenza Unificata, si erano discussi i nuovi criteri per il riparto, con una spaccatura fra gli attori. La Campania in particolare aveva avuto una posizione fermamente contraria rispetto all’accordo che voleva ripartire il 40% delle risorse in base alla spesa media già sostenuta dalle Province e il 60% sulla base del numero degli alunni disabili nelle scuole superiori: proposta su cui alla fine Regioni, Anci e Upi avevano trovato una convergenza e che avevano presentato al Governo (qui lo schema di riparto che allora VITA era stata in grado di anticipare). La novità consiste nell’introduzione del criterio legato al numero di alunni con disabilità: l’anno scorso le risorse (15 milioni) erano state ripartite in base alla sola spesa storica.
È proprio questa la linea su cui il Governo è andato avanti, nonostante le critiche – fra gli altri – della Fish, che aveva parlato di una scelta che genera «figli e figliastri», sia perché «fissare il riparto sulla base della spesa storica è un atto miope, non equo e discriminatorio», sia perché si estromettevano le regioni a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia) in modo «del tutto immotivato»: il 60% sulla base del numero degli alunni disabili nelle scuole superiori di ciascuna Provincia; il restante 40% tenendo conto della spesa media già sostenuta dalle Province per svolgere le medesime funzioni nel triennio 2012-2014.
«È un provvedimento importante, significativo e atteso», ha detto il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Enrico Costa. «Vi era un’oggettiva urgenza di sbloccare subito le risorse, tenendo conto delle osservazioni formulate in sede di Conferenza unificata dall’ANCI e dall’UPI. È infatti essenziale l’esigenza di assicurare continuità nell’assistenza e dare certezze e serenità alle famiglie, in vista dell’imminente inizio dell’anno scolastico».
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ECCO IL NUOVO PROGRAMMA D’AZIONE SULLA DISABILITÀ

Vita.it – È online sul sito dell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità la proposta del Secondo Programma di Azione Biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità, così come predisposto dall’Osservatorio stesso con un lavoro lungo e estremamente partecipativo. La bozza (in allegato) del Programma, condivisa e approvata dall’Osservatorio il 13 luglio scorso, sarà discussa durante la prossima Conferenza Nazionale sulle politiche per la disabilità, che si terrà a Firenze il 16 e 17 settembre 2016.

Il “Programma d’Azione Biennale” è figlio dalla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione ONU sui diritti delle Persone con Disabilità, di cui quest’anno ricorre il decennale (dicembre 2016). La Convenzione ha segnato il definitivo passaggio da una visione delle persone con disabilità come “malate e minorate” ad una visione della condizione di disabilità non come derivante da qualità soggettive delle persone, bensì dalla relazione tra le caratteristiche delle persone e le modalità attraverso le quali la società organizza l’accesso ed il godimento di diritti, beni e servizi.
Sono otto le linee di azione individuate nel Programma, le sette già individuate nel primo Programma (2013-2015), che ovviamente il nuovo Piano d’azione vuole proseguire, più una sullo sviluppo del sistema statistico e di reporting sull’attuazione delle politiche a sostegno delle persone con disabilità. Nelle prime pagine (8-10) delle 81 del Programma si trova già una esplicitazione degli interventi prioritari e riconosciuti come tali da tutti quanti sono rappresentati nell’Osservatorio – persone con disabilità e loro organizzazioni, tecnici ed esperti di settore, funzionari pubblici ed esponenti del mondo del lavoro e dell’impresa. Come dire, sappiamo tutti quel che va fatto e siamo tutti d’accordo, serve ora una precisa volontà politica per attuare un Programma che, come accade anche ad esempio al Piano Infanzia, non gode di finanziamenti propri.
La novità più grossa contenuta nel Programma è la revisione strutturale dell’attuale sistema di certificazione della condizione di disabilità, descritto come «obsoleto, complesso, generatore di possibili diseguaglianze, in ogni caso lontano dallo spirito e dalla lettera della Convenzione ONU». Il Programma d’Azione (linea d’azione 1) chiede una legge delega che affronti la tematica in modo globale, superi le norme sull’invalidità civile e la condizione di handicap e ponga le basi per una sinergia tra le responsabilità di riconoscimento della disabilità (che resterebbero a livello nazionale) e l’azione valutativa specifica delle Regioni. A queste ultime e alle loro articolazioni operative sarebbe con maggior chiarezza affidato il ruolo di accompagnare le Persone con Disabilità nello sviluppo e articolazione di un “progetto personalizzato” di intervento, con la ricomposizione di tutti i sostegni necessari all’inclusione sociale e all’esercizio dei diritti.
La linea 2, sulla vita indipendente e l’inclusione nella società, si esplicita l’obiettivo di «accelerare processi di deistituzionalizzazione e di contrasto alla segregazione e all’isolamento delle persone con disabilità», con la propsta di «assumere a riferimento per le future convenzioni o accreditamenti istituzionali di strutture la Norma UNI 11010/2016 “Servizi socio sanitari e sociali – Servizi per l’abitare e servizi per l’inclusione sociale delle persone con disabilità (PcD) – Requisiti del servizio”, vietando l’accreditamento istituzionale e, conseguentemente, qualsivoglia finanziamento diretto o indiretto a strutture potenzialmente segreganti e, sulla base di indicatori da individuare, procedere a una rilevazione sistematica e completa delle strutture segreganti, fissando un termine ultimo per congrue e adeguate dimissioni degli ospiti.
La linea di intervento 4 è dedicata all’inclusione scolastica e processi formativi. La scuola insieme a salute e lavoro è uno dei tre cardini dell’inclusione, ma sulla scuola – afferma il Programma – «molte azioni del Programma licenziato nel 2013 non risultano attuate, benché la Legge n. 107 del 13 luglio 2015 offra opportunità importanti di miglioramento dell’inclusione degli alunni con disabilità». In particolare restano «invariati» i problemi di qualità dell’istruzione, di discontinuità didattica (il 41,9% di alunni della scuola primaria e il 36,4% della secondaria di I grado hanno cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente; il 14,7% di alunni della primaria e il 16,5% della secondaria di I grado hanno cambiato insegnante di sostegno nel corso dell’anno) non è stata ancora prevista l’attuazione e la regolamentazione dei corsi di formazione per gli assistenti per l’autonomia, gli assistenti per la cura e l’igiene personale, e gli assistenti alla comunicazione, a cura degli Enti competenti, è ancora da realizzare un piano di adeguamento di tutti gli edifici scolastici alla normativa relativa all’abbattimento delle barriere architettoniche. A questo si aggiungono nuove criticità, non messe in evidenza dal Piano precedente: non esiste una progettazione specifica per gli alunni con disabilità figli di migranti, non ci sono dati attendibili relativi all’accesso dei bambini e delle bambine con disabilità agli asili-nido e ai servizi integrativi per la prima infanzia e in vista della definizione di una formazione iniziale obbligatoria e in servizio per tutto il personale scolastico e dell’istituzione di ruoli specifici per i docenti di sostegno, previsti dalla legge 107, non è stato mai attivato un meccanismo di partecipazione strutturata, efficace, influente e prioritaria delle Organizzazioni delle Persone con Disabilità rappresentative.
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DISABILITÀ FEMMINILE E DISCRIMINAZIONI DI GENERE

West-info.eu – Gli Stati troppo spesso non riescono a rispettare i loro obblighi nei confronti delle donne e delle ragazze con disabilità. È il parere senza appello del Comitato sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite (CRPD). “Le politiche adottate nell’ambito della disabilità sono miopi nei confronti delle donne e trascurano la differenza di genere. Al contrario, le discriminazioni ci vedono bene, e colpiscono giovani e meno giovani proprio per via del loro sesso”.

Ha detto Theresia Degener, un membro del Comitato. Per contribuire a risolvere questo problema, l’ONU ha fornito indicazioni per i 166 Paesi che hanno ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Dando consigli su come possono promuovere l’empowerment delle donne con disabilità per consentire loro di partecipare a tutte le sfere della vita su base egalitaria. Le linee guida ruotano attorno a tre aree principali:
1) la violenza fisica, sessuale, o psicologica, che può essere istituzionale o interpersonale;
2) la restrizione dei diritti sessuali e riproduttivi, compreso il diritto di informazioni accessibili e comunicazione, il diritto alla maternità e alla genitorialità;
3) la discriminazione multipla.
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DISABILITÀ: POCA SOSTANZA DALLA CARTA SIA

Superando.it – Come si legge in un ampio approfondimento elaborato dal Servizio HandyLex.org «dal 2 settembre i nuclei familiari in condizioni di particolare povertà possono presentare domanda di concessione della Carta di pagamento elettronica o Carta SIA, acronimo che sta per Sostegno per l’Inclusione Attiva e che costituisce una delle misure per il contrasto alla povertà previste dalla Legge di Stabilità per il 2016 [Legge 208/15, articolo 1, commi 386 e seguenti, N.d.R.]».

Quest’ultima, si ricorda sempre in HandyLex.org, «prevede anche altri interventi di contrasto alla povertà, che però sono ancora in via definizione e di discussione al Parlamento», cosicché al momento l’unico intervento in via di attuazione è appunto quello legato alla Carta SIA, che tuttavia, secondo il portale dedicato ai diritti delle persone con disabilità, «già anticipa, per alcuni versi in modo tutt’altro che soddisfacente, alcune linee di tendenza».
In sintesi estrema, dunque, il Sostegno per l’Inclusione Attiva prevede l’erogazione di un beneficio economico alle famiglie in condizioni economiche disagiate nelle quali almeno un componente sia minorenne oppure sia presente un figlio con disabilità. In àmbito proprio di disabilità, però, fa riflettere quanto sottolineato da HandyLex.org: «Dal combinato disposto delle due tipologie di condizioni (reddituale e familiare) e dalle scale di valutazione del bisogno traspare con sufficiente evidenza come alla disabilità sia stata riservata un’attenzione solo apparente e assai poco sostanziale. Non solo: si sono considerate di fatto le provvidenze assistenziali, quali l’indennità di accompagnamento, come una misura di compensazione del reddito e non già come forma appunto indennitaria per servizi non resi. Si è pertanto molto lontani dal considerare la disabilità come uno dei primi determinanti dell’impoverimento e della povertà. E quindi dell’esclusione sociale».
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GINEVRA. DIALOGO MANCATO SULLA CONVENZIONE ONU

Superando.it – L’Italia sotto la lente dell’ONU, aveva titolato un articolo Superando.it la scorsa settimana, presentando il cosiddetto “Dialogo Costruttivo” di Ginevra, durante il quale il Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità – organismo che verifica lo stato di applicazione della Convenzione nei vari Paesi che l’hanno ratificata – avrebbe dovuto ascoltare le risposte italiane ai numerosi quesiti posti dal Comitato stesso.

Ebbene, a giudicare da quanto racconta Giampiero Griffo, uno dei rappresentanti del FID (Forum Italiano sulla Disabilità) giunti in Svizzera per l’occasione, che parla apertamente di «brutta figura», la “performance” offerta dalla delegazione ufficiale del nostro Paese non è stata certo tra le migliori.
Ma andiamo per ordine e vediamo innanzitutto come si è mosso a Ginevra il citato FID (Forum Italiano sulla Disabilità), organismo membro dell’EDF (European Disability Forum) e che, lo ricordiamo, rappresenta a livello europeo le istanze delle persone con disabilità in Italia, dopo l’unificazione del CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità) e del CID.UE (Consiglio Italiano dei Disabili per i rapporti con l’Unione Europea), a nome delle decine di organizzazioni aderenti alla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità).
Nei mesi scorsi era stato lo stesso FID a illustrare al Comitato dell’ONU il proprio “rapporto ombra” (Shadow Report) sull’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, elaborato dalla società civile e alternativo a quello ufficiale del Governo Italiano.
«Oltre che da chi scrive – spiega Griffo, rappresentante del FID presso l’EDF – la nostra delegazione a Ginevra era composta dal presidente del Forum Rodolfo Cattani, dalla vicepresidente Donata Pagetti Vivanti (Giunta Nazionale FISH), da Nazaro Pagano, presidente dell’ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili) e da Giuseppe Petrucci, presidente dell’ENS (Ente Nazionale Sordi), con i rispettivi collaboratori Carlo Calvani e Humberto Insolera, da Luisella Bosisio Fazzi, presidente di FONOS (Fondazione Orizzonte Sereni) e coordinatrice del Comitato di Redazione del rapporto alternativo del FID e da Vincenzo Zoccano, componente della Direzione Nazionale dell UICI e presidente della Consulta Regionale delle Associazioni di Persone Disabili e delle Loro Famiglie del Friuli Venezia Giulia. Al nostro fianco gli esperti dell’European Disability Forum e dell’International Disability Alliance, che supportano la partecipazione della società civile, e in particolare delle organizzazioni delle persone con disabilità, nel processo di dialogo costruttivo. Prima della sessione ufficiale dedicata all’Italia, abbiamo organizzato un evento collaterale, sollevando i principali temi che la società civile del nostro Paese aveva chiesto di analizzare come priorità: dalla definizione di disabilità all’“accomodamento ragionevole”, dall’accessibilità all’educazione inclusiva, dalla vita indipendente alla capacità legale, fino ai fondi destinati alla disabilità».
Le note dolenti, però, sono arrivate, secondo Griffo, dalla delegazione ufficiale italiana. «È proprio così. Non mi sembra infatti che per l’occasione l’Italia abbia fatto una bella figura. Credo anzi che sarebbe più appropriato parlare di “confronto distruttivo” anziché di “dialogo costruttivo”… La delegazione era guidata da Gianludovico de Martino, presidente del CIDU (Comitato Interministeriale per i Diritti Umani), con l’ambasciatore Maurizio Enrico Serra, rappresentante permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, intervenuto solo inizialmente, Isabella Menichini del Comune di Milano, Alessandro Solipaca dell’ISTAT, Alfredo Ferrante Focal Point della Convenzione ONU presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il consigliere Simone De Santi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e Valerio Serafini dell’UNAR (Ufficio Nazionali Antidiscriminazioni). Ebbene, le competenze tecniche sulla materia non sempre si sono rivelate all’altezza del confronto e ritengo che nemmeno l’approccio sia stato corretto: l’adesione a una Convenzione dell’ONU sui Diritti Umani, infatti, è un atto volontario degli Stati, che presuppone una collaborazione fattiva per affrontarne le sfide dell’applicazione, e non un esame sulla bontà dell’azione degli Stati stessi. I nostri rappresentanti, dunque, avrebbero dovuto rispondere con pacatezza e sincerità alle domande del Comitato, e non adottando un costante atteggiamento difensivo. Discutibili, infine, anche i comportamenti durante le due giornate di analisi, con ritardo nell’interlocuzione e mancato rispetto dei tempi definiti dal Comitato ONU, oltre a un certo pressappochismo in una serie di risposte».
«E più strettamente sul piano dei contenuti?», chiediamo a Griffo. «L’andamento della sessione ufficiale – ci spiega -, cui la nostra delegazione, va ricordato, non aveva diritto di parola, prevedeva un’introduzione curata da Gianludovico de Martino e distribuita al Comitato. A leggere tale documento sembra proprio che l’Italia spenda tanto per la disabilità e che complessivamente tutto vada bene!… Dopo questo passaggio, i componenti del Comitato potevano porre una serie di domande legate a un gruppo di articoli cui, dopo una pausa di venti minuti per ogni gruppo di quesiti, la delegazione italiana doveva rispondere. Purtroppo le domande sono state spesso eluse o le risposte inadeguate, anche “sforando” sui tempi definiti dalla coordinatrice della sessione, la cilena Maria Soledad Cisterna Reyes, presidente del Comitato ONU. Altre volte ancora si è risposto in modo discutibile alle richieste di chiarimento, dichiarando ad esempio che “le Regioni italiane offrono servizi omogenei su tutto il territorio” o che “le azioni per l’accessibilità sono generalmente efficaci”!…».
Un quadro, dunque, che quasi segnatamente ha portato a conclusioni pesanti da parte del Comitato ONU, espresse per tramite dell’inglese Diane Kingston, rapporteur per l’Italia. «Non c’è stato un dialogo costruttivo – ha sottolineato infatti – e le risposte della delegazione italiana non sono state soddisfacenti sul sistema di sostegno ai diritti; sull’accomodamento ragionevole non ancora definito; sull’assenza di una Commissione Nazionale Indipendente sui Diritti Umani; sulla mancata approvazione della legge per la LIS [Lingua Italiana dei Segni, N.d.R.]; sulla qualità degli insegnanti e dei servizi per l’inclusione scolastica; sull’articolo 12 della Convenzione e sulla capacità legale delle persone con disabilità intellettiva e psicosociale; sulla carenza di servizi per la vita indipendente; sull’accessibilità e sulla mancanza di dati riguardanti le azioni che la promuovono, oltreché sulle sanzioni comminate agli inadempienti; sul sostegno alla partecipazione delle organizzazioni di persone con disabilità nella definizione e nel monitoraggio delle legislazioni e delle politiche necessarie ad attuare la Convenzione; sulla mancanza, infine, del meccanismo di monitoraggio alla Convenzione stessa, previsto dall’articolo 33, comma 2 di essa». In pratica, risposte insoddisfacenti su numerosi e sostanziali articoli della Convenzione!
A questo punto, alla luce di quanto detto, non è difficile prevedere una certa severità nelle Osservazioni Conclusive del Comitato ONU, che saranno disponibili all’inizio della prossima settimana. A tradurle in italiano sarà sempre il FID, che le diffonderà tra i propri Soci. «Sarà tuttavia particolarmente importante – conclude Griffo – che esse possano essere incluse all’interno del dibattito della quinta Conferenza Nazionale sulla Disabilità, in programma a Firenze, com’è noto, il 16 e 17 settembre prossimi».