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DOPO DI NOI: LA LEGGE DI STABILITÀ “SNATURA” IL VERO OBIETTIVO

Fonte www.vita.it “Ci tengo molto, quella del dopo di noi è una legge che nel 2016 andrà approvata”: ha detto Matteo Renzi presentando la Legge di Stabilità. In essa ci sarebbero 100 – o più probabilmente 90 – milioni di euro per finanziare la legge sul Dopo di Noi (nel corso della conferenza stampa Renzi ha parlato di uno stanziamento di 100 milioni, il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi porta scritto invece 90 milioni).

Avere un impegno così forte sulla volontà del Governo di portare a termine l’iter della legge è importante, ma passando ai contenuti, che analisi possiamo fare della proposta di legge che sta per arrivare alla Camera? Quali punti di forza e quali criticità presenta il testo attuale? Quali miglioramenti potrebbero essere apportati durante la discussione parlamentare? Ne parliamo con chi si occupa ogni giorno di disabilità grave. Cominciando con Roberto Speziale, presidente di Anffas.

Come ha accolto l’impegno del premier?

Che sia stato il Premier Renzi, nel presentare la Legge di Stabilità, ad indicare tra le misure maggiormente qualificanti la manovra stessa, l’istituzione di un Fondo per finanziare la legge sul “dopo di noi” rappresenta per noi certamente una notizia molto positiva. Questo significa che finalmente si dà attenzione e priorità alla domanda che molti genitori si pongono rispetto ai loro figli con disabilità: «chi si occuperà di loro quando noi non saremo più in grado di farlo o non ci saremo più?». Pertanto crediamo che, alla luce di tale dichiarazione, la legge sul “dopo di noi” – che noi vorremmo anche del “durante noi” – possa essere approvata ed emanata nel più breve tempo possibile, disponendo di una prima dotazione di risorse, che non sono certo sufficienti, per la costituzione del previsto Fondo. Questo è ribadito, nell’art. 25 del progetto di legge 2111 annunciato in Senato il 25 ottobre (Legge di stabilità 2016) laddove si legge: “Si istituisce, presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, un Fondo destinato al finanziamento di misure per il sostegno delle persone con disabilità grave, in particolare stato di indigenza e prive di legami familiari di primo grado. Inoltre, le modalità di utilizzo del Fondo vengono definite con decreto di natura regolamentare sul quale va acquisita l’intesa della Conferenza Stato Regioni.”

Nelle note che motivano gli importi speciali di cui alle Tabelle A e B, si legge in riferimento a tala comma 1 dell’articolo 25: “La disposizione istituisce nello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze un Fondo destinato al finanziamento di misure per il sostegno di persone con disabilità grave, in particolare stato di indigenza e prive di legami familiari di primo grado, con una dotazione di 90 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2016”.

Passando ai contenuti, che analisi possiamo fare della proposta di legge che sta per arrivare alla Camera? Quali punti di forza e quali criticità presenta il testo così come oggi è?

Consideriamo molto positivamente il fatto che il testo unificato (rispetto alle sei precedenti proposte di legge presentate alla Camera) prevede l’Istituzione di un Fondo che serva a finanziare interventi volti a creare percorsi di acquisizione di autonomie per una vita indipendente, anche, ma non solo, in previsione del venir meno del supporto familiare (il cosiddetto “durante noi”).

Un altro punto di forza del testo unificato è il ritenere che gli interventi finanziati dal detto Fondo possano essere fruiti dalle persone con disabilità solo in base a quanto stabilito nel proprio progetto individuale ex art. 14 Legge n. 328/00, affinché gli interventi non siano di carattere estemporaneo e semmai non confluenti nel percorso di vita che quella persona sta facendo. Come Anffas ci siamo battuti affinché potessero essere finanziati non solo interventi per strutture residenziali per il “dopo di noi”, ma soprattutto per attivare percorsi di de-istituzionalizzazione e per assicurare la permanenza delle persone con disabilità grave nel contesto ambientale vissuto, con l’intervento di adeguati supporti e sostegni, specie quando venisse meno un sostegno informale fondamentale quale è oggi quello della famiglia. Purtroppo, nel testo unificato questo è possibile solo se alcune famiglie si riuniscono per richiedere un finanziamento (per esempio, una famiglia mette a disposizione un villino di sua proprietà, dove, oltre a vivere il proprio figlio con disabilità, possa essere ospitata anche un’altra persona con disabilità che compartecipa alla gestione del villino e dei supporti) e non anche alle singole famiglie.

Tale soluzione doveva essere maggiormente valorizzata, prevedendo magari deroghe a requisiti standard che alcune regioni potrebbero richiedere anche per finanziare interventi su soluzioni, che, invece, devono riprodurre il più possibile l’ambiente domestico familiare.

Un altro punto di criticità è quello di un’occasione colta a metà: la previsione di agevolazioni fiscali per polizze assicurative che siano esclusivamente finalizzate a sostenere progetti del “durante, dopo di noi” e non già ad accumulare risorse, che, poi, magari vadano a beneficio di tutt’altri destinatari o finalità.

Quali richieste di miglioramenti potrebbero essere avanzate durante la discussione parlamentare?

Anffas vorrebbe che la legge fosse pienamente coerente con quanto previsto dall’art. 19 della Convenzione Onu, che prescrive che occorre garantire a tutte le persone con disabilità il diritto di “scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere”. A tal fine Anffas vorrebbe che si stabilisse già nella legge un sistema premiale (quindi maggiori risorse) per gli interventi di de-istituzionalizzazione, con programmi volti a portare fuori dagli “istituti” sempre più persone con disabilità.

Un problema preliminare, legato all’istituzione del Fondo, è capire come definire la platea dei beneficiari. Per il momento la legge si limita a parlare di “disabilità grave non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare in quanto mancanti di entrambi i genitori” e demanda per ulteriori dettagli a un successivo decreto: secondo voi come andrebbe definita questa platea? Chi dovrebbe potervi accedere?

Anffas è favorevole alla definizione della platea dei destinatari così come prevista dal testo licenziato dalla Commissione Affari Sociali della Camera. Il rischio era che accedessero a un Fondo che ha per fine l’attivazione di percorsi di acquisizione di autonomie, persone ormai anziane che invece vedono il progressivo decadimento delle proprie facoltà, in maniera non connessa ad una congenita disabilità. Gli anziani non autosufficienti, comunque, accedono ai fondi per la non autosufficienza. Il problema vero è che il Fondo Ministeriale previsto dalla proposta di Legge di Stabilità del Governo, diversamente da quanto prevede il testo unificato sul “Dopo di Noi” vede come destinatarie persone con disabilità grave privi di legami familiari di primo grado quindi, per ipotesi, ci potrebbero rientrare anche gli anziani non autosufficienti. Inoltre, il prevedere che gli interventi per il dopo di noi vadano a persone con disabilità che debbano essere anche indigenti snatura il fine della legge, che voleva promuovere anche quelle soluzioni familiari sopra descritte.

Di dopo di noi si parla da tempo, nel 2000 la Turco stanziò dei fondi per strutture dedicate – alcune strutture le stanno inaugurando anche in questi giorni, dopo 15 anni – ma nel frattempo la cultura è molto cambiata, c’è la Convenzione Onu, c’è il riconoscimento che le persone con disabilità hanno il diritto di decidere dove vogliono vivere e con chi vogliono vivere. Il dopo di noi quindi non è un problema di strutture ma di progetti che partano già “durante noi”. Molte associazioni contestano di questa legge l’eccessivo e anacronistico puntare sulle strutture. In effetti si parla di residenze, gruppi appartamento, strutture alloggiative di tipo familiare ma mai del diritto di rimanere a casa propria. Che ne pensa? È un problema?

È quanto ho detto prima. Occorre privilegiare il più possibile l’utilizzo di soluzioni in edifici e case di civile abitazione, specie quelle in cui la persona già viveva, magari ospitando altri amici, in numero limitatissimo, proponendo, al massimo livello possibile, il principio della vita autonoma ed indipendente a partire dal “durante noi”. Allo stesso tempo occorre porre la massima attenzione a tutte quelle persone con disabilità con elevata necessità e intensità di sostegni, ai quali va garantita sempre e comunque la maggiore qualità di vita possibile, anche laddove necessitate a vivere fuori dal proprio contesto familiare e/o abitativo. Non tutti infatti hanno qualità di vita per il solo fatto di vivere al proprio domicilio, perché purtroppo a volte non vi sono i presupposti oggettivi. È il progetto di vita, quindi, che deve valutare per ciascuna persona quale sia la soluzione abitativa più idonea, non pensando che finanziare un assistente domiciliare possa rappresentare sempre e comunque la soluzione ideale.

Spesso, paradossalmente, ciò finisce proprio con il determinare la mancanza di opportunità di partecipazione ed inclusione sociale di tante persone, semplicemente “recluse” in casa. È una questione troppo seria per banalizzarla con slogan del tipo “tutti devono vivere a casa propria”: è del tutto evidente che vi sono persone con disabilità non sono in grado di seguire un percorso di acquisizione delle sufficienti autonomie tali da garantire una vita totalmente indipendente e famiglie in grado di supportare adeguatamente tali percorsi. Per noi occorre parlare sempre più di “vita interdipendente”.

Un’altra preoccupazione riguarda il trust, che inizialmente sembrava essere introdotto in maniera “vaga”, mentre ora le risorse dovranno essere vincolate a interventi e finalità proprie del dopo di noi. È sufficiente? Non è strano che in una legge che parla di dopo di noi l’articolo più lungo, dettagliato e immagino studiato sia proprio quello che introduce i trust?

Le nostre perplessità permangono tutte, anche perché il trust non trova una compiuta disciplina civilistica nel nostro ordinamento. Pertanto, lo stesso andrebbe considerato come una delle possibili forme di destinazione e protezione del patrimonio, ma sicuramente, allo stato, non la principale o esclusiva. A tal fine, come Anffas abbiamo richiesto che perlomeno laddove si volesse inserirlo nella legge sul “dopo di noi”, le relative agevolazioni fiscali ci fossero solo per un trust “finalizzato” ad un percorso concreto del “dopo di noi”.

Alcuni soggetti reputano che più semplicemente la legge sul Dopo di Noi dovrebbe dare risorse alle famiglie, che potrebbero organizzare la vita a casa del figlio con disabilità in continuità con la sua vita di sempre. Costerebbe lo stesso, se non meno. Non è una buona proposta?

Lo dicevo sopra: Anffas ha proposto, ed in parte ottenuto, che gli interventi finanziabili siano anche volti a supportare le famiglie che, semmai, avendo una casa di abitazione (in cui il figlio vive da sempre) possano far strutturare il contesto di vita proprio lì, ma con i giusti sostegni e sempre nell’ottica del perseguimento di un progetto di vita. Dobbiamo evitare assolutamente che la persona con disabilità rimanga segregata in casa con una badante, con il paradossale rischio di ritrovarci in una situazione peggiore.

La legge oggi prevede l’istituzione di un Fondo da 56,9 milioni di euro per il 2016 più minori entrate di 45,7 milioni di euro per il 2016 per via dell’innalzamento della detraibilità delle spese assicurative. Fa 102, 6 milioni, la Legge di Stabilità parla invece di 90, partiamo male?

Intanto registriamo una differenza tra quanto annunciato in conferenza stampa dal Premier, che aveva parlato di 100 milioni, e i 90 milioni oggi previsti nella legge di stabilità. Sarebbe quindi paradossale che anche un solo euro dei 90 milioni previsti venisse poi meno per altri strani meccanismi. Anzi, l’auspicio è che il fondo venga incrementato con altre risorse da parte delle Regioni e degli Enti Locali e che venga stabilizzato, come sembrerebbe, per le annualità successive.

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    AGEVOLAZIONI FISCALI PER PERSONE CON DISABILITÀ

    Fonte www.disabili.comCi sono delle agevolazioni che possono rendere più leggera la bolletta dell’energia elettrica, soprattutto se è da questa energia che dipende la vita di una persona? Esiste la possibilità di beneficiare di una riduzione del canone telefonico e di offerte specifiche se si ha una disabilità? Come ottengo l’esenzione dal pagamento dal bollo auto quando questa è destinata al trasporto di una persona con disabilità?

    Queste sono domande più frequenti di quanto si possa pensare. Perché? Perchè reperire informazioni non è sempre facilissimo e certe opportunità si scoprono raramente attraverso il mare magnum di internet ed i canali ufficiali, ma molto più spesso attraverso il passaparola tra tutti coloro che vivono quotidianamente la disabilità. Ecco quindi che si è ritenuto fare cosa utile riunendo in alcuni pezzi le informazioni sulle principali agevolazioni economiche riservate alle persone disabili, sparse nella normativa vigente.

    BONUS ENERGIA ELETTRICA – Cominciamo prendendo spunto dalla domande formulate in apertura: lo sconto sull’energia elettrica. Esistono due tipi di bonus energia (cumulabili tra loro qualora ne ricorrano le condizioni ): un bonus detto economico strettamente correlato alle condizioni reddituali del nucleo familiare ed alla composizione dello stesso, ed un bonus disagio fisico diviso in tre scaglioni, svincolato dalla presentazione di Isee, rivolto a tutti i clienti domestici affetti da grave malattia o ai clienti domestici presso i quali viva un soggetto, affetto da grave malattia, costretto ad utilizzare apparecchiature elettromedicali (elencate nell’ allegato A dal Decreto Ministero della Salute del 13 gennaio 2011) necessarie per il mantenimento in vita. Tutta la procedura di richiesta e la documentazione necessaria è reperibile sul sito dell’Autorità per l’energia elettrica, il gas ed il sistema idrico.

    SCONTI TELEFONIA – Passando ad occuparci della telefonia evidenziamo che, oltre alle riduzioni del canone mensile legate a condizioni di disagio economico e all’esenzione totale per gli utenti affetti da sordità, anche ove in possesso di dispositivo telefonico per persone non udenti, AgCom (autorità garante per le comunicazioni), ha sancito l’obbligo, per gli operatori del settore telefonia mobile, di predisposizione di un piano tariffario ad hoc sempre per gli utenti titolari di indennità di comunicazione. Detto piano deve puntare a rendere meno oneroso il servizio SMS. Altra agevolazione riconosciuta questa volta alle persone con disabilità più ampiamente intesi, è l’esenzione dalla tassa di concessione governativa sugli abbonamenti per la telefonia, ciò in forza della peculiare utilità e funzione riconosciuta ai dispositivi mobili. Per i cittadini non vedenti totali sono previste, infine, specifiche agevolazioni per la navigazione in internet da postazione fissa attraverso la riduzione del canone o accordando 90 ore gratuite mensili. Tutti i dettagli in materia sono presenti sul sito Agcom.

    ESENZIONE BOLLO AUTO – E’ possibile ottenere l’esenzione dal pagamento dello stesso, presentando apposita domanda all’Ufficio Tributi della propria Regione o alla Sede territoriale dell’ Agenzia delle Entrate. Detta esenzione è permanente quindi, una volta concessa, non si deve presentare domanda di rinnovo; i documenti vanno presentati entro 90 giorni dalla scadenza del termine entro cui andrebbe effettuato il pagamento. Si ricorda, in chiusura, che la persona con disabilitànon deve essere necessariamente intestatario del veicolo; l’intestatario può essere infatti anche un familiare che lo abbia fiscalmente a carico. Per conoscere quali siano le caratteristiche dei veicoli e quali soggetti possano beneficiare della misura

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      SCUOLA, QUANDO L’INSEGNANTE DI SOSTEGNO FA SUPPLENZA. “I GENITORI DENUNCINO”

      Fonte www.superabile.it Da una parte la legge, dall’altra le circolari, dall’altra ancora la realtà di tutti i giorni, quella di tanti insegnanti di sostegno che, nelle scuole di ogni ordine e grado, vengono utilizzati come supplenti. E questo è ciò che accede spesso, sebbene ci siano le Linee guida per l’integrazione scolastica ad escludere categoricamente questa possibilità. E ci sia una nota dello stesso Miur (n. 9839 dell’8 novembre 2010) a “richiamare l’attenzione sull’opportunità di non ricorrere alla sostituzione dei docenti assenti con personale in servizio su posti di sostegno, salvo casi eccezionali non altrimenti risolvibili”.

      Dall’altra parte, però, c’è una legge, la legge di stabilità del 2015, che pare proprio destinata a incoraggiare questa insana e illecita consuetudine: essa, infatti, impedisce che l’insegnante sia sostituito a un supplente nel primo giorno di assenza (art 1 comma 3333). E l’assenza minima per la sostituzione sale addirittura a una settimana per il collaboratore scolastico. Accade quindi molto spesso che, in mancanza di supplenti, siano gli insegnanti di sostegno a sostituire gli insegnanti assenti, a scapito evidentemente di chi avrebbe bisogno del loro aiuto. Tanto che il Miur ha emanato, alcuni giorni fa, una circolare (la n. 2116 del 30 settembre 2015) con cui deroga, di fatto, a questa limitazione, permettendo ai dirigenti di ricorrere a supplenze fin dal primo giorni di assenza del docente (ma solo in caso non sia possibile assicurar diversamente “la tutela e la garanzia dell’offerta formativa”) e anche del collaboratore scolastico, ma solo laddove la mancata sostituzione “determinerebbe delle urgenze che non potrebbero trovare alcuna altra risposta atta a garantire la incolumità e la sicurezza degli alunni, nonché la indispensabile assistenza agli alunni con disabilità determinando, inoltre, necessità obiettive non procrastinabili, improrogabili e non diversamente rimediabili”.

      Ora però arriva la bozza della legge di stabilità 2016, che non prevede i finanziamenti necessari a coprire queste “deroghe”, come ha denunciato ultimamente Anief.

      Sta di fatto che i dirigenti continuano ad esser piuttosto restii a ricorrere a supplenze brevi e tanti preferiscono impiegare gli insegnanti di sostegno per coprire le ore che restano scoperte. Ed è, appunto, quello che spesso accade nelle nostre scuole.

      E come è noto anche a Salvatore Nocera, che con l’osservatorio scolastico dell’Aipd riceve numerose segnalazioni di questo genere: “Ogni volta inviamo una segnalazione all’ufficio scolastico regionale – ci riferisce – e, qualora la violazione si ripeta, passiamo alla denuncia per interruzione di pubblico servizio. E ora queste segnalazioni andranno incidere, speriamo, sulla valutazione dello stesso dirigente da parte dell’Ufficio scolastico”.

      Perché, Nocera ci tiene a ribadirlo, “non è lecito utilizzare gli insegnanti di sostegno come supplenti. E i genitori per primi hanno il compito di vigilare su questo, anche tramite i loro rappresentanti in Consiglio d’istituto, e di denunciare le violazioni. Noi, con le nostre associazioni, siamo sempre pronti a sostenerli”.

      Ma che interesse hanno i dirigenti a non avvalersi delle deroghe concesse dal ministero? “Interessi di bilancio – spiega Nocera – perché il Miur ha ancora molti debiti verso i fondi scolastici. Che però la riforma incrementerà. E siccome aumenterà anche il potere del dirigente – conclude Nocera – è opportuno che aumenti anche il ‘contropotere dal basso’, ovvero il ruolo di vigilanza e di controllo che le famiglie e gli insegnanti devono esercitare”.

      Intanto, è “un disastro” la situazione dell’assistenza specialistica, riferisce Nocera, che imputa la responsabilità soprattutto alla Regione: “La legge che doveva assegnare le competenze del servizio, ora che le province sono state soppresse, doveva essere pronta nel dicembre 2014, poi è stata rinviata al 31 ottobre 2015: mancano pochi giorni. E siamo pronti a denunciare, se anche questo termine non sarà rispettato”.

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        I “CAREGIVER” CHE LAVORANO GUADAGNANO DI MENO. E SONO DIASCRIMINATI.

        Fonte www.superabile.it  E’ quanto emerge da una serie di interviste svolte da Arcs con alcuni partner europei. Le penalizzazioni riguardano soprattutto le donne nel settore privato e consistono in decurtazione del salario accessorio, limitazioni alla carriera, mancata partecipazione a corsi di formazione e riduzione di Tfr e pensione. “Rendere dignità e giustizia a queste fondamentali figure”

        ROMA – Conciliare lavoro e famiglia non è facile, ma diventa addirittura “discriminante” quando in famiglia c’è una persona con disabilità di cui prendersi cura: penalizzazioni nel percorso professionale e nella retribuzione salariale sono le principali discriminazioni a cui va incontro il lavoratore “caregiver”, soprattutto se è donna. E’ quanto emerge dalla ricerca “Discriminazioni e lavoro di cura: il caso aiutanti familiari”, realizzata da Arcs, Ligues des Droits de l’Homme e altri parner internazionali, nell’ambito del progetto “Agir contre les écarts de salaire Femmes/Hommes (GPG) : prendre en compte le cas des aidantes informelles”, finanziato dall’Unione Europea. La ricerca viene presentata oggi presso la Casa internazionale delle donne. La ricerca sul campo, realizzata con metodologia qualitativa, raccoglie testimonianze e storie di 5 donne e 4 uomini, impegnati sul doppio fronte del lavoro fuori casa e della cura di un familiare. Obiettivo generale dell’iniziativa, spiegano i promotori, è “rendere dignità e giustizia a quei soggetti che riteniamo imprescindibili figure per un’equa organizzazione del welfare”. Questo, attraverso le parole e le testimonianze di chi vive sulla propria pelle questa condizione. Ed ecco, in sintesi, i nodi che emergono.

        Il soggetto: lavoratori con la 104. Le nove persone intervistate sono tutte beneficiarie della legge 104/92. E la prima puntualizzazione è che “sono ancora molte le lavoratrici e i lavoratori esclusi dal riconoscimento di queste agevolazioni anche nel caso in cui siano familiari di persone con necessità di assistenza”. Resta escluso dal beneficio della legge, infatti, “tutto il mondo del lavoro precario e autonomo così come alle persone conviventi al di fuori del matrimonio”. Gli intervistati hanno tra i 37 e i 65 anni, sono tutti lavoratori dipendenti, tre di loro nel settore privato, due nel privato sociale, due nel pubblico e due in enti pubblici con contratti di lavoro di tipo privatistico.

        Più discriminazioni nel settore privato. Qui si incontrano infatti le maggiori difficoltà, se no vere e proprie discriminazioni, in termini di sviluppo di carriera o altri aspetti della vita lavorativa. Chi invece è occupato nel settore pubblico utilizza i permessi o i periodi di congedo previsti dalla normativa con più “serenità”.

        Decurtazione del salario accessorio, soprattutto per le donne. E’ questa la prima penalizzazione che subisce, di solito, chi fruisce della legge 104: se da un lato non esistono differenziali salariali in senso stretto, dall’altro questi lavoratori di solito non percepiscono generalmente forme di salario accessorio, come premi di produzione, bonus di varia natura, ecc., che nella maggior parte dei casi dipendono non tanto dal raggiungimento degli obbiettivi, quanto dalla presenza nella sede di lavoro. In altre parole guadagna di più chi trascorre (o meglio, può trascorrere) più tempo al lavoro. Precisano i ricercatori che “il tema dei differenziali retributivi è stato segnalato soprattutto dalle donne”.

        Mancata partecipazione a corsi di formazione e aggiornamento. E’ questa un’altra grave penalizzazione subita da chi ha un lavoro e un familiare disabile: la limitazione è dovuta sia alla minor presenza sul posto di lavoro, sia al fatto che questi lavoratori sono esclusi a priori in quanto fruitori della 104, sia infine perché vi rinunciano le stesse persone interessate, per stanchezza o ‘autocensura’.

        Non effettuazione degli straordinari e riduzione Tfr. Le necessità di assistenza non permettono, anche volendo, di trattenersi di più a lavoro. E questo comporta anche la riduzione del trattamento di fine rapporto (TFR), calcolato su quanto effettivamente percepito nel corso della vita lavorativa. Si ipotizzano anche conseguenze sulla pensione in ragione del meccanismo di calcolo su cui incidono negativamente i cosiddetti “contributi figurativi”. Una ulteriore penalizzazione avviene nel caso di scelta del part-time per le esigenze di cura. (cl)

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          DOPO DI NOI, LE RISORSE PER IL FONDO NELLA LEGGE DI STABILITÀ

          Fonte www.vita.it«La legge sul ‘dopo di noi’, nel 2016 va fatta. E metteremo i soldi nella legge di stabilità»: così ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi in un’intervista a Rtl 102.5.

          La proposta di legge è stata approvata a fine luglio dalla Commissione Affari Sociali della Camera, ma era ferma per via della relazione tecnica chiesta al Governo dalla Commissione Bilancio, che voleva vederci chiaro sulle minori entrate che derivano dall’innalzamento da 530 euro a 750 euro della detraibilità delle spese assicurative finalizzate a tutelare una persona con disabilità grave.

          Vita ne ha parlato con Donata Lenzi, capogruppo PD in Commissione Affari Sociali.

          Che succede ora, dopo le dichiarazioni del premier?

          A questo punto la relazione tecnica chiesta dalla Commissione Bilancio dovrà arrivare dopo la Legge di Stabilità. A quel punto vedremo quale sarà la cifra stanziata e andremo in Aula.

          Quando?

          Immagino a inizio 2016, ma dipende anche dal come si svilupperà l’esame della legge sui diritti civili. La legge oggi prevede l’istituzione di un Fondo da 56,9 milioni di euro per il 2016 più minori entrate di 45,7 milioni di euro per il 2016 per via dell’innalzamento della detraibilità delle spese assicurative.

          Quanto ci sarà nella Legge di Stabilità?

          Abbiamo chiesto complessivamente 100 milioni di euro per il 2016. La cifra vera da considerare non sarà tanto quella per il 2016 ma quella per il 2017, perché ovviamente nel 2016 la legge entrerà in vigore ad anno già iniziato, quindi la cifra stanziata è più bassa di quella che sarà messa a disposizione a regime. Di dopo di noi si parla da tempo, nel 2000 la Turco stanziò dei fondi per strutture dedicate – alcune strutture paradossalmente sono state inaugurate anche in questi giorni, dopo 15 anni – ma nel frattempo la cultura è molto cambiata, c’è la Convenzione Onu, c’è il riconoscimento che le persone con disabilità hanno il diritto di decidere dove vogliono vivere e con chi vogliono vivere. Il dopo di noi quindi non è un problema di strutture ma di progetti che partano già “durante noi”. Molte associazioni infatti contestano di questa legge l’eccessivo e anacronistico puntare sulle strutture. Non è così, questa legge non entra nel merito di scelte che sono di competenza delle Regioni. La legge sulla vita indipendente esiste già da anni, ovviamente posso immaginare che il Fondo per il dopo di noi sarà utilizzato per molti anni per progetti di vita indipendente, ma a un certo punto della vita anche per le persone con disabilità potrebbe servire una struttura. Non sono due cose in contraddizione. L’altra preoccupazione riguarda il trust, che inizialmente sembrava essere introdotto in maniera “vaga”. Infatti, le risorse dovranno essere vincolate a interventi e finalità proprie del dopo di noi.

          Un’ultima domanda gliela voglio fare sulla riforma del Terzo settore, di cui lei è stata relatrice. Al Senato sono stati presentati 700 emendamenti che sembrano un po’ voler capovolgere il lavoro fatto alla Camera.

          Del numero non mi spavento affatto! Il problema è che dobbiamo uscire da questa dinamica Camera/Senato che sta rendendo davvero difficile lavorare, perché mi sembra soprattutto un conflitto insito, in cui nessuno ha torto o ragione. Alla Camera i lavori sono stati condotti fin dal primo giorno coinvolgendo i senatori. Ora io auspico che i senatori facciano uno sforzo perché il testo che uscirà dal Senato sia già un testo condiviso con la Camera, che poi non venga ulteriormente modificato. Quello che è certo è che non siamo disposti a prendere un testo a scatola chiusa, vogliamo partecipare al confronto. I partiti esistono per questo.

          È solo un auspicio o è la strada che è stata intrapresa?

          È il modo in cui si sta procedendo, ci sono stati diversi incontri e occasioni di confronto, anche pubblici, il prossimo sarà con il CSV a Napoli.

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            SOSTEGNO: IL GOVERNO CON LE ASSOCIAZIONI PROCEDE SPEDITO VERSO UNA RIFORMA

            Fonte www.disabili.comUna delle deleghe della Buona scuola riguarda il sostegno e in questo periodo si stanno susseguendo al MIUR diversi incontri riguardanti le linee di riforma in merito.

            Il nuovo percorso di carriera sembra prevedere che i docenti accedano al sostegno tramite concorso separato, che permangano nel ruolo con vincolo decennale e che abbiano competenze in merito a diagnosi e patologie. Ciò pare esprimere la volontà politica e quella delle associazioni in dialogo col governo.

            Desta invece molta perplessità e dissenso tra i docenti. Questi ultimi, benché nelle diverse sedi abbiano portato elementi di riflessione, problematicità connesse e proposte, non hanno fino ad ora trovato margini di ascolto concreto. Uno degli aspetti che desta grande preoccupazione riguarda la creazione una carriera parallela e diversa dei docenti di sostegno rispetto a quella degli insegnanti curriculari, che avrà un canale di accesso separato, con un concorso specifico, forse imminente. Non solo: per evitare il fenomeno del passaggio da posto di sostegno e cattedra curricolare si sta pensando di rendere tale percorso più difficoltoso, prevendendo vincolo decennale o, addirittura, ulteriore concorso per accedere al passaggio. Doppio concorso insomma, carriera separate, in modo da scoraggiare i furbetti che usano il sostegno come corsia preferenziale per accedere al ruolo in tempi più brevi.

            Il fenomeno esiste, certamente. Ci si chiede però se sia la logica repressiva a rappresentarne la soluzione o, piuttosto, se esso non debba essere indagato più a fondo, per comprenderne le ragioni e, quindi, prospettare proposte alternative e non punitive. Una di esse, ad esempio, avanzata da alcuni docenti e per sua definizione immediatamente inclusiva, potrebbe essere la cattedra mista, che sembra rispondere anche al problema della carenza di docenti specializzati. La riforma del sostegno prevede dunque la creazione di un nuovo profilo professionale, con competenze molteplici e non specificamente didattico-disciplinari.

            Essa viene accolta con grande favore dalla Fish*, che da tempo ha depositato una proposta di legge in merito. Associazioni e Miur parlano di scelte di vita, di docenti più specializzati sulle disabilità, di vocazione; docenti e sindacati parlano invece di professione, di figure assistenziali, di ritorno alla medicalizzazione, del problema della riduzione drastica degli aspiranti. Di certo è sempre più chiaro che si tratta di appositi ruoli, di carriere separate, di profili che sono altro da quelli dei docenti curricolari.

            Le domande aperte sono tante e a qualcuno tutto ciò pare invalidare anche il principio della contitolarità didattica: come appellarsi ad essa, infatti, se ruolo e formazione di base sono diverse da quelle dei docenti curricolari? Come avere voce nei Consigli di classe? Quale sarebbe la differenza rispetto alle figure assistenziali? Come promuovere inclusione da una posizione che, di fatto, è esclusa da quella degli altri insegnanti? La proposta pare anche stridente rispetto a significativi contenuti dell’ICF, che lungi dall’ancorarsi alle patologie, si concentrano sul funzionamento. Tante le domande di chi a scuola lavora ogni giorno, molte le perplessità. Nei tavoli di discussione, però, la loro voce pare essere un sibilo.

            *Cui Anffas Onlus aderisce

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              LORENZIN: “NON ESISTE ALCUNA CORRELAZIONE TRA VACCINI E AUTISMO”

              Fonte www.dire.it“Non esiste alcuna correlazione tra vaccino e autismo. Non lo dice Beatrice Lorenzin ma gli studi scientifici realizzati dai migliori ricercatori. I vaccini salvano la vita e se per decenni non abbiamo più sentito di malattie mortali per i bambini e’ stato per le grandi campagne di vaccinazione realizzate nei paesi occidentali. Oggi prevale la disinformazione web in danno di quella della Scienza ufficiale”.

              Lo ha dichiarato il ministro Beatrice Lorenzin a margine dell’intervista a Radio 24 con Giovanni Minoli.

              Il ministro della Salute spiega che “i casi di effetti collaterali ai vaccini riguardano meno di un bambino ogni milione di bambini vaccinati e nella stragrande maggioranza si tratta di conseguenze banali, arrossamenti, piccoli fastidi. I vaccini possono avere conseguenze solo in caso di patologie concorrenti gravi che il pediatra e’ in grado di determinare. I genitori devono sempre scegliere per il bene dei figli e per scegliere bene devono fidarsi della scienza e del proprio medico”.

              Per approfondire

              Leggi qui il commento di Anffas sulla questione autismo-vaccini e consulta il testo con la posizione dell’associazione sui disturbi dello spettro autistico clicacndo qui