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SALVARE IL SOCIALE: SPESA PUBBLICA IN PICCHIATA E SQUILIBRATA

Fonte www.censis.it In picchiata le risorse pubbliche per il sociale. L’andamento del Fondo per le politiche sociali, istituito nel 1997 per trasferire risorse aggiuntive agli enti locali e garantire l’offerta di servizi per anziani, persone con disabilità, minori, famiglie in difficoltà, testimonia il progressivo ridimensionamento dell’impegno pubblico sul fronte delle politiche socio-sanitarie e socio-assistenziali.

Le risorse assegnate al Fondo sono passate da 1,6 miliardi di euro nel 2007 a 435,3 milioni nel 2010, per poi scendere a soli 43,7 milioni nel 2012 e infine recuperare in parte negli ultimi due anni fino ai 297,4 milioni del 2014. La riduzione è stata dell’81% nel periodo 2007-2014, gli anni della crisi. Anche il Fondo per la non autosufficienza è passato dai 400 milioni di euro del 2010 al totale annullamento nel 2012, per poi risalire a 350 milioni nell’ultimo anno.

Un divario profondo tra Nord e Sud. Secondo gli ultimi dati disponibili, la spesa sociale dei Comuni supera i 7 miliardi di euro l’anno, pari a 115,7 euro per abitante. Complessivamente, la spesa è destinata per il 38,9% a garantire interventi e servizi, per il 34,4% al funzionamento delle strutture, per il 26,7% ai trasferimenti in denaro.

Le categorie che assorbono la quota maggiore di spesa sono le famiglie e i minori (40%), le persone con disabilità (23,2%), gli anziani (19,8%), i poveri e i senza fissa dimora (7,9%).

Ma le differenze territoriali sono macroscopiche. Si passa dai 282,5 euro per abitante nella Provincia autonoma di Trento ai 25,6 euro della Calabria. Mentre gran parte delle regioni del Centro-Nord si colloca al di sopra della media nazionale, il Sud presenta una spesa media pro-capite che ammonta a meno di un terzo (50,3 euro) di quella del Nord-Est (159,4 euro).

Il Mezzogiorno è l’area del Paese in cui è maggiore il peso dei trasferimenti statali rispetto alle risorse proprie dei Comuni. Al Sud queste ultime coprono meno della metà delle spese per il welfare locale, a fronte di una media nazionale del 62,5%. Di conseguenza, i tagli ai trasferimenti statali hanno un impatto diretto sulla riduzione delle risorse disponibili e quindi dei servizi destinati al sociale a livello locale, ampliando il divario già profondo tra Nord e Sud.

L’universo pulviscolare del non profit.

In questo scenario, sono fondamentali le reti di sostegno informali, con il ruolo centrale della famiglia. Il volontariato e il non profit rappresentano però una componente fondamentale del nostro modello di welfare, in grado di contribuire in modo significativo all’erogazione di servizi e prestazioni sul territorio, garantendo la tenuta sociale rispetto agli impatti della crisi.

Le istituzioni non profit nel nostro Paese sono più di 300.000 e vi operano 5,4 milioni di persone tra lavoratori e volontari. Anche in questo caso la distribuzione territoriale evidenzia profondi divari. Le istituzioni non profit sono 104 ogni 10.000 abitanti in Valle d’Aosta, 100 in Trentino Alto Adige, 82 in Friuli Venezia Giulia, ma solo 41 ogni 10.000 abitanti in Calabria, 40 in Sicilia, 37 in Puglia, 25 in Campania. Le associazioni non riconosciute sono più di 200.000 (il 66,7% del totale), più di 68.000 sono associazioni riconosciute (22,7%), le cooperative sociali sono oltre 11.000 (3,7%), più di 6.000 le fondazioni (2,1%), oltre 14.000 sono istituzioni con altra forma giuridica (4,8%).

Sul totale delle istituzioni non profit, quelle impegnate nel settore sanitario e nell’assistenza sociale sono 36.000 (rappresentano il 12% del totale), precedute da quelle attive nel settore cultura, sport e ricreazione, che da sole rappresentano il 65% del totale. Le cooperative sociali protagoniste del mercato del welfare locale. Consistente è il finanziamento pubblico delle attività non profit nel campo sanitario, dell’assistenza sociale e della protezione civile: 13,5 miliardi di euro, pari al 63% del loro budget complessivo. Il ruolo delle cooperative sociali, che pesano per il 3,7% sul totale delle istituzioni non profit, nel comparto sanitario e dell’assistenza sociale diventa più rilevante, salendo rispettivamente al 10,9% dei soggetti attivi nella sanità e al 17,8% nei servizi sociali.

Queste cooperative sociali sono 5.600 e impiegano 225.000 addetti. E sono in forte crescita. Tra il 2001 e il 2014 si registra un incremento dell’11,8% del sistema cooperativo nell’insieme, superiore all’incremento complessivo delle imprese (+5,1%). E giocano un ruolo predominante nel mercato dei servizi sociali, grazie ai bandi e alle gare di appalto dei soggetti pubblici, anche a fronte della scarsa presenza di imprese private for profit, meno interessate a quelle aree del sociale in cui i margini di profitto sono limitati.

Ma il fatto più problematico è una sorta di informalità diffusa, che rende possibile al soggetto pubblico di trovare il mezzo per risparmiare sulle risorse allocate innescando una concorrenza al ribasso tra le cooperative sociali, senza l’adeguata attenzione alle differenze nelle specializzazioni, nella competenza del personale impiegato, nella qualità dei servizi resi.

L’indagine del Censis è qui disponibile

Per approfondire

Leggi l’articolo “Censis: salvare i fondi per il sociale”

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    SCUOLA: IL GOVERNO COMMISSARI LE REGIONI INADEMPIENTI

    Fonte www.vita.it – Nonostante i pesanti tagli che gravano sul bilancio dell’Ente, la Provincia di Monza e Brianza si impegna a salvaguardare la continuazione dei servizi fino ad oggi erogati per assicurare il diritto allo studio agli alunni con disabilità. Lo ha scritto nero su bianco in una lettera inviata il 19 giugno alle 430 famiglie con figli con disabilità che hanno appena concluso l’anno scolastico 2014/2015, che sta arrivando alle famiglie in questi giorni.

    Per questo nelle prossime settimane la Provincia adotterà anche le “Linee guida per l’attivazione dei servizi in favore di alunni con disabilità per l’a.s. 2015/2016”, dando vita ad un documento unico e coerente in cui ci saranno scritti gli impegni e gli indirizzi del territorio.

    «Nonostante la situazione di estrema difficoltà e incertezza che riguarda le Province, riteniamo che l’integrazione scolastica degli studenti con disabilità costituisca un punto di forza del nostro sistema educativo e come tale deve essere difesa», hanno ribadito il Presidente della Provincia Gigi Ponti, il Consigliere delegato al Welfare Concettina Monguzzi e Il Presidente della Conferenza dei Sindaci Maria Antonia Molteni. «In attesa che vengano chiaramente definite funzioni e risorse, da parte nostra confermiamo il massimo impegno affinché la fascia più debole dei nostri studenti possa affrontare con serenità il nuovo anno scolastico».

    I servizi di assistenza alla comunicazione, assistenza educativa e trasporto per gli alunni con disabilità sono a rischio per il prossimo anno scolastico per via della situazione confusa che si è venuta a creare a seguito della riordino delle Province previsto dalla “Legge Delrio”. A chi devono essere attribuite le “funzioni non fondamentali” svolte in precedenza dalle Province, tra cui appunto quelle che realizzano il diritto allo studio degli studenti con disabilità? Regioni? Città metropolitane? Comuni?

    Fino ad ora pochissimi territori hanno stabilito con precisione a chi passano queste competenze e in ogni caso i fondi assegnati sono inferiori a quelli fino a ieri messi a bilancio dalle Province.

    Da qui la mobilitazione delle associazioni. In Lombardia la Ledha con la campagna “Voglio andare a scuola” ha predisposto delle lettere/diffida che i genitori possono inviare alla propria Provincia o alla Città Metropolitana di Milano per chiedere l’attivazione dei servizi di assistenza alla comunicazione, assistenza educativa e trasporto (leggi qui l’ultima notizia sulla questione).

    Qualora gli enti territoriali coinvolti non procedano con l’attivazione del servizio richiesto, sarà possibile procedere con un ricorso in tribunale.

    I materiali saranno distribuiti anche durante la presentazione del Centro Antidiscriminatorio Franco Bomprezzi: «perché il diritto allo studio non può essere disatteso dalle istituzioni, neppure per ragioni di bilancio», dice Alberto Fontana, presidente di Ledha.

    Anche la Fish* ha proposto di denunciare le giunte regionali per interruzione di pubblico servizio, se entro fine agosto non avranno preso decisioni e stanziato fondi per l’assistenza scolastica rivolta agli studenti con disabilità: «Denunciamo profonda confusione: migliaia di famiglie italiane vanno in vacanza senza sapere chi assisterà il prossimo anno i loro figli con disabilità a scuola», ha detto Mario Berardi, presidente nazionale dell’Associazione Italiana Persone Down, annunciando l’adesione alla campagna. «Per questo rivolgiamo un appello al Governo affinché, nel caso in cui le singole Regioni non provvedano entro giugno, voglia avvalersi dei poteri di intervento sostitutivo nei confronti delle regioni inadempienti. Il diritto al trasporto scolastico, all’assistenza scolastica ed all’eliminazione delle barriere architettoniche infatti sono stati considerati dalla Corte Costituzionale livelli essenziali relativi alle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali».

    La provincia di Monza Brianza ha fatto un primo passo, ma le province italiane sono 110: quante altre sanno dare alle famiglie una risposta?

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      L’Anffas illustra il progetto sull’inclusione sociale

      Sono stati presentati nei giorni scorsi a Roma i risultati del progetto “strumenti verso l’inclusione sociale: matrici ecologiche e progetto individuale di vita per adulti con disabilità intellettive e dello sviluppo”, iniziativa voluta dall’Anffas Onlus (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale). “Un progetto – ci spiega Marinella Alesina coordinatrice Calabria dell’Anffas Onlus –  iniziato nel giugno 2014 –

      realizzato con il contributo del Fondo per l’Associazionismo (ex lege 383/2000) del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – durato un anno e caratterizzato da collaborazioni internazionali importanti (Anffas si è infatti avvalsa del contributo di esponenti della Ghent University e dell’Universitat de Barcelona, oltre che dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e dell’Università degli Studi di Milano) che ha avuto come parola chiave “Qualità di Vita” e che, attraverso la sperimentazione delle Matrici Ecologiche – partita dalla valutazione del funzionamento e dei bisogni attraverso gli strumenti più avanzati (ICD10, ICF, Scale SIS, POS) e soprattutto dalla raccolta dei desideri e delle aspettative delle persone stesse, sono mirati al miglioramento della qualità della vita ed i cui esiti possono essere nel tempo monitorati e verificati – ha permesso di capire come allineare i bisogni e le aspettative delle persone con disabilità con i sostegni a loro forniti.  Si è quindi arrivati – afferma ancora la Alesina –  ad avere uno strumento adeguato, efficace ed efficiente per capire i reali desideri e bisogni delle persone con disabilità, uno strumento in grado di sostenere lo sviluppo e l’erogazione del Piano Individuale di Vita – un diritto sancito non solo dalla Legge 328/2000 ma anche dalla Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità – nella prospettiva dell’Inclusione e della Qualità di Vita per tutti: della Persona, della Famiglia, degli Operatori e della Comunità Civile. “Strumenti verso l’Inclusione Sociale” ha visto la partecipazione di 23 strutture associative Anffas, 23 case manager e di 1.300 persone con disabilità intellettive e/o evolutive e loro famiglie ed operatori di 13 regioni italiane, tra le quali ovviamente la Calabria. Numeri che però rappresentano solo l’inizio di quella che può essere davvero una grande novità nel panorama del movimento delle persone con disabilità”.

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        ANCORA TROPPI DIRITTI NEGATI A BAMBINI E RAGAZZI

        Fonte www.superando.itIn Italia un bambino su 7 nasce e cresce in condizioni di povertà assoluta, uno su 20 assiste a violenza domestica e uno su 100 è vittima di maltrattamenti. Uno su 20, inoltre, vive in aree inquinate e a rischio di mortalità, uno su 50 soffre di una condizione che comporterà una disabilità significativa all’età dell’ingresso nella scuola primaria, uno su 500 vive in strutture di accoglienza. E ancora, più di 8 bambini su 10 non possono usufruire di servizi socio-educativi nei primi tre anni di vita e uno su 10 nell’età compresa tra i 3 e i 5 anni. Nel 2013 in Italia sono andati al nido solo 218.412 bambini, pari al 13,5% della popolazione sotto i 3 anni. E la situazione nel Mezzogiorno è ancora più grave, se si considera che tutte le Regioni del Sud si collocano sotto la media nazionale, come la Sicilia, con appena il 5,6% dei bambini che ha avuto accesso al nido, la Puglia con il 4,4%, la Campania con il 2,7% e la Calabria con il 2,1%.

        Sono questi i dati principali che emergono dall’8° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC)* in Italia, anno 2014-2015, presentato a Roma alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti e alla cui redazione hanno contribuito ben 124 operatori delle 90 organizzazioni del Gruppo CRC.

        Tra queste ultime, dal 2014, vi è anche la FISH** (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che come già in passato era accaduto con il CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità), ha fatto valere la propria presenza in modo sostanziale, per porre in piena luce le gravi condizioni di discriminazione e di violazione dei diritti umani, subiti ancora sin troppo spesso dai bimbi e dalle bimbe con disabilità, per definizione “i più vulnerabili tra i vulnerabili”.

        In sintesi, il nuovo Rapporto evidenzia che – a vent’anni esatti dal primo documento analogo, inviato dall’Italia al Comitato ONU per la CRC – «il sistema organico di politiche per l’infanzia», su cui il nostro Paese si era impegnato con la ratifica della Convenzione ONU, non è stato realizzato.

        In fase di presentazione, dunque, le varie organizzazioni coinvolte hanno auspicato che l’adozione del nuovo Piano Nazionale per l’Infanzia, con priorità e azioni ben definite e supportate da un adeguato impegno economico, possa essere il primo passo per rimettere al centro dell’agenda politica le misure per la tutela dei minori.

        «Ci sono bambini – dichiara in tal senso Arianna Saulini di Save the Children, coordinatrice del Gruppo CRC – che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne compromettono lo sviluppo fisico, mentale scolastico e relazionale. Tra questi eventi, indicati come fattori di rischio, figurano condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure genitoriali inadeguate, violenza domestica ed esclusione sociale. Per questo chiediamo che il prossimo Piano Nazionale per l’Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni di vita del bambino, che vengano realizzate politiche adeguate per superare il divario territoriale nell’offerta educativa e che si costruisca un qualificato sistema integrato per l’infanzia e l’adolescenza, impegnando adeguati e stabili investimenti finanziari e introducendo un meccanismo permanente di monitoraggio della spesa».

        A proposito di risorse dedicate all’infanzia e all’adolescenza, il Rapporto denuncia che a distanza di anni non esiste ancora un monitoraggio a livello istituzionale e che manca una strategia nazionale e una visione di lungo periodo nell’allocazione delle risorse. Le carenze, tuttavia, non sono solo di tipo economico, ma anche di raccolta e coordinamento delle informazioni.

        Così, ad esempio, se si considera il problema dei minori privi di un ambiente familiare, gli stessi dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali presentano lacune e incongruenze. Si sa infatti che al 31 dicembre 2012 i minorenni affidati a parenti erano 6.750, quelli affidati a terzi 7.444, per un totale complessivo di 14.191 affidamenti familiari, e che i minori inseriti in comunità erano 14.255.

        Poco o nulla, però, si sa in riferimento alle cause dell’allontanamento dalla famiglia e ai motivi che hanno portato a scegliere l’accoglienza in comunità o l’affido, il tipo di struttura di accoglienza e i tempi di permanenza. Informazioni che mancano soprattutto per i minorenni tra 0 e 5 anni. A ciò si aggiunga che molte Regioni non forniscono i dati richiesti, come la Calabria, che non ha aderito alla rilevazione, la Liguria e la Sardegna, che hanno fornito dati discordanti rispetto ai criteri della rilevazione e l’Abruzzo, che non ha inviato i dati sull’affidamento familiare. Ed è incomprensibile anche il divario tra le statistiche del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quelli del Dipartimento per la Giustizia Minorile sugli affidamenti familiari consensuali o giudiziari.

        Infine, sempre in merito al sistema di raccolta dati, la Banca Dati Nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione è operativa soltanto in undici Tribunali per i Minorenni sui ventinove esistenti e ciò rende difficile garantire a ogni bambino la scelta della miglior famiglia, quantificare e monitorare la situazione dei piccoli che non vengono adottati, nonostante le tante famiglie disponibili.

        Per quanto poi concerne le difficoltà economiche di molte famiglie con minori, pur riconoscendo l’impegno del Governo con la sperimentazione della nuova Social Card, Saulini sottolinea che «la povertà minorile in Italia è in continuo aumento (infatti, dal 2012 al 2013 i minori in condizioni di povertà assoluta sono passati da 1.058.000, il 10,3% a 1.434.000, il 13,8%)» e ribadisce «l’urgenza di un Piano Nazionale di Contrasto alla Povertà, che tenga in debita considerazione le famiglie con figli minorenni e che sia in grado di organizzare in maniera organica le varie e frammentate misure messe in campo in questi anni».

        Il Rapporto dedica quindi un paragrafo ai minori stranieri non accompagnati – tema di grande attualità, considerati i numerosi sbarchi di questo periodo – rilevando la necessità di mettere subito a sistema il nuovo sistema di accoglienza. Dal 1° gennaio al 31 marzo 2015 sono sbarcati in Italia 10.165 migranti, di cui 902 minori (289 accompagnati e 613 non accompagnati), dato che in questo mese di giugno è balzato a quasi 5.000 minori. Nel 2014, 26.122 minori avevano raggiunto le coste italiane e di questi 13.026 erano risultati essere non accompagnati, ovvero un numero pari a due volte e mezzo quello registrato nel 2013. Si tratta per la maggior parte di ragazzi tra i 15 e i 17 anni, originari dell’Eritrea (3.394), dell’Egitto (2.007) e della Somalia (1.481).

        Da menzionare anche l’elevato flusso migratorio via mare dalla Siria: nel 2014, infatti, erano sbarcati 10.965 minori (10.020 accompagnati e 945 non accompagnati). Alla data di stesura del Rapporto, infine, erano oltre 500 i minori ancora in attesa del collocamento in comunità, che si trovano, da mesi, in strutture temporaneamente adibite alla loro accoglienza, attivate “in emergenza” a livello locale, in Sicilia, Puglia e Calabria.

        *Alla cui stesura ha partecipato anche Anffas Onlus

        **A cui aderisce Anffas Onlus

        Per approfondire

        Leggi la nostra news sul Rapporto

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          UNA “FOTOGRAFIA” DELLE MALATTIE RARE

          Fonte www.superando.it – Sono stati presentati nei giorni scorsi a Roma i risultati della ricerca denominata Laboratorio Malattie Rare: epidemiologia e utilizzazione dei servizi sanitari nel contesto delle Malattie Rare, studio sviluppato grazie alla collaborazione tra il CREA Sanità (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità), diretto da Federico Spandonaro e il CRISP (Centro di Ricerca Interuniversitario per i Servizi di Pubblica Utilità) dell’Università Bicocca di Milano, diretto da Mario Mezzanzanica, con un gruppo di esperti di cui hanno fatto parte anche Erica Daina, referente per il Centro di Coordinamento della Rete Regionale Malattie Rare della Lombardia e Carlo Zocchetti, direttore dell’Ufficio Struttura Sistemi di Remunerazione ed Epidemiologia della Regione Lombardia.

          L’obiettivo è stato quello di fornire un documento dettagliato a supporto delle decisioni pubbliche, stimando da una parte la dimensione e la distribuzione regionale lombarda del fenomeno Malattie Rare e dall’altra l’impatto economico-organizzativo di esso sui servizi sanitari e sulle ASL.

          Senza ombra di dubbio, le Malattie Rare rappresentano un importante banco di prova per i Servizi Sanitari, sia per gli aspetti etici legati ai bisogni di una fascia di popolazione fragile e numericamente esigua, sia per la sfida che si presenta all’organizzazione assistenziale, chiamata a rispondere in modo sempre più tempestivo e fortemente individualizzato.

          Un tema verso il quale negli ultimi anni è cresciuta molto l’attenzione, insieme alla consapevolezza dell’impatto che tali patologie hanno prima di tutto sui pazienti, sulle loro famiglie e sugli operatori sanitari, e più in generale a livello sociale.

          Un argomento certamente complesso da un punto di vista gestionale, da affrontare attraverso un’attenta analisi delle evidenze scientifiche, base imprescindibile per decisioni ponderate e a vantaggio della comunità dei pazienti.

          Lo studio – che ha utilizzato il 2012 come finestra di osservazione – ha evidenziato come in Lombardia 44.548 soggetti risultino in possesso di un’esenzione per una o più Malattie Rare, con una significativa differenza di genere e di distribuzione per ASL. All’interno della popolazione in studio, circa il 16,5% era colpito da condizioni “ultra-rare”, ovvero con una prevalenza inferiore a un individuo ogni 50.000 abitanti, e con una concentrazione più alta nella fascia di età giovane. La spesa media annua per Malato Raro ammontava a 5.003,10 euro, valore paragonabile a quello mediamente sostenuto, a livello regionale, per un malato oncologico (5.002,50 euro) e comunque inferiore a quello di un soggetto trapiantato (23.495,30 euro) o con insufficienza renale (12.058,20 euro).

          E ancora, la variabilità della spesa media per soggetto esente per Malattia Rara risulta significativa a livello di singole ASL, così come anche dal confronto della prevalenza per fasce di età.

          Partendo poi da dati già noti grazie a studi precedenti, ovvero l’evidenza che fino al 40% dei soggetti affetti da una Malattia Rara riceve in prima battuta una diagnosi sbagliata, con potenziale utilizzo non appropriato di risorse – e che il ritardo medio alla diagnosi è compreso in un intervallo che va dai 5,6 ai 7,5 anni, lo studio ha stimato in sei anni e mezzo il ritardo diagnostico medio degli oltre 22.000 soggetti presenti, al 2012, nel Registro Lombardo delle Malattie Rare.

          Anche in questo caso è stata documentata una grande variabilità, oltreché – per talune patologie – l’evidenza di pronte diagnosi e prese in carico. Il prodotto finale, quindi, è stato una “fotografia” dettagliata e molto variegata dell’“Universo Malattie Rare”, che ha messo a disposizione elementi quantitativi utili a una più razionale predisposizione dei modelli di presa in carico dei pazienti e a una gestione più efficace ed efficiente da parte del Servizio Sanitario.

          Per ulteriori informazioni e approfondimenti

          ufficiostampa@osservatoriomalattierare.it

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            SINDROME DI DOWN: LA CORTECCIA CEREBRALE RISULTA PIÙ SPESSA IN VARIE REGIONI DEL CERVELLO

            Fonte www.quotidianosanita.itLo spessore della corteccia cerebrale potrebbe essere un elemento ‘chiave’ per comprendere meglio lo sviluppo cerebrale nelle persone con sindrome di Down: lo afferma uno studio scientifico condotto dalla Drexel University, che ha individuato nel maggiore spessore della corteccia cerebrale dei bambini con sindrome di Down un segno distintivo di questa sindrome.

            Lo studio è stato pubblicato su Cerebral Cortex. Secondo i ricercatori, il risultato potrebbe anche fornire indizi sul perché individui con questo disordine del neurosviluppo sono statisticamente più soggetti a sviluppare l’Alzheimer in età avanzata.

            Lo studio è stato condotto da Nancy Raitano Lee (PhD, assistant professor alla Drexel University e psicologo presso College of Arts and Sciences di Drexel) in collaborazione con i colleghi del National Institute of Mental Health, che hanno utilizzato l’imaging cerebrale a risonanza magnetica MRI.

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              IRLANDA INDIETRO SUI DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ

              Fonte www.e-include.eu – L’Irlanda ancora non riesce a rispettare in pieno l’International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights, accordo che prevede il dovere di rispettare i diritti economici, sociali e culturali di tutti i cittadini, compresi quelli con disabilità.

              Inclusion Ireland, però, ha evidenziato come, ad esempio, in Irlanda solo il 30% dei cittadini con disabilità ha un lavoro, circa 3.000 vivono in istituti e le persone con disabilità intellettiva hanno molti limiti legali al diritto ad avere una vita affettiva.

              I dati sui cittadini irlandesi con disabilità – cirdca 600.000, il 13 % della popolazione – fanno parte del Rapporto “Our Voice, Our Rights” che ha verificato lo stato dei diritti umani in Irlanda sottolineando la necessità di un maggiore impegno da parte del Governo per migliorare la tutela dei diritti, in particolare di quelli delle persone con disabilità.

              Per leggere l’articolo completo, in lingua inglese, clicca qui