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In Calabria si spende più per gli eventi che per il welfare

Nel solo 2016, la spesa pro capite messa in campo dai Comuni per far fronte alle rette di ricovero in strutture per anziani, minori e portatori di handicap è stata ben 11 volte inferiore alla media italiana

Fonte http://www.vita.it/it/article/2018/06/21/in-calabria-si-spende-piu-per-gli-eventi-che-per-il-welfare/147299/ – Esiste un divario territoriale e un dualismo Nord-Sud anche in materia di assistenza alle persone con fragilità. Sono i comuni friulani, infatti, con una spesa pro capite pari a 63,37 euro, a collocarsi sul podio delle amministrazioni comunali maggiormente “sensibili” per la spesa indirizzata alle rette di ricovero in strutture per anziani, minori e portatori di handicap seguiti dai comuni laziali (46,83 euro pro capite) e dai comuni lombardi (39,33 euro pro capite). Sul versante opposto, maglia nera agli enti locali valdostani, che spendono 1,34 euro per ogni cittadino, seguiti da quelli calabresi e campani rispettivamente con un “esborso” pro capite pari a 2,13 euro e a 3,75 euro.

È quanto emerge da una Nota scientifica dell’Istituto Demoskopika che, da un lato, ha misurato, seppur in maniera preliminare, l’operato delle amministrazioni comunali in materia di assistenza alle categorie più fragili attraverso le voci di spesa riguardanti le “Rette di ricovero in strutture per anziani/minori/handicap ed altri servizi connessi” e, dall’altro, ha generato un confronto con le risorse destinate alle organizzazioni e alle manifestazioni di fiere, eventi e convegni.

«Abbiamo volutamente scelto due categorie di spesa così distanti tra loro», spiega Federica Roccisano, responsabile del dipartimento Welfare dell’Istituto Demoskopika, «proprio per misurare la sensibilità degli amministratori locali al momento della ripartizione delle spese nei bilanci comunali e della liquidazione dei mandati. È opportuno, infatti, sottolineare che mentre la spesa per il cosiddetto loisir, e quindi l’organizzazione di fiere ed eventi, è una spesa opportuna sì per creare sviluppo locale e attivare manifestazioni culturali ma non obbligatoria, la spesa per l’assistenza delle persone più fragili», precisa ancora Federica Roccisano, «è obbligatoria ai sensi della legge nazionale 328/2000, prevedendo che i Comuni siano titolari della gestione di interventi e di servizi socio-assistenziali a favore dei cittadini».

«In questo quadro, la spesa per il servizio, e quindi, il livello di compartecipazione alla retta, è vincolata alle disponibilità di bilancio degli enti e alla programmazione delle priorità scelte dalla politica al momento della composizione del bilancio. È in virtù di questo ultimo aspetto, della scelta su cosa rendere prioritario al momento della ripartizione della spesa, pertanto», conclude la responsabile del del dipartimento Welfare dell’Istituto Demoskopika, «che le due voci di spesa diventano comparabili tra loro e utili quali indicatori preliminari del livello di sensibilità dei decisori politici e della pubblica amministrazione in generale».

E dallo studio, inoltre, emerge che se per la voce dedicata agli eventi e alle manifestazioni fieristiche la media nazionale è di 3 euro e gli enti comunali nelle varie regioni mantengono livelli di spesa compresi tra un minimo di 2,05 euro per i comuni piemontesi e un massimo di 9,07 euro per i comuni friulani, il divario in materia di rette e, quindi, di assistenza ai più fragili, è molto più ampio, con una media nazionale pari a 24,01 euro pro capite e livelli massimi e minimi molto distanti tra loro.

Un ulteriore orientamento significativo è che i comuni valdostani e calabresi non solo hanno una spesa pro capite destinata alle politiche sociali molto più bassa di quella dei comuni più sensibili, ma spendono addirittura di più per l’organizzazione delle fiere e degli eventi che per l’assistenza alle persone con fragilità.

In particolare, eccezion fatta per la provincia di Catanzaro che ha “investito” 6,63 euro pro capite per le rette a fronte di 2,72 euro per gli eventi, in tutti gli altri sistemi provinciali calabresi i pagamenti rilevati per l’organizzazione di eventi, fiere e convegni risulta prevalente: Reggio Calabria ha speso 0,16 euro per le rette e 1,78 euro pro capite per gli eventi; Cosenza ha speso 2,03 euro per le rette e 3,04 euro pro capite per gli eventi; Vibo Valentia ha speso 0,61 euro per le rette e 1,24 euro pro capite per gli eventi. Infine, le realtà comunali della provincia di Crotone hanno emesso mandati per 0,80 euro per l’assistenza sociale a fronte di euro 2,68 per le manifestazioni culturali.

Tuttavia, occorre precisare che nell’Ente regionale della Valle D’Aosta una parte corposa di servizi sociali è gestita direttamente dalla Regione con un intervento di 17 milioni di euro (dato 2015) che rapportati ai residenti della regione corrispondono a 133 euro per abitante. Mentre la Regione Calabria, dove ancora oggi c’è un confronto istituzionale in corso sull’applicazione della legge 328/2000 e sul passaggio effettivo delle deleghe ai comuni nella gestione delle politiche sociali, nel 2016 ha speso 35 milioni di euro per servizi di assistenza alle persone con fragilità, un valore pari a 18,24 euro pro capite, ancora molto distante dai livelli di spesa delle aree più sensibili.


Alcune precisazioni metodologiche
Per valutare il livello di sensibilità delle governance locali sono state individuate quali termini di confronto due voci spesa: le “Rette di ricovero in strutture per anziani/minori/handicap ed altri servizi connessi” e la spesa destinata alle organizzazioni e manifestazioni di fiere e convegni. In entrambi i casi abbiamo utilizzato i dati SIOPE, relativi al 2016, il sistema di rilevazione telematica degli incassi e dei pagamenti effettuati dai tesorieri di tutte le PA (amministrazioni centrali e locali, università, ASL e altri enti pubblici, come Enti di ricerca, di previdenza, gestori di parchi, etc.) e che nato dalla collaborazione tra la Ragioneria Generale dello Stato(RGS), la Banca d’Italia e l’ISTAT.

Nel primo caso, quello delle rette per l’assistenza di anziani/minori/handicap, i Comuni compartecipano alle spese degli utenti mediante convenzioni con le strutture e/o attraverso bandi dedicati all’attivazione di servizi e al ricovero degli utenti. Nel secondo caso, le scelte delle amministrazioni possono prevedere spese di fiere ed eventi organizzate direttamente dal Comune o l’attivazione di bandi e manifestazioni di interesse per associazioni culturali e altri beneficiari.

Per meglio consentire una confrontabilità tra realtà regionali differenti, infine, i dati rilevati sono stati successivamente rapportati alla popolazione residente in ciascuna regione per ottenere i valori pro capite.

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    Non semplici disservizi, ma vere discriminazioni per cui chiedere giustizia

    Fonte www.superando.it – Quante volte i bagni di un locale pubblico sono inaccessibili oppure chiusi per via di una cattiva organizzazione? Nel caso però di una persona con disabilità recatasi in un Autogrill e rivoltasi poi alla SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), c’è un fatto nuovo ed è che si può avere giustizia, ottenendo anche un risarcimento. «Siamo così abituati a subire disservizi di ogni genere che li riteniamo “normali” e irrisolvibili – commenta Rodolfo Dalla Mora, presidente della SIDIMA – e invece anche queste sono discriminazioni, per le quali possiamo ottenere giustizia»

    Una persona in carrozzina viaggia su un’autostrada del Nord Italia; decide per una sosta in Autogrill, rigorosamente uno di quelli contrassegnati dal simbolo dell’accessibilità. Il locale, in effetti, è senza barriere architettoniche, e il bagno pure, ma… Ma non ci si può entrare! Infatti, le chiavi del bagno per disabili sono state affidate agli operatori delle pulizie, i quali però si recano nella struttura solamente in determinate fasce orarie. Quando loro non ci sono, in quel bagno non si va!

    Quante storie come questa di ordinaria discriminazione nei confronti delle persone con disabilità si potrebbero raccontare? Quante volte succede loro di non trovare bagni accessibili o, in modo ancor più assurdo, di trovarli chiusi per via di una cattiva organizzazione?
    Questa volta, però, c’è un fatto nuovo ed è che si può avere giustizia, ottenendo anche un risarcimento, oltre alla soluzione del problema.
    Nel caso specifico, infatti, la persona coinvolta ha chiesto aiuto al Servizio Legale Antidiscriminazione della SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), che ha preso in carico la situazione tramite l’avvocato Dirk Campajola. Il legale ha dapprima inviato alcune raccomandate alla Società Autogrill, poi, non ricevendo alcuna risposta, ha deciso di depositare un ricorso per discriminazione ai sensi della Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni).
    Non c’è stato però bisogno di arrivare al Tribunale: a quel punto, infatti, Autogrill, vedendosi citata in giudizio, ha risposto, preferendo raggiungere un accordo per evitare di andare davanti al Giudice. Oltre quindi a garantire la consegna delle chiavi del bagno al personale del bar, la relativa transazione ha accordato al ricorrente 600 euro di risarcimento, comprensive delle spese legali.

    «Transazioni del genere avvengono di frequente – sottolinea Rodolfo Dalla Mora, presidente della SIDIMA – perché le aziende preferiscono evitare lunghi e costosi procedimenti legali, specie quando il loro errore è palese. Purtroppo, poche persone lo sanno: siamo così abituati a subire disservizi di ogni genere che li riteniamo “normali” e irrisolvibili, e ci rassegnamo a sopportarli. Invece anche questi disservizi sono discriminazioni, vietate dalla Legge, per le quali possiamo ottenere giustizia».

    Ma quanto costa difendere i propri diritti? Accade infatti che molte persone preferiscano  “passar sopra” a episodi come questo, perché spaventate dai tempi, i costi e lo stress di un’azione legale. «Dobbiamo sfatare questo mito – dichiara Dalla Mora – dal momento che spesso i risarcimenti accordati includono anche le spese legali, per cui il cittadino alla fine non spende niente, anzi magari gli resta in tasca qualcosa».
    Com’è ovvio, però, dipende sempre dal caso specifico e proprio per questo il Servizio Legale della SIDIMA offre gratuitamente ai propri Soci una valutazione del caso, nonché l’invio della prima lettera di diffida, che a volte è sufficiente a “motivare” la controparte verso la risoluzione del problema.

    E se invece la controversia si protrae? Tra scambi di raccomandate e fissazioni di udienze, possono passare anche diversi mesi. «È comunque meno tempo – puntualizza il Presidente della SIDIMA – di quello che spendiamo inviando lettere di protesta in prima persona e facendo pressioni che non ottengono ascolto, Con la differenza, inoltre, che la persona discriminata non ha grosse incombenze: può essere dunque un alleggerimento anche psicologico». «Insomma – conclude – istituendo un nostro Servizio Legale abbiamo voluto dare un’opportunità in più ai cittadini, per l’effettiva attuazione dei loro diritti, che troppo spesso rimangono solo sulla carta». (S.F. e S.B.)

    Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa SIDIMA (Salvatore Ferragina), stampa.sidima@gmail.com.
    Per informazioni specifiche sul Servizio Legale della SIDIMA: serviziolegale.sidima@gmail.com.

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      “Da assistiti a contribuenti”, ecco i lavoratori con sindrome di Down

      Fonte www.redattoresociale.it – Il lavoro delle persone con disabilità non è solo un diritto o una “terapia”, ma può e deve essere una vera e propria risorsa produttiva, economica e sociale: è quanto intende affermare e dimostrare il progetto “Lavoratori con sindrome di Down: da assistiti a contribuenti”, della durata di 12 mesi, proposto dall’Associazione italiana Persone Down onlus e finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità.

      Obiettivi principali dell’iniziativa sono: creare lavoro attraverso la formazione di operatori specializzati negli inserimenti lavorativi, aumentare la consapevolezza delle persone con sindrome di Down sulle proprie potenzialità di futuri lavoratori e sensibilizzare le aziende presenti sul territorio. Il progetto coinvolge 9 operatori, 18 persone con sindrome di Down e loro famiglie di 9 sezioni Aipd di 6 regioni italiane (Belluno, Cosenza, Frosinone, Grosseto, Latina, Oristano, Potenza, Roma, Vulture).

      Secondo un’indagine condotta da Aipd nel 2017 su 51 delle proprie sezioni, su 1.374 persone con sindrome di Down maggiorenni aderenti alla rete, solo 168 (il 12% circa) lavora con un regolare contratto.

      Il progetto prevede una serie di azioni: consulenza, informazione e formazione in presenza (incontri di formazione per familiari, percorsi di orientamento e formazione per giovani con sindrome di Down) e a distanza (tramite corso online e telefono), azioni di sensibilizzazione del mondo aziendale/istituzionale e monitoraggio e tutoraggio in situazione e l’avvio di nuovi servizi di inserimento lavorativo (SIL) presso le sezioni che ne sono sprovviste.

      “Tali azioni – spiega Monica Berarducci, responsabile dell’Osservatorio sul mondo del Lavoro di Aipd nazionale – coinvolgeranno direttamente le organizzazioni partecipanti rendendole protagoniste, con l’obiettivo di scardinare il pregiudizio che consiste nel pensare che l’inserimento lavorativo delle persone con sindrome Down è solo un’opportunità ‘occupazionale’ o terapeutica, quindi un peso per l’impresa e non un contributo alla produttività aziendale. Importante anche il lavoro sulle famiglie, che per prime concepiscono ancora il proprio figlio come un bambino o il suo inserimento lavorativo come un modo per occupare il ‘tempo’, con un atteggiamento assistenziale ed iperprotettivo che limita l’acquisizione dell’identità adulta/lavorativa e l’emancipazione in generale”.

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        Tutti hanno l’imperativo morale di sostenere i diritti delle persone con disabilità

        Fonte www.un.org – “Cementare e proteggere i diritti di circa 1,5 miliardi di persone in tutto il mondo in conformità con la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità è un imperativo morale”, ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, martedì scorso.

        Stava affrontando una conferenza dei firmatari della Convenzione presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York, descrivendolo come uno dei trattati internazionali sui diritti umani più ampiamente ratificati, il quale ribadisce che le persone con disabilità hanno diritto allo stesso trattamento di chiunque altro.

        “Ma firmare e ratificare la Convenzione non è abbastanza. L’implementazione è essenziale “, ha affermato Guterres. “Le società devono essere organizzate in modo che tutte le persone, incluse quelle con disabilità, possano esercitare liberamente i propri diritti”.

        Il Segretario Generale ha sottolineato che i paesi applicano la Convenzione alle loro politiche di sviluppo, agli investimenti e ai sistemi legali, che rappresenta un passo importante “se vogliamo rispettare l’impegno centrale dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: non lasciare nessuno indietro”.

        “Non possiamo permetterci di ignorare o emarginare i contributi di 1,5 miliardi di persone”, ha affermato, sottolineando che è necessario fare di più per le persone con disabilità per partecipare pienamente alla società.

        Le persone con disabilità spesso affrontano spesso discriminazioni, stereotipi e mancanza di rispetto per i loro diritti umani fondamentali – con donne e ragazze colpite in modo sproporzionato.

        “Ogni minuto, più di 30 donne sono gravemente ferite o hanno delle disabilità durante il parto”, ha spiegato il capo dell’ONU.

        Inoltre, donne e ragazze con disabilità affrontano molteplici ostacoli all’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e ai posti di lavoro.

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        Verso un reale contrasto alla segregazione delle persone con disabilità?

        Fonte www.superando.it – «La Relazione del Garante riconosce come fondate e legittime le istanze e gli approfondimenti che riproponiamo con insistenza negli ultimi anni in materia di segregazione delle persone con disabilità»: così Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH, commenta i contenuti della Relazione Annuale elaborata da Mauro Palma, Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Detenute o Private della Libertà Personale. «Forse – aggiunge Falabella – potremmo essere davvero all’avvio di un reale contrasto alla segregazione delle persone con disabilità e di garanzia della loro vita indipendente»

        «Quello del 15 giugno è stato un giorno importante per la nostra Federazione, durante il quale sono state condivise e riconosciute come fondate e legittime le istanze, le rivendicazioni, le proposte, gli approfondimenti che riproponiamo con insistenza negli ultimi anni in materia di segregazione delle persone con disabilità. È stata inoltre premiata la determinazione che ha guidato la specifica Conferenza di Consenso sulla segregazione da noi promossa un anno fa, e anche il nostro recente Congresso Nazionale, che ha nuovamente ribadito la centralità del tema e soprattutto l’avere cercato e trovato interlocuzione nel Garante Nazionale, nostro ospite in entrambe le occasioni».
        Così, un soddisfatto Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), commenta la conferenza durante la quale Mauro Palma, Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Detenute o Private della Libertà Personale, ha anticipato i contenuti della propria Relazione Annuale, depositata poi in Parlamento.
        Per l’occasione erano presenti le Presidenze di Senato e Camera e i referenti dei massimi organi istituzionali, tra cui quelli della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato, della Corte dei Conti e del Ministero della Giustizia.

        Nella Relazione di quest’anno, ha premesso innanzitutto Palma, spicca subito una novità: l’area della libertà e della salute, «volutamente posta – ha sottolineato – come prima delle aree di analisi, ampliandola al monitoraggio delle strutture residenziali per disabili e anziani, ove si concretizzi di fatto una privazione della libertà. Sono le strutture che in àmbito internazionale vengono definite come Social Care Home».
        «Sono questi dati – ha proseguito Palma – a far comprendere la vastità del mandato di monitoraggio che lo rendono impossibile senza la costruzione di referenti territoriali del Garante Nazionale e senza il supporto degli Istituti di Ricerca, di altre Istituzioni e dell’importante ruolo dell’Associazionismo di settore. Da qui lo sviluppo di alcuni Protocolli tra il Garante e altre Istituzioni per la costruzione di un’Anagrafe che è stata realizzata classificando le strutture in base alle prestazioni erogate (sanitarie; socio-sanitarie; sociali) e al grado di residenzialità (residenziale; semiresidenziale)».

        «Il Garante – viene ulteriormente annotato dalla FISH – ha proseguito con una serie di affermazioni che la nostra Federazione non può che riconoscere come proprie». Si fa riferimento, in particolare, alle seguenti parole: «L’attesa del mondo della disabilità è stata centrata nella fiducia in questa Istituzione nuova, il Garante Nazionale, che ha assunto l’impegno di monitorare il variegato mondo delle strutture per persone vulnerabili e di indirizzare un occhio esterno verso luoghi capillarmente sparsi nel territorio del Paese a volte poco trasparenti. Sono luoghi in cui accudimento e controllo si confondono frequentemente. Luoghi certamente noti alla rete degli affetti di chi vi è ospitato e al variegato mondo del volontariato, ma molto meno alle Istituzioni, forse proprio per la supposta residualità del ruolo sociale delle persone che vi risiedono; le quali vi entrano spesso volontariamente, ma nel tempo rischiano, per una serie di imprevedibili fattori, di divenire di fatto private della libertà. Proprio per questo abbiamo voluto inserire questo settore d’azione del Garante come primo capitolo tematico di questa Relazione e voglio leggere la nuova previsione di un Dicastero rivolto, nel proprio mandato, anche alla disabilità come l’indicazione di un’accelerazione nel processo d’integrazione dei relativi problemi all’interno del quadro complessivo della tutela dei diritti di tutti e non come separazione da quest’ultimo».

        E ancora, rispetto ai trattamenti sanitari obbligatori e alla salute mentale, Palma ha sottolineato che a colpire maggiormente «è la mancanza di dati certi che peraltro rende molto più difficile l’attività di monitoraggio e quindi la possibilità di prevenire situazioni che potrebbero ledere i diritti delle persone. Per colmare tale lacuna, il Garante raccomanda che sia predisposto un Registro nazionale dei trattamenti sanitari obbligatori, in cui siano riportate una serie di informazioni, quali il numero complessivo dei pazienti ricoverati nei diversi Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura; il numero complessivo dei pazienti sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio e la durata per ciascun caso; il numero di coloro che sono sottoposti a trattamento sanitario volontario; la data di inizio del trattamento; la durata presumibile all’atto dell’ingresso e la durata effettiva dello stesso; l’eventuale uso della contenzione (nelle sue diverse declinazioni) e la sua durata; la conversione del trattamento da obbligatorio a volontario per avvenuto consenso».

        «Un giorno, quindi, davvero importante – conclude Falabella – che potrebbe segnare l’avvio di un reale contrasto alla segregazione delle persone con disabilità e di garanzia della vita indipendente, come previsto dall’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, brillanetmente citato dal Garante nella sua Relazione». (S.B.)

        Alcuni dati tratti dalla Relazione al Parlamento 2018 del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Detenute o Private della Libertà Personale*
        In Italia, nel 2014, i presìdi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari pubblici e privati ospitavano complessivamente 273.316 persone con disabilità e non autosufficienza, pari al 70,8% del numero totale di ospiti (si parla dei cosiddetti istituti, RSA, comunità, strutture di tipo familiare).
        Di questi: 3.147 erano minori con disabilità e disturbi mentali dell’età evolutiva; 51.593 adulti con disabilità e patologia psichiatrica; 218.576 anziani non autosufficienti. Dunque, poco più dell’83% degli ospiti con disabilità e non autosufficienza presenti nelle strutture residenziali erano anziani non autosufficienti. In particolare, va rilevato che nell’81,6% dei casi si trattava di anziani non autosufficienti cui veniva garantito un livello di assistenza sanitaria medio-alto, ossia trattamenti medico-sanitari estensivi per la non autosufficienza (livello medio) o intensivi per il supporto delle funzioni vitali (livello alto). Si può quindi parlare per lo più di anziani in condizioni di gravità.
        Inoltre, nel 98,3% dei casi erano ospiti di strutture che non riproducevano le condizioni di vita familiari e avrebbero dunque potuto risultare come potenzialmente segreganti.
        Allo stesso modo, il 93,2% dei 32.648 posti letto rivolti alle persone con disabilità risultavano collocati in strutture che non riproducevano l’ambiente della casa familiare.

        *A questo link è disponibile il testo integrale della Relazione (segnaliamo che i capitoli 18, Disabilità e inclusione e 19, Il Garante nazionale e la disabilità, sono alle pp. 151-155.

        Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it.

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          Due anni di dopo di noi: Anffas fotografa l’impatto della legge

          Fonte www.vita.it – A due anni esatti dall’approvazione della legge, la Fondazione Nazionale Anffas Dopo di NOI presenta una ricerca empirica che fotografa l’impatto della norma. Solo il 40% delle Associazioni dichiara che nella propria Regione ci sono stati i bandi per accedere alle risorse, per 344 richieste di contributo mappate. Il 39% delle associazioni Anffas ha già attivato un progetto coerente con la legge 112/2016. Alta la consapevolezza che la de-istituzionalizzione è un cambio di paradigma che si può realizzare solo lavorando in sinergia. L’intervista a Emilio Rota

          Qual è l’impatto della legge sul dopo di noi? A due anni esatti dall’approvazione della legge 112/2016 (era il 14 giugno 2016) e in attesa della annuale relazione al Parlamento sull’attuazione della legge, prevista per giugno (l’anno scorso la prima relazione in realtà arrivò a dicembre), la Fondazione Nazionale Anffas Dopo di NOI ha presentato oggi una ricerca empirica realizzata tra le sue associazioni. Anffas oggi e domani è riunita a Roma per l’Assemblea nazionale, un appuntamento particolarmente importante quest’anno perché è il sessantesimo anniversario dalla fondazione dell’associazione. «La legge è oggi in prima applicazione: in “rodaggio” dove muove i primi passi, in “gestazione” nella maggior parte delle Regioni che stanno facendo più fatica del previsto ad applicarla, rallentata dalla farraginosità burocratica, segno evidente che va intensificato il lavoro di sensibilizzazione culturale, di proposta politica ed istituzionale per la sua applicazione sollecita e corretta. È necessaria quindi un’azione di sostegno che aiuti le istituzioni, gli enti locali e le realtà dell’associazionismo e del Terzo settore a “fare strada” ai contenuti della legge, inaugurando una nuova stagione di intervento che ritrovi slancio nel lavorare insieme ed avviare così una nuova stagione di progetti di vita, promuovendo con forza il pensiero Anffas a sostegno della corretta applicazione della legge», ha detto Emilio Rota, presidente della Fondazione Nazionale Anffas Dopo di NOI nella sua relazione.

          Presidente, che cos’è questa ricerca?
          Abbiamo interpellato le nostre associazioni Anffas per capire che cosa sta “bollendo in pentola” sul dopo di noi, per passare come diciamo spesso dalle parole ai fatti. Hanno partecipato 167 realtà, di fatto il 99,9% delle nostre associazioni. Si tratta di un questionario di dieci domande, che ci ha permesso di fotografare l’impatto della norma nel circuito associativo e da cui ora dovremo individuare di conseguenza le strategie migliori a sostegno dei percorsi di deistituzionalizzazione e per dare gambe e prospettiva ai nuovi progetti di vita. L’indagine è stata realizzata tra febbraio e marzo, ora dovremo entrare nel dettaglio con l’analisi dei risultati.

          Quali sono le prime evidenze?
          Innanzitutto, tutte le associazioni sono al corrente dell’esistenza della legge in questione, sembra banale dirlo ma è un dato molto positivo. Sempre a livello di informazione, il 75% delle realtà ha fatto azioni mirate di sensibilizzazione, per promuovere tra gli associati e nella comunità locale la legge e le opportunità che offre. Ci sono stati ad esempio 207 convegni, molti incontri con i famigliari, poi incontri pubblici, seminari… però il 25% non si è ancora attivato, è un dato da approfondire.

          Qual è il grado di attuazione della legge 112, sui territori? Sono stati fatti i bandi per avere accesso ai fondi stanziati?Sappiamo che ci sono ancora solo una minoranza di regioni che hanno emesso i bandi, c’è una grossa difformità, alcune regioni avanti e molte ancora ai blocchi di partenza. Dalle associazioni abbiamo ricevuto 63 risposte positive, 75 negative e 23 che brancolano nel buio. Il dato è che solo il 40% delle associazioni ad oggi ha visto il bando sul proprio territorio.

          Che cosa hanno chiesto le persone con disabilità nei nuovi progetti di vita per il dopo di noi?
          Abbiamo raccolto 46 risposte dalle associazioni, che ci consentono di “mappare” 344 richieste di contributo per nuovi progetti di vita da attivare. I dati? Al primo posto ci sono i percorsi di accompagnamento, poi le richieste per il cohousing, per gli appartamenti gestiti da un ente, per un appartamento gestito da famiglie, poi a scendere un contributo per l’affitto o per la ristrutturazione. Le associazioni che dicono di non essere in grado di stimare quanti associati hanno presentato una richiesta per il contributo a valere sul fondo della legge 112 sono state 116, quindi in proporzione le richieste potrebbero aumentare di molto.

          È necessaria quindi un’azione di sostegno che aiuti le istituzioni, gli enti locali e le realtà dell’associazionismo e del terzo settore a “fare strada” ai contenuti della legge, inaugurando una nuova stagione di intervento che ritrovi slancio nel lavorare insieme ed avviare così una nuova stagione di progetti di vita

          Emilio Rota

          Veniamo al ruolo delle associazioni: quale supporto è stato chiesto all’associazione per i progetti di vita?
          Il 74% ha ricevuto richiesta di supporto, il 26% ancora no: qui si palesa l’assenza di volontà nell’affrontare il problema, che però – non mi stanco di dirlo – è incomprimibile ma non imprevedibile. Ci sono state richieste di supporto generico, richieste per sostenere l’istanza di accesso, richieste di supporto su progetto, di supporto per il personale, richieste su questioni abitative e legali.

          Le associazioni Anffas hanno già attivato progetti di vita coerenti con i contenuti della legge 112?
          Il 61% no, il 39% sì e le risposte affermative sono relative a 306 progetti di vita coerenti con la 112. Qualcosa quindi si è già mosso. I percorsi di accompagnamento anche qui rappresentano circa il 50%. Non è facile partire. Tuttavia io continuo a vedere positivo. Interessante ad esempio è che ben 103 associazioni dichiarino di operare già con altri enti pubblici o del privato sociale e 59 dicano che intendono sviluppare sinergie, è un segnale importante, vuol dire che c’è la consapevolezza che da soli non ce la si fa. Una nostra idea è di arrivare ad attivare almeno un progetto coerente con la legge sul dopo di noi in ciascuno dei territori dove Anfass è presente e il 73% delle nostre realtà si dichiara interessato. Diciamo che il dato tre quarti/un quarto torna spesso, c’è da lavorare culturalmente, benché un dato positivo che emerge dalla ricerca è che il 90% circa è interessato a promuovere percorsi di de-istituzionalizzazione che nella logica della CRPD permettano alle persone di scegliere il luogo di vita e con chi. Un altro dato interessate da sottolineare è la diffusione dell’amministrazione di sostegno: avevamo fatto un’indagine una decina di anni fa, che aveva rilevato come ci fossero un 57% interdizioni e inabilitazioni e solo il 16% di amministrazioni di sostegno. Adesso, grazie anche al lavoro culturale fatto dalle associazioni, che nella grandissima parte dei casi ha realizzato percorsi di sensibilizzazione e informazione sul tema, l’interdizione/inabilitazione è scesa al 23%.

          Avete raccolto anche dati sul fronte degli strumenti per la tutela patrimoniale?
          Abbiamo fatto la domanda, ma abbiamo ricevuto dalle associazioni poche risposte. Le famiglie hanno ancora molta riservatezza a trattare questo tema. Dalle risposte che abbiamo ricevuto, vediamo che c’è una propensione per le formule tradizionali, testamenti e legati; cominciano ad affacciarsi le polizze vita; trust, fondi speciali e vincoli sono al 16%.

          Tirando le somme, cosa possiamo dire?
          Cominciamo ad avere dei dati concreti per sostenere l’avvio di nuovi percorsi di de-istituzionalizzazione per le persone con disabilità. Si tratta di un cambio paradigmatico delle politiche di welfare, si tratta di migliorare la comunità in cui viviamo rendendola più accessibile a tutti, più ricca di opportunità differenti e più a misura di ognuno di noi. È la sfida più importante per Anffas tutta e una delle sfide decisive per tutto il Terzo settore.

          In copertina, foto Anffas Cinisello

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            Esami di terza media per alunni con disabilità e DSA

            Fonte www.edscuola.eu – Tenendo sempre come riferimento il D.Lgs 62/2017, è bene sottolineare che le prove Invalsi non fanno più parte dell’Esame di Stato, ma rappresentano un momento del processo valutativo del primo ciclo di istruzione. Inoltre, l’ammissione alla classe successiva e all’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione avviene secondo quanto disposto dal decreto, tenendo a riferimento il piano educativo individualizzato (PEI).

            Gli alunni con disabilità sostengono le prove di esame al termine del primo ciclo di istruzione con l’uso di attrezzature tecniche e sussidi didattici, nonché sono autorizzati all’uso di ogni altra forma di ausilio tecnico loro necessario, utilizzato nel corso dell’anno scolastico per l’attuazione del piano educativo individualizzato. Per quanto riguarda lo svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione, la sottocommissione, sempre sulla base del piano educativo individualizzato, relativo alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all’assistenza eventualmente prevista per l’autonomia e la comunicazione, predispone, se necessario, utilizzando le risorse finanziarie disponibili, prove differenziate idonee a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali.

            Le prove differenziate hanno valore equivalente ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma finale. Inoltre, alle alunne e agli alunni con disabilità che non si presentano agli esami viene rilasciato un attestato di credito formativo. Tale attestato vale comunque come titolo per l’iscrizione e la frequenza della scuola secondaria di secondo grado ovvero dei corsi di istruzione e formazione professionale, ai soli fini del riconoscimento di ulteriori crediti formativi da valere anche per percorsi integrati di istruzione e formazione.

            Alunni con DSA

            Invece per quanto riguarda le alunne e gli alunni con disturbi specifici di apprendimento (DSA) certificati ai sensi della legge 8 ottobre 2010, n. 170, la valutazione degli apprendimenti, incluse l’ammissione e la partecipazione all’esame finale del primo ciclo di istruzione, sono coerenti con il piano didattico personalizzato (PDP) predisposto nella scuola primaria dai docenti contitolari della classe e nella scuola secondaria di primo grado dal consiglio di classe. Per la valutazione delle alunne e degli alunni con DSA le scuole adottano modalità che consentono all’alunno di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento conseguito, mediante l’applicazione delle misure dispensative e degli strumenti compensativi indicati nel piano didattico personalizzato.

            Per quanto riguarda l’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione la commissione può riservare alle alunne e agli alunni con DSA tempi più lunghi di quelli ordinari. Anche in questo caso per tali alunni può essere consentita l’utilizzazione di apparecchiature e strumenti informatici solo nel caso in cui siano già stati impiegati per le verifiche in corso d’anno o comunque siano ritenuti funzionali allo svolgimento dell’esame, senza che venga pregiudicata la validità delle prove scritte.

            Per gli alunni con certificazione di disturbo specifico di apprendimento in cui si prevede la dispensa dalla prova scritta di lingua straniera, in sede di esame di Stato, la sottocommissione stabilisce modalità e contenuti della prova orale sostitutiva della prova scritta di lingua straniera. In casi di particolare gravità del disturbo di apprendimento, anche in comorbilità con altri disturbi o patologie, risultanti dal certificato diagnostico, l’alunno, su richiesta della famiglia e conseguente approvazione del consiglio di classe, è esonerato dall’insegnamento delle lingue straniere e segue un percorso didattico personalizzato.

            In sede di esame di Stato sosterrà pertanto le prove differenziate, coerenti con il percorso svolto, con valore equivalente ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma. Le alunne e gli alunni con DSA dispensati dalla prova scritta di lingua straniera o esonerati dall’insegnamento della lingua straniera non sostengono la prova nazionale di lingua inglese.

            Infine, nel diploma finale rilasciato al termine degli esami del primo ciclo e nelle tabelle affisse all’albo di istituto non viene fatta menzione delle modalità di svolgimento e della differenziazione delle prove.