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ABOLIZIONE DELLE PROVINCE E ALUNNI CON DISABILITÀ

Fonte www.superando.itLa Legge 56/07 (Disposizioni sulle Città Metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni), la cosiddetta “Legge Delrio”, ha notevolmente modificato l’assetto istituzionale, in particolare rispetto alle Province, e, nella fattispecie, riguardo alle loro competenze relative ai servizi per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità. A decorrere dal 1° gennaio 2015, infatti, le Province di Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino e Venezia, più Roma Capitale con disciplina speciale, diverranno Città Metropolitane, subentrando in tutti i rapporti attivi e passivi alle relative Province (articolo 1, comma 16). Ad esse spetterà tra l’altro l’attuazione dell’edilizia scolastica (articolo 1, comma 85, lettera e), nonché le altre competenze che verranno concordate tra Stato e Regioni per tutte le nuove Province (articolo 1 commi, 44 e 89).

Sempre alle Città Metropolitane, inoltre, spetteranno i patrimoni delle Province cui succederanno, e anche per le nuove Province – dette “di area vasta” – si avrà un’attribuzione di competenze sulla base di un’Intesa Stato-Regioni cui seguirà una ripartizione di competenze tra Stato e singole Regioni (articolo 1, comma 91). Infine, sempre sulla base di un’Intesa Stato-Regioni, lo Stato provvederà con propri decreti all’assegnazione dei patrimoni e delle risorse alle nuove Province (articolo 1, comma 92).

Fino a quando, dunque, il nuovo assetto non avrà trovato piena attuazione, stante il principio della successione delle Città Metropolitane e delle Province “di area vasta” in tutti i rapporti attivi e passivi delle precedenti Province, i diritti degli alunni con disabilità dovrebbero avere certezza di soggetti tenuti a soddisfarli.

Una volta realizzata la ripartizione delle competenze, però , bisognerà vedere se e quale ente (nuove Città Metropolitane e nuove Province o Unioni di Comuni) dovrà erogare i servizi di trasporto gratuito, di assistenza per l’autonomia e la comunicazione e l’’eliminazione delle barriere architettoniche e sensopercettive per gli alunni con disabilità frequentanti le scuole superiori, nonché per gli alunni con disabilità sensoriali nelle scuole di ogni ordine e grado. E questa è una partita ancora tutta da giocare nel confronto tra Stato e Regioni e nell’àmbito di ogni singola Regione. In realtà, a garanzia dei diritti degli alunni con disabilità dovrebbe giocare un ruolo notevole la Giurisprudenza che ha fornito numerosi chiarimenti in questi ultimi anni. Questo almeno nella fase iniziale di attuazione della nuova normativa, per la cui interpretazione sicuramente insorgeranno conflitti di competenze, dal taglio per lo più “negativo”, in quanto la gestione e l’erogazione di servizi comportano spese; difficilmente, infatti, vi saranno controversie circa conflitti “positivi “ di competenze, cercando ciascun ente di declinare i servizi conseguenti nei confronti degli altri.

Suppongo pertanto che arriveranno vari contenziosi – fatto che ormai si era riusciti a sanare – mentre forse il ricorso agli accordi di programma potrebbe evitare conflitti i cui effetti produrrebbero ritardi nella soddisfazione dei diritti degli alunni con disabilità e comunque una grande incertezza sugli stessi, circa i titolari degli obblighi di erogazione. Già quest’anno, del resto, si sono avute gravi lagnanze per l’assenza o le carenze nei servizi di trasporto e di assistenza per l’autonomia e la comunicazione, da Napoli e dalla Sicilia, fino alla Lombardia. Se quindi lo Stato e le Regioni non provvederanno immediatamente a ridisegnare la ripartizione di competenze amministrative su questa materia, con il prossimo anno scolastico potremmo assistere a un pesante caos amministrativo, con gravissimi danni per gli alunni con disabilità e per le loro famiglie. Quando poi verrà definitivamente approvato il nuovo Titolo V della Costituzione, abolendo del tutto le Province, senza riassegnare immediatamente le attuali competenze amministrative, il caos rischierà di divenire insostenibile.

Si chiede quindi allo Stato e alle Regioni (tranne il Lazio), abbastanza distratte su questo argomento, di recuperare il tempo perduto e provvedere immediatamente con chiarezza. Ci si augura inoltre di non dover assistere a una vera e propria “alluvione di denunce” per «interruzione di pubblico servizio» a causa delle mancate risposte ai diritti incomprimibili degli alunni con disabilità, sanciti dalla legislazione e confermati più volte dalla Corte Costituzionale.

*Già vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e responsabile del Settore Legale dell’Osservatorio Scolastico dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

 

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    ACCESSO ALL’INFORMAZIONE: ESPOSTO CONTRO LA CAMERA DEI DEPUTATI

    Da oltre dieci anni sono vigenti in Italia disposizioni (Legge 9 gennaio 2004, n. 4 e seguente regolamentazione tecnica) che impongono, fra l’altro, che le Pubbliche Amministrazioni forniscano informazioni in modo che siano accessibili e fruibili a tutti i Cittadini. La stessa Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal Parlamento italiano con la Legge 3 marzo 2009, n. 18, afferma e sottolinea il diritto all’accesso all’informazione. Secondo l’articolo 21 le persone con disabilità hanno diritto a ricevere informazioni su base di uguaglianza.

    Quando ciò non accade la discriminazione è evidente. Nonostante ciò ancora oggi, che pur sono disponibili soluzioni tecnologiche diffuse e gratuite, molti siti istituzionali sono ancora inaccessibili alle persone non vedenti o ipovedenti e spesso sono scarsamente fruibili da chiunque. Un esempio evidente FISH* lo ha riscontrato nel sito della Camera dei Deputati.

    Il testo del disegno di legge di stabilità, pubblicato nel sito ufficiale, non risponde ai più elementari requisti (condivisi a livello internazionale) di accessibilità. Ma di questo se ne accorge chiunque abbia tentato di consultare il testo a disposizione: esso è una scannerizzazione che impedisce una ricerca testuale, ad esempio, nelle tabelle di bilancio.

    Ancora più grottesca l’inaccessibilità della VII Relazione sullo stato di applicazione della Legge 68 in materia di collocamento lavorativo delle persone con disabilità.

    FISH ha quindi provveduto ad inviare un circostanziato esposto/segnalazione all’Agenzia Italia Digitale (AgID), organismo, istituito presso la Presidenza del Consiglio, che svolge anche attività di controllo e che ha predisposto uno specifico percorso di segnalazione per queste situazioni (http://www.agid.gov.it/amministrazione-digitale/accessibilita/segnalazione-siti-inaccessibili).

    L’AgID, che certamente rileverà la fondatezza della segnalazione FISH, dovrà chiedere alla Camera l’adeguamento dei servizi erogati, assegnando un termine non superiore a 90 giorni per adempiere. Seguiremo l’evolversi del procedimento. In un’epoca di digitalizzazione spinta, di enfatizzazione della Pubblica Amministrazione digitale e di open data, le persone con disabilità non possono rimanere ancora una volta escluse e discriminate.

    Le pagine e i documenti segnalati sono visibili ai seguenti link:

    Disegno di legge di stabilità 2015

    Relazione sullo stato di attuazione della legge 68/1999 sul collocamento al lavoro delle persone con disabilità

    *FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, cui Anffas Onlus aderisce

     

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      LAVORO, STOP AI CONTRIBUTI PER CHI ASSUME LAVORATORI

      Fonte www.superabile.it – Il fondo per il diritto al lavoro delle persone con disabilità, previsto dalla legge 68/99 sul collocamento obbligatorio, non sarà rifinanziato per l’anno 2015: dopo due anni consecutivi di incremento delle risorse, dunque, non ci saranno più soldi né per dare contributi ai datori di lavoro che assumono lavoratori disabili a tempo indeterminato attraverso le convenzioni né per concedere i rimborsi parziali delle spese sostenute dalle aziende per l’adattamento del posto di lavoro.

      E’ questo l’intendimento del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, presso il quale la legge 68/99 aveva istituito il fondo e che ha il compito ogni anno di procedere al riparto delle somme fra le regioni. Il Fondo, partito con oltre 51 milioni di euro nel 1999-2000, aveva potuto contare fra il 2001 e il 2006 su una cifra annua di poco inferiore ai 31 milioni di euro, diventati poi 37 milioni nel 2007 e 42 milioni annui fra il 2008 e il 2010. Del 2011 la scelta di ridimensionarlo fin quasi all’azzeramento, con un taglio netto superiore al 90%: la dotazione per quell’anno fu di appena 2 milioni 725 mila euro, ulteriormente scesi nel 2012 a 2 milioni 430 mila euro. Primo segnale di ripresa nel 2013, con una dotazione di 12 milioni 590 mila euro, diventati poi 21 milioni 845 mila euro per il 2014.

      Era stato il governo Letta a volere quest’ultimo incremento, anche in considerazione della decisione della Corte di Giustizia europea che nel luglio 2013 richiamò ufficialmente l’Italia per l’inadempienza del nostro paese nel garantire ai lavoratori con disabilità parità di trattamento. La Corte, con sede a Lussemburgo, affermava in quella circostanza che “l’Italia non ha ancora messo in atto misure efficaci ed appropriate per un effettivo inserimento professionale delle persone con disabilità” e chiedeva di porre rimedio quanto prima a questa inadempienza. Nei primi mesi del 2014, il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali aveva provveduto al riparto delle annualità 2013 e 2014 del Fondo, che ancora risultavano giacenti: le risorse stanziate per l’esercizio finanziario 2013 sono state ripartite con il decreto 530 del 21 febbraio 2014 (per un totale appunto di 12.590.387 euro), e quelle relative all’esercizio 2014 con il decreto 155 del 12 maggio 2014 (per 21.845.924 euro). Soldi che, come da normativa, sono andati a soddisfare le richieste relative alle assunzioni a tempo indeterminato stipulate nei 12 mesi precedenti alla data di emanazione dei rispettivi decreti di riparto.

      In particolare, gli oltre 21 milioni di euro del Fondo 2014 – l’ultimo disponibile – sono andati a coprire 1.464 assunzioni avvenute nel periodo compreso fra l’11 maggio 2013 e l’11 maggio 2014.

      Se l’intenzione di non rifinanziare il Fondo per il 2015 sarà confermata, rimarranno senza contributo non solo quei datori di lavoro che assumeranno d’ora in poi, ma anche quelli che hanno già assunto dal 12 maggio 2014 scorso in avanti.

      Per chi ha stipulato convenzioni in tal senso, è una gran brutta notizia: basti pensare che gli oltre 21 milioni dell’ultimo riparto hanno coperto una parte consistente del costo salariale annuo (pari a 28 milioni 679 mila euro) sostenuto per le 1.464 assunzioni di cui sopra (la quota maggiore, 13 milioni di euro su 21 complessivi, era andata a Lombardia, Veneto e Piemonte, le cui aziende avevano assunto da sole circa 850 disabili sui 1.464 totali). La decisione che si profila per il 2015 arriva in un momento particolarmente critico per il lavoro delle persone con disabilità: la Relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 68/99, predisposta proprio dal ministero del Welfare, ha fotografato nel biennio 2012-13 una riduzione dei nuovi avviamenti (calati nel 2013 al minimo storico, poco più di 18 mila) a fronte di un numero di iscritti alle liste del collocamento obbligatorio che rimane molto alto (oltre 676 mila disabili) e ad un numero di posti scoperti rispetto alle quote di riserva che arriva fra pubblico e privato a superare quota 41 mila.

      Istituito presso il ministero del Lavoro e Politiche sociali dall’art. 13, comma 4, della legge 68/99, il Fondo per il diritto al lavoro dei disabili è stata una delle principali innovazioni introdotte da quella normativa e ha rappresentato finora un valido strumento di incentivazione a favore dei datori di lavoro che assumono lavoratori disabili nell’ambito di convenzioni stipulate dalla stessa normativa. Fino al 2007, in verità, aveva finanziato le misure di fiscalizzazione dei contributi previdenziali e assistenziali a carico del datore di lavoro e gli oneri derivanti dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per i disabili tirocinanti, oltre al rimborso forfettario parziale delle spese sostenute per l’adattamento del posto di lavoro.

      In seguito alla modifica attuata con la legge 247/07 è stato poi introdotto in favore dei datori di lavoro un contributo per ogni lavoratore con disabilità assunto a tempo indeterminato attraverso le convenzioni previste dalla legge 68/99; confermando l’agevolazione di tipo economico relativa al rimborso parziale delle spese sostenute per l’adattamento del posto di lavoro. Il contributo per i nuovi assunti può partire dal 25% del costo salariale del soggetto e arrivare per i lavoratori con disabilità più grave fino al 60% del costo salariale. Il tutto a condizione che l’assunzione sia avvenuta con contratto di lavoro a tempo indeterminato e che il rapporto di lavoro sia ancora in essere. Le risorse del fondo nazionale vengono ripartite fra le regioni secondo i criteri individuati nel DM 27 ottobre 2011.

       

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        IL LAVORO È SEMPRE PIÙ UN MIRAGGIO

        Fonte www.superabile.itPer le persone con disabilità il lavoro sta diventando sempre più un miraggio: restano tanti gli iscritti alle liste di collocamento, ma pochi sono gli avviamenti al lavoro e quelli che ci sono si basano sempre più su forme contrattuali poco stabili.

        La crisi economica e occupazionale che investe l’intero paese non fa eccezioni per i lavoratori con disabilità: i dati sono tutti negativi ma del resto “se un datore di lavoro non assume proprio, tanto meno assume lavoratori con disabilità”. A parlare così è Franco Deriu, che per l’Isfol ha curato, insieme al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, la settima relazione al Parlamento sull’attuazione della legge per il diritto al lavoro dei disabili (68/99): il documento, firmato dal ministro Poletti e riguardante gli anni 2012-2013, è stato trasmesso alla Camera e al Senato in piena estate, lo scorso 4 agosto, ma di fatto non era stato finora divulgato.

        Nel testo si legge che a causa della crisi aumentano le aziende che chiedono l’esonero o la sospensione temporanea dall’obbligo di assunzione, ma si capisce anche che in generale i controlli sul rispetto della normativa sono pochissimi, a tal punto che il 22% dei posti riservati ai cittadini con disabilità risultano scoperti.

        Posti di lavoro che, nonostante la crisi, ci sono ma per i quali si continua a non assumere nessuno. La relazione racconta una realtà molto difficile: gli iscritti agli elenchi unici provinciali del collocamento obbligatorio sono stabili intorno a quota 700 mila, anche se alla fine del 2013 il dato scende fino a 676 mila iscritti. Fra questi, in 68 mila si sono iscritti nel corso dell’ultimo anno oggetto di indagine, appunto il 2013.

        Di fronte a questa potenziale platea di lavoratori, gli avviamenti al lavoro sono stati davvero pochi: poco più di 19 mila nel 2012 e ancora meno, 18.295, nel corso del 2013. Ed è il minimo storico, il dato più basso che sia mai stato censito da una relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 68/99: erano stati infatti 22.360 nel 2010 e 22.023 nel 2012. In pratica nel 2013 ogni quattro nuove persone con disabilità che si iscrivono alla lista del collocamento obbligatorio (e che vanno ad aggiungersi ai tanti che già ci sono da tempo), ce n’è solamente uno che trova effettivamente un lavoro (in percentuale viene avviato in un anno il 26,9% dei nuovi iscritti).

        Ma se il termine di paragone sono gli iscritti, il calcolo è ancor più impietoso: un avviamento al lavoro ogni 36 iscritti al collocamento. “Dal 2007 al 2013 – argomenta Deriu – c’è stato un sostanziale dimezzamento degli avviamenti: il dato va però contemperato con la situazione generale, cioè la riduzione del numero dei datori di lavoro obbligati all’assunzione, l’incremento della cassa integrazione, della mobilità e dei dispositivi che consentono di accedere all’istituto della sospensione temporanea dagli obblighi di assunzione”.

        I numeri insomma “sono negativi, ma nel complesso di un mercato del lavoro che sta sviluppando solo dati negativi”.

        Detto che nel caso degli avviamenti l’istituto della convenzione (48,7%) e quello della chiamata nominativa (44,8%) sono le modalità più diffuse (la chiamata numerica si ferma al 6,6%), “c’è – dice Deriu – una chiara inversione di tendenza nelle tipologie contrattuali utilizzate, che ora sono a maggioranza a tempo determinato”.

        Nel 2006 le posizioni a tempo indeterminato erano il 51,6% mentre oggi (dato 2013) sono al 35,1%; quelle a tempo determinato invece sono passate dal 30,6% del 2008 al 57,7% di fine 2013. In tempo di crisi, crescono gli esoneri e le richieste di sospensione temporanea dagli obblighi di assunzione dei disabili: ci sono state nel 2013 oltre 4.600 autorizzazioni in tal senso (il 95% di quelle richieste) per un numero complessivo di posti di lavoro interessati di oltre diecimila.

        Davvero esiguo al confronto il numero delle sanzioni amministrative comminate a chi non rispetta la legge: nel 2013 ci sono state in tutta Italia appena 23 sanzioni per ritardato invio di prospetto informativo e 159 per mancato adempimento degli obblighi di legge (numeri simili nel 2012: rispettivamente 23 e 150).

        In questo quadro di grande difficoltà, si conferma rispetto al passato un dato inequivocabile: quello del grande numero di posti scoperti sia nel privato che nel pubblico. Posti che per legge dovrebbero essere riservati alle persone con disabilità ma che non si trasformano in effettive assunzioni. In totale, in Italia, fra pubblico e privato, al 31 dicembre del 2013 risultavano 186.219 posti di lavoro riservati a soggetti con disabilità, 41.238 dei quali scoperti. E’ il 22%, quasi uno su quattro. Oltre 26 mila di questi sono nel settore privato (su 117 mila complessivi), poco meno di 13 mila sono nel pubblico (su 76 mila posti riservati). La relazione 2012-13 fornisce anche informazioni sulla componente femminile e contiene alcuni focus specifici: uno sui ciechi, uno sui cittadini extracomunitari uno sugli esoneri.

         

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          SINDROME DOWN. INDIVIDUATA POTENZIALE CONNESSIONE CON ALTERAZIONI GENETICHE DELLE ‘CIGLIA’ DELLE CELLULE

          Fonte www.quotidianosanita.itLa sindrome di Down, caratterizzata dalla presenza di una terza copia del cromosoma 21, è una condizione che comporta un ritardo nello sviluppo fisico e cognitivo e, in circa la metà dei casi, un più alto rischio medio della presenza difetti cardiaci congeniti.

          Oggi, il più ampio studio genetico sull’argomento mette in luce variazioni genetiche, in particolare rare delezioni, tra le quali alcune che coinvolgono geni collegati al corretto sviluppo delle ‘ciglia’, strutture cellulari che si estendono dalla superficie delle cellule.

          Ad effettuare la ricerca, è un gruppo di scienziati statunitensi della Emory University School of Medicine in collaborazione con Johns Hopkins University, Oregon Health Science University e University of Pittsburgh; lo studio è pubblicato su Genetics in Medicine.

          Per leggere l’articolo integrale clicca qui

           

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            NON AUTOSUFFICIENZA, RENZI RIEMPIE IL FONDO

            Fonte www.superabile.it – Il fondo per la non autosufficienza avrà a disposizione per il 2015 la stessa cifra che ha avuto nel corso di quest’anno: 350 milioni di euro. Dopo l’impegno assunto dal premier Matteo Renzi dal palco della Leopolda, non dovrebbero esserci dubbi sulla correzione in corsa al testo della legge di stabilità che nella versione firmata dal capo dello Stato e arrivata in Parlamento prevede una somma di 100 milioni inferiore, nel suo complesso, a quella messa a disposizione nel corso del 2014.

            Il dietrofront non basta però a tranquillizzare gli animi, o almeno tutti gli animi, e la mobilitazione delle associazioni delle persone con disabilità, inclusa una manifestazione di protesta programmata per il prossimo 4 novembre, non si ferma. Il “taglio” al Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità gravi e gravissime si stava trasformando in un boomerang personale per il presidente del Consiglio: fin troppo facile ritornare con la memoria ad appena qualche settimana fa, quando un Renzi in maglietta e pantaloncini partecipava al grande tormentone mondiale dell’ice bucket challenge in favore delle persone malate di Sla gettandosi in testa un bel secchio di acqua gelata.

            “Doccia gelata per i malati di Sla, il governo taglia il fondo di 100 milioni”, uno dei titoli più in voga negli ultimi giorni. Al di là dell’effettiva necessità di aumentare il Fondo, era evidente che da un semplice punto di vista comunicativo la faccenda non potesse durare a lungo senza che una correzione in corsa venisse almeno annunciata.

            Il problema è che, anche con un Fondo a quota 350 milioni, si tratta sempre di una cifra giudicata non sufficiente a venire incontro a tutte le esigenze alle quali dovrebbe far fronte. Nel 2014 dei 350 milioni stanziati, 75 erano stati immediatamente indirizzati all’assistenza delle persone con disabilità gravi (inclusi i malati di sclerosi laterale amiotrofica) e dei rimanenti 275 milioni ben il 40% è stato ugualmente destinato, in sede di riparto alle regioni, ai cittadini con disabilità gravi.

            Sia il Comitato 16 novembre, la battagliera sigla che ha portato negli ultimi anni in piazza i malati di Sla, sia la Fish* (Federazione italiana superamento handicap) avevano chiesto nei giorni scorsi un incontro con Renzi , invito che il premier non aveva accolto, e avevano deciso di scendere in piazza dopo aver ricevuto dai sottosegretari a Welfare, Economia e Salute solo generiche rassicurazioni. Dopo le garanzie di Renzi, la Fish vuole vedere tutto nero su bianco: “Aspettiamo intanto che ci sia un riscontro tangibile”, dice il presidente Vincenzo Falabella prima di sottolineare che “quand’anche il Fondo tornasse a quota 350 milioni certo non sarebbe una soddisfazione”. E non lo sarebbe perché “noi abbiamo chiesto una programmazione del Fondo che arrivi ad un miliardo” nel giro di pochi anni: una proposta che il ministero del Welfare aveva fatto propria chiedendo 400 milioni per il 2015, 600 milioni per il 2016 e 1 miliardo per il 2017.

            “Abbiamo anche indicato quali potevano essere a nostro avviso i capitoli su cui intervenire per poter rifinanziare il Fondo e siamo ancora disponibili a dare tutto il nostro supporto”, dice Falabella. L’obiettivo della mobilitazione, che rimane in piedi, è quello di trovare “un segnale forte da parte del governo” con la disponibilità ora, durante l’iter parlamentare, di trovare le cifre che possano far crescere il Fondo in un’ottica di programmazione di lungo periodo.

            Ancor più plateale la presa di posizione del Comitato 16 novembre: “Renzi – dice senza mezzi termini la portavoce Mariangela Lamanna – non ha capito niente e con queste dichiarazioni ufficiali dimostra che non ci ascolta: non c’è bisogno di 350 milioni ma di una cifra di un miliardo da raggiungere in poco tempo. Noi vogliamo un Piano per la non autosufficienza finalizzato all’assistenza domiciliare indiretta, e per fare questo benedetto piano serve un miliardo. Noi di 350 milioni non ce ne facciamo niente. Se Renzi conferma quota 350 milioni non cambia nulla”.

            “Se il governo – rincara – ha aspettato le proteste e l’indignazione delle grosse associazioni per correre ai ripari significa che a monte non c’è l’attenzione dovuta a disabilità: è la prova provata che la disabilità non interessa”.

            Confermata dunque la manifestazione di piazza del 4 novembre: “Siccome Renzi va da tutti e ascolta tutti, noi il 4 siamo lì per parlare con lui, trovi il tempo per venire anche da noi. Noi affrontiamo un viaggio in condizioni critiche, e se possiamo muoverci noi, si può muovere anche lui”.

            *Cui Anffas Onlus aderisce

            Per approfondire

            Leggi il comunicato del Forum Terzo Settore

            Leggi il comunicato Fish

             

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              TAGLI AL FONDO NON AUTOSUFFICIENZA, LE ASSOCIAZIONI FANNO “FRONTE COMUNE”

              Fonte www.superabile.itLe associazioni della disabilità fanno fronte comune contro i tagli ai fondi sociali: per la prima volta Fish, Fand e Comitato 16 novembre dichiarano piena “comunione d’intenti, dopo questo inutile incontro al ministero”. Dichiara Mariangela Lamanna, portavoce dl Comitato, all’uscita dal ministero del Lavoro. Ricevute dai sottosegretari Franca Bindelli (Welfare) ed Enrico Zanetti (Economia), le associazioni si sono sentite semplicemente comunicare lo stanziamento di 250 milioni per il fondo non autosufficienza e di 300 milioni per il fondo politiche sociali.

              Una novità, però, c’è: questi fondi diventano strutturali.

              “ci hanno detto cioè – spiega Lamanna – che non saranno rinegoziati ogni anno, ma diventeranno stabili: era una nostra richieste – osserva – ma questa non è una risposta: piuttosto, un giochino del governo, che mentre rende finalmente strutturale un fondo, al tempo stesso lo riduce a un importo inutile. Con queste cifre, non si costruisce nessun Piano per la non autosufficienza, che è il nostro vero obiettivo”.

              Insoddisfatta anche la Fish, che in una nota diffusa immediatamente dopo l’incontro riferisce: “Oggi le organizzazioni delle persone con disabilità (Fand, Comitato 16 novembre, Fish e Aisla con il vicepresidente Vincenzo Soverino) erano convocate al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali proprio sul tema del Fondo per le non autosufficienze. L’occasione per sottolineare, alla presenza dei sottosegretari al lavoro e all’economia, l’enorme distanza fra gli impegni espressi nel recentissimo passato e la drammatica concretezza del presente. Franca Biondelli ha riportato il fatto che il ministero aveva richiesto di inserire una previsione di spesa di 350 milioni sia sul Fondo Politiche Sociali che sul Fondo non autosufficienze. Vista la bozza che non raccoglie quelle richieste, il ministero ha nuovamente rafforzato la richiesta presso la Presidenza del Consiglio. Zanetti si augura che nel prosieguo dei lavori di discussione della legge di stabilità si possano adeguare entrambi i Fondi. Nessuna garanzia, quindi”.

              Così, per la prima volta, le associazioni per la disabilità fanno fronte comune. “Abbiamo espresso un no secco, rotondo e deciso ad ogni taglio ai Fondi – riferisce il presidente della Fish, Vincenzo Falabella – chiedendo anzi un impegno che porti nel giro di tre anni lo stanziamento ad un miliardo unitamente all’avvio di politiche adeguate e strutturate”.

              La Fish aveva peraltro invitato lo stesso presidente del Consiglio Renzi a prendere parte all’incontro, vista l’importanza degli argomenti trattati. “ Ci ha risposto di confrontarci con i sottosegretari e i ministri – riferisce ancora Falabella – Lo abbiamo fatto per rispetto istituzionale e per senso civico. Non avendo ottenuto alcuna svolta decisa, non ci resta che la via della mobilitazione e della piazza”.

              Mobilitazione che inizierà il 4 novembre, sotto la sede del ministero dell”Economia, e che per la prima volta vedrà insieme Comitato 156 novembre, Fish e Fand.

              “Chiediamo che entro quel giorno siano accolte due nostre richieste – spiega Lamanna – Primo, che il fondo non autosufficienza sia garantito con un finanziamento base di 350 milioni. Secondo, che entro la fine del mese sia convocato un tavolo di lavoro che si impegni concretamente nell’elaborazione di un Piano nazionale per la non autosufficienza, finalizzato all’assistenza domiciliare, alla libera scelta del paziente e al riconoscimento giuridico ed economico del caregiver”.

              Per approfondire

              Leggi il recente comunicato Fish sull’argomento

              *Cui Anffas Onlus aderisce