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“ALLO STUDIO DEL GOVERNO UN PIANO NAZIONALE DI LOTTA ALLA POVERTÀ”

Fonte www.quotidanosanita.itPiano nazionale di lotta alla povertà, nuovo Isee a partire dal prossimo mese di gennaio, Fondo nazionale per le politiche sociale e per la non autosufficienza che devono godere di risorse certe e godere di una programmazione stabile “perché non si può in ogni legge di stabilità riaprire la discussione per definire entità e forme di intervento”.

Ma anche il Casellario dell’assistenza del sistema informativo dei servizi sociali e della banca dati delle prestazioni sociali agevolate su cui il governo “sta lavorando” insieme al Programma di azione biennale per le persone con disabilità e infine il Piano d’azione per l’infanzia e il tema dell’immigrazione perché ad oggi sono “oltre 3 milioni e 800mila gli immigrati presenti nel nostro Paese”.

Su queste direttrici si è mosso l’intervento del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, che davanti alla Commissione Affari sociali ha svolto l’audizione del Ministro sulle linee programmatiche del Governo in materia di politiche sociali. Lotta alla povertà dunque il primo obiettivo dell’esecutivo. E per questo è allo studio un piano nazionale di contrasto al fenomeno.

Secondo il ministro, “siamo di fronte ad una situazione di peggioramento significativo di questa condizione, legata alla dinamica economico-sociale degli anni recenti. Da una parte con una apertura di una forbice di distanza tra le diverse fasce della società, ma in particolare con un elemento di impoverimento di un’area sempre più larga di cittadini”.

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    “DESIGN FOR ALL”, INDAGINE DELL’UNIONE EUROPEA

    Fonte www-e-include.eu – Con l’obiettivo di sviluppare e promuovere il “Design for All” – la progettazione universale che prevede la costruzione e la realizzazione di edifici, prodotti e ambienti accessibili a ogni categorie di persone, a prescindere dall’eventuale presenza di una condizione di disabilità – l’Unione Europa ha chiesto alle persone con disabilità e alle associazioni che le supportano di segnalare, attraverso una survey online, tutti gli ostacoli che impediscono l’accessibilità.

    L’indagine è disponibile sul web: per compilarla e per avere maggiori informazioni clicca qui (pagina in lingua inglese)

     

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      SCUOLA E DISABILITÀ: MAMME IN CLASSE E GENITORI ‘ARRUOLATI’

      Fonte www.edscuola.eu – La scuola è iniziata da pochi giorni: dai bimbi più piccoli che hanno intrapreso il loro primo percorso didattico ai ragazzi più grandi che sono alle scuole superiori. Esiste un minimo comune multiplo: le madri devono essere presenti. Incredibile ma vero. Mi hanno scritto* in molti in queste due settimane. Ho letto e ascoltato storie che non avevo mai udito prima. Genitori che accompagnano a scuola il loro bambino. Bellissima giornata di festa per molti, ma non per tutti. Loro, genitori speciali (così ci definiscono troppo spesso), si sentono dire che devono tornare casa . Manca l’insegnante che non si sa quando arriverà; la nomina esiste, tutto è stato predisposto, eppure…si è ammalato il primo giorno di scuola. Baratro della burocrazia che fa esplodere la rabbia, la frustrazione, l’angoscia.

      E così abbiamo iniziato il mondo scuola, inclusiva e integrata. Non è finita qui. Ci sono genitori (prevalentemente madri) che riescono a ricevere la grazia dell’ingresso a scuola ma…devono rimanere nei paraggi perché manca qualche ora da coprire. Manca anche l’esperienza nel gestire i nostri figli “Ufo“, manca la volontà di fare il proprio lavoro seriamente. E man mano si cresce.

      In questo comanda madre natura e quindi si procede fino alle superiori. Qui il circo rende tutto più allegro. Chi tocca la sedia a rotelle? Sì. Avete letto bene. Un genitore si è sentito chiedere di entrare per spostare il figlio fin quando la dirigenza non avrà chiarito a chi spetta questa (secondo loro) gigantesca manovra titanica. Eppure di esempi ottimi ce ne sono. E’ così difficile far incontrare il bene e il male e cercare di creare una omogeneità di buon lavoro e buona prassi? Pare proprio di si.

      Ma stiamo sereni per ora che tutte le questioni risolte saranno più o meno sistemate (non risolte, ma sistemate), inizierà l’occupazione studentesca che risbatterà a casa tutti gli studenti con disabilità!! Così poi c’è Natale e diventiamo buoni per iniziare una programmazione verso gennaio. Attenzione a non dimenticare mai di dire grazie! Perché nella loro realtà, davvero lontana anni luce dalla realtà oggettiva che noi viviamo, siamo riceventi di una grazia senza rendercene conto.

      Andiamolo a raccontare alla madre che si è vista il figlio bagnato di urina perché non accudito adeguatamente e spieghiamo a questo ragazzo cosa succede. Andiamo anche dalle giovani madri che non hanno potuto fare la prima foto al primo giorno di scuola. Anche questo neghiamo a queste famiglie. Tante chiacchiere, finché si tratta di darsi secchiate in testa tutti solidali. Quando invece si tratta di “fare sul serio qualcosa di immediato” la questione cambia.

      Sono molto arrabbiata. Il senso di impotenza è enorme. E soprattutto rispetto le giovani famiglie che vivono una fase molto delicata di riequilibrio, sento un dolore fortissimo. Tutto questo non è giusto. Tutto questo non può essere tollerato. Dove è finito il tanto invidiato sistema scolastico italiano? Se davvero questo è il massimo risultato ottenibile, non sarebbe il caso di pensare a qualche alternativa?

      *Articolo di Fabiana Gianni tratto da ilfattoquodiano.it

      Per approfondire

      Leggi l’articolo “Aumentano le classi e il rapporto alunni/docente torna a scendere”

       

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        “NON CI RIGUARDA”

        Fonte www.personecondisabilita.it – Chi si dovrebbe occupare di attivare l’assistenza educativa e il trasporto per gli studenti con disabilità delle scuole superiori? Le Province, almeno così dice la legge e lo hanno confermato sentenze del TAR e del Consiglio di Stato negli ultimi due anni. Chi deve garantire l’assistenza alla comunicazione per tutti gli alunni con disabilità sensoriale in tutti gli ordini di istruzione? Anche in questo caso le Province. Non c’è mai stato conflitto di attribuzione: nessuno lo contesta, visto che dagli anni Trenta del Novecento lo ha previsto a chiare lettere la normativa.

        Problema: con la legge Delrio (n.56/2014) tutte le Province, in attesa di scomparire con la riforma del testo costituzionale, sono diventate “Enti di area vasta”, svuotati di molte delle precedenti competenze, tra cui quelle in ordine al diritto allo studio delle persone con disabilità. Il 5 agosto 2014, in sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni è stato approvato un Protocollo di intenti tra Governo, Regioni, Comuni e Province in cui “Stato e Regioni si impegnano ad avviare gli iter legislativi di rispettiva competenza, al fine di intraprendere tempestivamente il conseguente processo di riordino delle funzioni rientranti nelle materie di loro competenza, favorendo la piena applicazione dei principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione nell’allocazione delle funzioni, assicurando la continuità amministrativa, la semplificazione delle procedure, la razionalizzazione dei soggetti e la riduzione dei costi della pubblica amministrazione”.

        L’11 settembre 2014, in una nuova riunione della Conferenza Unificata (che sulla base della legge Delrio avrebbe dovuto svolgersi due mesi prima, se si prescinde dall’attribuzione chiara dei compiti sulle minoranze linguistiche allo Stato) non si è sciolto il nodo sull’eventuale attribuzione da parte delle Regioni delle “altre” funzioni dismesse dalle nuove Province (v. art. 1 c.89 della Delrio) e si è affidato a ogni Regione il compito di decidere in merito, ovvero se lasciarle o meno alle nuove province o trasferirle ad altra competenza.

        Cosa succede in Lombardia?

        Massimo Sertori, presidente dell’Unione province lombarde (Upl) alla riunione del Direttivo convocata il 22 maggio 2014 aveva affermato, parlando della riforma Delrio: “Abbiamo osteggiato in tutti i modi questo provvedimento che non ha tenuto in alcun conto la specificità del sistema lombardo dove, a differenza di quanto accade in altre Regioni, le Province svolgono oltre 200 tra funzioni e attività. Anche adesso che nostro malgrado la frittata è fatta, non intendiamo comunque abbandonare i cittadini lombardi: per mero senso di responsabilità abbiamo dato a Regione Lombardia la nostra disponibilità ad istituire un Tavolo per vedere insieme quali sono le funzioni che rimangono in capo ai nuovi enti provinciali, quali andranno alla Regione e quali ai Comuni. Speriamo così di poter quantomeno limitare i danni e trovare soluzioni a tutela dei territori, arginando il comunque inevitabile caos istituzionale”.

        Frasi pronunciate in presenza di Daniele Nava, sottosegretario della Regione Lombardia alle riforme istituzionali, enti locali e programmazione. Il 28 luglio 2014 in un successivo incontro congiunto tra lo stesso Daniele Nava, e i rappresentanti dei Comuni capoluogo, delle Province, di Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), Upi (Unione delle Province Italiane) e Upl (Unione delle Province Lombarde) sul tema dell’applicazione della riforma Delrio, Massimo Sertori ha dichiarato: “Una volta che sarà riconosciuta alle Regioni la facoltà di decidere autonomamente quali funzioni mantenere in capo alle Province – oltre alle quattro fondamentali fissate dalla legge Delrio – l’intenzione di Regione Lombardia, come condiviso con il presidente Maroni, è di lasciare in via sperimentale alle Province tutte le funzioni attuali, in base al principio di sussidiarietà, efficienza ed economicità, salvo eccezioni su singoli capitoli da valutare caso per caso”.

        Sono passati due mesi e ancora non conosciamo le proposte condivise di modifica che Regione Lombardia, Anci e UPL, ovvero il “sistema lombardo delle autonomie” doveva presentare al Governo. Anzi, a giudicare dalle ultime esternazioni del Governatore, Roberto Maroni, sembra che la Regione non voglia assumersi alcuna responsabilità, rimbalzando la patata bollente allo Stato che non dà le risorse.

        A proposito dell’argomento trasporto degli studenti con disabilità sollevato da una telespettatrice, il governatore della Lombardia Maroni, intervistato il 25 settembre da Telelombardia, ha osservato infatti come queste spese non siano “in capo alla Regione” e che “l’anno scorso, però, per evitare che ci potessero essere dei disagi agli utenti” la Regione è intervenuta erogando 12 milioni di euro alle Province per organizzare questo servizio. Non eravamo obbligati, ma abbiamo voluto farlo per evitare che certi problemi burocratici ricadessero sui ragazzi con disabilità”. Ha poi aggiunto: “Appena eletti i presidenti delle nuove Province, li convocherò per affrontare subito la situazione”. E ha concluso: “Con i cambiamenti imposti dalla riforma delle Province, temiamo ci sarà ulteriore caos e aspettiamo che, anche in questo caso, il Governo nazionale faccia chiarezza e dica chi si deve occupare della questione. Io non voglio che questa incertezza venga scaricata sugli utenti e non appena verranno eletti i nuovi presidenti delle Province, li convocherò per fare il punto della situazione”.

        Dopo l’ultima tornata elettorale del 12 ottobre e l’insediamento delle nuove province lombarde, quanto tempo passerà perché ciò avvenga? Intanto gli alunni e gli studenti con disabilità, a un mese dall’inizio delle lezioni, saranno ancora completamente allo sbando, con tre ore di assistente educativo alla settimana, senza assistenti alla comunicazione, senza trasporto, senza nessun ente che dica: “Mi riguarda”. Stritolati da un rimpallo di competenze non degno di uno paese civile.

        Lo ripetiamo: le risorse per educatori e trasporto non sono un costo da gestire con la spending review o da falcidiare con tagli lineari, né una competenza da rimbalzare vergognosamente da un Ente all’altro. Ma una spesa necessaria per soddisfare un diritto incomprimibile, che gli enti pubblici devono mettere in bilancio sulla base dei bisogni effettivi, largamente documentati, programmando in tempo utile gli interventi.

        Le famiglie e le scuole devono finalmente sapere chi fa che cosa, chi si occupa dei loro figli e dei loro studenti più in difficoltà.

         

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          PER L’OFFERTA FORMATIVA PRONTI SOLO 19 MILIONI DI EURO

          Fonte www.edscuola.euQuest’anno le scuole riceveranno appena 19 milioni di euro per il potenziamento dell’offerta formativa. Lo scorso anno questo “tesoretto”, introdotto nel 1997 con la legge 440 per rafforzare l’autonomia progettuale degli istituti, valeva 78 milioni. Nel 2012 circa 93 milioni, e così a ritroso fino all’anno di inizio delle erogazioni dei fondi, il 1999, quando le risorse a disposizione delle scuole toccavano addirittura quota 345,6 milioni di euro (convertendo in euro la cifra originaria espressa in lire).

          Praticamente nel giro di 16 anni il finanziamento alla legge 440 si è di fatto prosciugato. Dimezzati i fondi per l’alternanza scuola-lavoro Una grave perdita per gli istituti visto che stiamo parlando di risorse che vengono spese per far fronte ai diversi bisogni degli alunni con disabilità, per la formazione dei docenti, per programmare interventi contro l’abbandono e la dispersione scolastica, per organizzare l’alternanza scuola-lavoro alle superiori.

          Quest’ultima voce è, per così dire, emblematica della situazione: nel 2013 poteva contare su 21 milioni, una cifra più o meno stabile nel tempo. Quest’anno, invece, arriveranno appena 11 milioni (dei 19 milioni totali) e con questi fondi si riuscirà a mala pena a coprire le ore obbligatorie di alternanza negli istituti professionali. E nei tecnici? A queste scuole, per ora, rimane solo la promessa contenuta nel dossier «La Buona Scuola» di Matteo Renzi di un impegno del governo a mettere sul piatto 100 milioni di euro l’anno per rendere obbligatorie 200 ore di alternanza scuola-lavoro nell’ultimo triennio (oggi sono circa 100 ore).

          Una promessa non da poco conto, visto il livello attuale di soldi a disposizione degli istituti (l’unica speranza sono le risorse in più che usciranno dalla spending review e verranno inserite in legge di Stabilità).

          Pozzo di san Patrizio

          Ma come è stato possibile arrivare al quasi azzeramento della legge 440? Perchè negli anni i vari governi hanno sempre utilizzato questi soldi come un “pozzo di san Patrizio” a cui attingere. Diversi gli esempi. Nel 2010 mancavano le risorse per rifinanziare le missioni internazionali o serviva far recuperare ad Anas lo stop al caro pedaggi: si è “pescato” dalla legge 440. Dal 2013 a quest’anno c’è stato un calo di 59 milioni (da 78 a 19 milioni). Beh: 39 milioni sono stati utilizzati per recuperare le posizioni economiche Ata e altri 20 milioni sono serviti per affrontare il problema dei circa 11mila esuberi di addetti alle pulizie delle scuole (ex Lsu). Tutte motivazioni urgenti ma che hanno tolto risorse destinate agli alunni.

          «Un peccato – ha commentato Noemi Ranieri della Uil Scuola – perchè gli istituti avevano dimostrato di saper fare buon uso di questi fondi. È chiaro che ora parlare di autonomia e sostegno alla didattica ha sempre meno senso».

           

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            IN ITALIA SI SACRIFICA LA SALUTE A CAUSA DELLA CRISI

            Fonte www.vita.itIl detto popolare “sulla salute non si risparmia” può essere archiviato con buona pace di tutti, forse. Dalla 17° edizione del Rapporto PIT Salute “(Sanità) in cerca di cura”, presentato oggi a Roma dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, emerge con grande evidenza che le difficoltà economiche, i costi crescenti dei servizi sanitari e le difficoltà di accesso spingono i cittadini a rinunciare alle cure e a sacrificare la propria salute.

            Su oltre 24mila segnalazioni giunte nel 2013 ai PIT salute nazionale e regionali e alle sedi locali del Tribunale per i diritti del malato, quasi un quarto (23,7%, +5,3% rispetto al 2012) riguarda le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie determinate da liste di attesa (58,3%, -16% sul 2012), peso dei ticket (31,4%, +21%) e dall’intramoenia insostenibile (10,1%, – 5,3%). Dunque, quello che allontana sempre più i cittadini dalle cure e dalla sanità pubblica è il peso dei ticket: obbligati a “sopportare” la lista di attesa si rinuncia all’intramoenia troppo costosa, e il ticket proprio non va giù.

            «I cittadini oggi hanno bisogno di un SSN pubblico forte, che offra le risposte giuste al momento giusto e che non aggravi la situazione difficile dei redditi familiari. È un punto di partenza imprescindibile per impostare la cura appropriata per il SSN, che non può essere messa a punto senza il coinvolgimento delle organizzazioni dei cittadini», ha spiegato Tonino Aceti, Coordinatore Nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, «Dobbiamo innanzitutto ridurre i ticket, scongiurare nuovi tagli al Fondo Sanitario Nazionale e governare seriamente i tempi di attesa di tutte le prestazioni sanitarie, e non solo di alcune come accade ora, mettendo nero su bianco un nuovo Piano di Governo dei tempi di attesa, fermo al 2012. E ancora, affrontare l’affanno che ospedali e servizi territoriali stanno vivendo: per questo accanto agli standard ospedalieri, è necessario procedere subito con quelli di personale e definire gli standard nazionali dell’assistenza territoriale, non previsti neanche dal recente Patto per la Salute. Infine, non per ordine di importanza, è fondamentale agire seriamente sui LEA, aggiornandoli dopo 14 anni, oltre che strutturare e implementare un nuovo sistema di monitoraggio che fotografi la reale accessibilità degli stessi per i cittadini.

            Non riusciamo a capire come sia possibile che per il Ministero della Salute le regioni stiano migliorando nella capacità di erogare i LEA, mentre aumentano le difficoltà di accesso per cittadini: il sistema di monitoraggio non sembra fotografare la realtà vissuta dalle persone. Per questo chiediamo che i rappresentanti delle Organizzazioni dei cittadini entrino a far parte formalmente del Comitato di verifica dei LEA. La revisione in atto della normativa sui ticket e dei LEA, stando ad indiscrezioni, profila un gioco al ribasso per i diritti dei cittadini. Per questo le misure devono essere oggetto di confronto e consultazione pubblica».

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              RIFORMA DEL TERZO SETTORE, AL VIA LA DISCUSSIONE

              Fonte www.vita.itLa riforma del Terzo settore scalda i motori: partirà infatti la discussione parlamentare in commissione Affari Sociali alla Camera. Come relatore della Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale (esame C. 2617 Governo) è stato indicata Donata Lenzi del Partito Democratico (qui le sueproposte di legge presentate come primo firmatario) Sono diversi i curricula con esperienze all’interno del mondo non profit fra i membri della XII Commissione di Montecitorio, presieduta da Pierpaolo Vargiu di Scelta Civica. Fra questi: Eugenia Roccella (Nuovo Centrodestra), Ileana Argentin (Partito democratico); Paolo Beni (Partito democratico); Giulia De Vita (Movimento 5 Stelle); Filippo Fossati (Partito democratico).

              Nel piani del Governo la discussione in commissione Affari Sociale dovrebbe essere abbastanza spedita e dopo i pareri delle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali, il testo dovrebbe approdare in aula nella prima metà di novembre. Da qui il passaggio in Senato, anche questo con una tempistica relativamente breve. Non ci dovrebbero essere infatti particolari ostacoli. Almeno questo è quello che si augurano Palazzo Chigi e il ministero del Welfare (da dove il sottosegretario Luigi Bobba sta tenendo la regia del lavori). Anche se i rumors parlano di tre possibili scogli: l’apertura o meno del servizio civile agli stranieri (ma su questo punto è attesa a breve una sentenza “definitiva” della Corte di Cassazione); il posizionamento dell’asticella per la remunerazione del capitale investito nelle nuove imprese sociali e i compiti da dare alla nuova struttura di missione che dovrebbe sostituire la vecchia Agenzia per il Terzo settore.

              Per approfondire

              Leggi qui il commento di Anffas sulla riforma

              Leggi l’articolo “Ma cosa intendiamo per terzo settore?” Partito il cammino della riforma”