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LA FISH CHIEDE UNA VERA GIUSTIZIA SOCIALE

Fonte www.superando.it – Calati i toni sin troppo accesi della campagna elettorale, la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap*) rilancia subito sui temi delle politiche sociali, con alcune riflessioni del suo presidente Vincenzo Falabella: «Ci aspettavamo – dichiara in una nota – che un Decreto che ha nell’oggetto la giustizia sociale cogliesse l’occasione per un rilancio delle politiche sociali a favore delle persone con disabilità, degli anziani e dei minori». Il riferimento è segnatamente al Decreto Legge 66/14 approvato il 24 aprile scorso e in questi giorni all’esame del Parlamento, per essere convertito in Legge -, ben noto come il provvedimento che ha concesso 80 euro mensili nelle buste paga di chi ha un reddito inferiore ai 24.000 euro.

«Si tratta di un Decreto – dichiara Falabella – che contiene molti elementi positivi in termini di trasparenza e ristrutturazione della gestione pubblica, che spinge verso una modalità di spesa più razionale, contenendo sprechi e abusi, ma che prevede anche significative restrizioni, oltre che per i Ministeri, anche per i Comuni, le Province, le Città Metropolitane e le Regioni».

«Quel Decreto – si legge in un approfondimento diffuso sempre dalla FISH – impone in effetti risparmi per 2,1 miliardi nel 2014. Nel dettaglio, 200 milioni (300 nel 2015 e nel 2016) vengono “tagliati” direttamente ai Ministeri, riducendo i relativi stanziamenti. I rimanenti 500 dovranno essere recuperati direttamente dagli stessi Dicasteri. Il Ministero dell’Istruzione, ad esempio, restituisce 6,3 milioni per il 2014 e 9,4 milioni per ciascuno dei due anni successivi. La preoccupazione corre dunque all’obbligo di aggiornamento in servizio sulle didattiche inclusive, ottenuto dalle Associazioni in sede di approvazione della Legge 128/13 e che verosimilmente sembra destinato a rimanere lettera morta».

«Ma poi – prosegue l’approfondimento – tocca ai Comuni, alle Città Metropolitane e alle Province. Il Decreto, infatti, impone loro risparmi di 700 milioni per il 2014 e di oltre un miliardo per ciascuno dei prossimi tre anni. Il risparmio dovuto dagli Enti Locali sarà calcolato sulla loro spesa nell’ultimo triennio. È un calcolo indistinto, però, che comprende sia voci di ordinaria amministrazione e gestione, sia servizi sociali come le mense e i servizi scolastici o le rette in struttura per persone con disabilità, minori, anziani. Paradossalmente, verrebbero premiati i Comuni che meno spendono in servizi alla persona o che, magari, pretendono una maggiore partecipazione alla spesa».

«Ci sembra – è il commento di Falabella – che prevalga ancora la logica dei tagli lineari. Non si opera infatti alcuna distinzione fra il tipo di spesa e la qualità dei servizi erogati dai Comuni e dalle Città Metropolitane, mettendo sullo stesso piano la carta per le fotocopie e i servizi per i disabili o i minori. Rischia dunque di andare perduta quella che era una propizia occasione di riqualificare la spesa e di premiare i Comuni più virtuosi in termini di politiche sociali, se il Parlamento non interverrà in sede di conversione in legge».

Per questo, quindi, la FISH chiede «un intervento correttivo su tali criteri, primo e importante presupposto per rilanciare in modo efficace la spesa sociale (agli ultimi posti in Europa), per attuare il Programma d’Azione Biennale per la Promozione dei Diritti e l’Integrazione delle Persone con Disabilità e per ripensare l’inclusione sociale e il contrasto all’impoverimento, senza i quali non vi è giustizia sociale».

*Cui Anffas Onlus aderisce

 

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    DISABILITÀ: L’ITALIA ALLA CONQUISTA DI BRUXELLES

    Fonte www.vita.it* – Tra poco più di un anno, gli Obiettivi del Millennio lanciati nel 2000 dalle Nazioni Unite andranno in archivio per lasciare spazio a una nuova agenda per lo sviluppo, chiamata “UN’s post-2015 Development Agenda”. Chi possiede un minimo di domestichezza con le agende politiche internazionali come quelle dell’ONU, sa che gran parte delle decisioni più importanti si prendono molti mesi prima di quando vengono ufficializzate. E il settembre 2015, quando a New York si riuniranno i capi di Stato e di governo per sottoscrivere nuovi impegni a favore dello sviluppo sostenibile e della lotta contro la povertà, è dietro l’angolo. Come tanti altri paesi, l’Italia ha fretta. Tra le sfide che la Farnesina intende portare al centro dell’attenzione, ci sono i diritti delle persone con disabilità, troppo spesso ignorati nelle politiche di sviluppo portate avanti dalla Comunità internazionale.

    Dopo aver sottoscritto la Convenzione ONU sui diritti delle Persone con Disabilità, l’Italia ha deciso di assumere la leadership politica sul tema della disabilità adottando nel luglio 2013 un Piano d’azione ad hoc con lo scopo di assicurare la piena implementazione della Convenzione adottata dalle Nazioni Unite nel 2006 e stabilire un quadro che garantisca il sostegno alle categorie sociali più vulnerabili ed emarginate. Ma senza alleati forti a livello globale, queste ambizioni rischiano di diventare carta straccia. Per questo, la DGCS ha organizzato assieme alla Rete Italiana Disabilità e Sviluppo (RIDS) una conferenza presso la sede del Comitato economico e sociale europeo, a Bruxelles, con l’obiettivo di condividere con la Commissione UE, gli Stati membri e la società civile strategia e buone pratiche sulla disabilità nell’ambito del dibattito internazionale sull’Agenda per lo Sviluppo Post-2015.

    A dirigere la delegazione italiana era il Direttore Generale della DGCS, Giampaolo Cantini.

    Direttore, che bilancio trae da questa conferenza?

    L’obiettivo fondamentale era quello di presentare una buona pratica della Cooperazione Italiana ma soprattutto di condividerla con le istituzioni dell’UE – in particolare con la Commissione- nonché con gli Stati Membri e le organizzazioni della società civile. C’è stata una presenza importante di rappresentanti della Cooperazione Tedesca, Spagnola e della Commissione, tutti attori che osservano con grande attenzione le buone pratiche messe in atto dall’Italia a favore delle persone con disabilità. Ora si tratta di mettersi insieme, di creare un partenariato tra Istituzioni, Stati Membri, organizzazioni della società civile e soprattutto i nostri paesi partner per sviluppare un’azione comune: non solo per rafforzare le componenti di disabilità nei programmi di sviluppo ma anche per mettere a punto degli strumenti di lavoro.

    Nel concreto che cosa significa?

    E’ opportuno sviluppare degli indicatori – i cosiddetti ‘markers di efficacia’ – simili a quelli adottati in altri settori, come ad esempio le tematiche di genere, elaborando a monte dei dati su quanto è stato fatto. Sembrano obiettivi tecnici di poca importanza, ma l’elaborazione di una serie di target e di indicatori accresce la possibilità di includere la disabilità come un tema centrale di inclusione sociale, cruciale per le opportunità per l’impiego, anche nell’accesso a servizi sociali essenziali come l’istruzione e la sanità. In altre parole, ci consentirebbe di portare la disabilità al cuore dei futuri obiettivi di sviluppo sostenibili. II momento è opportuno per unire le forze e sviluppare un piano comune e sollevare questi temi nelle sedi internazionali. Ad esempio l’OCSE DAC potrebbe essere la sede per un lavoro tecnico sui dati, sulla loro disaggregazione e sull’elaborazione di indicatori e di marker di efficacia.

    In che modo l’Italia intende sfruttare il prossimo semestre europeo per portare avanti questa strategia?

    A parte i gruppi di lavoro specializzati ed il dialogo sempre costante con le organizzazioni della società civile, direi che abbiamo due importanti finestre: la preparazione di una posizione comune dell’UE sull’agenda post 2015 e le opportunità che si offrono a noi per promuovere una comunicazione pubblica di larga scala. Penso al semestre di Presidenza dell’UE che spetta all’Italia tra luglio e dicembre 2014 e all’Anno europeo per lo sviluppo previsto nel 2015.

    Perché l’Italia ha deciso di puntare sulla disabilità?

    Intanto perché la cooperazione italiana ha sempre avuto una forte caratterizzazione nel sociale e perché esiste un dialogo molto forte con le organizzazioni non governative ed in particolare con RIDS, la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo con la quale abbiamo elaborato il piano d’azione. E’ un piano d’azione della cooperazione italiana ma in realtà è stato realizzato in maniera congiunta dalla DGCS e RIDS. Le alleanze sono importanti per rafforzare un tema così particolare nell’agenda politica europea ed internazionale.

    Quali sono gli Stati membri pronti a seguirvi?

    Oggi abbiamo avuto una testimonianza molto interessante della cooperazione tedesca, che ha elaborato un proprio piano d’azione, sviluppando azioni molto concrete. Anche i colleghi spagnoli ci hanno sostenuto nell’obiettivo di sollevare questi temi nel negoziato sull’agenda post 2015. Sicuramente altri Stati membri stanno sviluppando azioni in questo senso, ma la conferenza ci ha offerto due insegnamenti preziosi : esistono forti potenzialità, ma è necessaria un’azione di raccordo.

    *articolo redatto in collaborazione con Evelina Urgolo

     

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      “QUANDO È ILLEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE CON DISABILITÀ?”

      Fonte www.personaedanno.itIl licenziamento del lavoratore con disabilità ex lege n. 68/1999, inserito al lavoro mediante il collocamento mirato di cui alla stessa legge, è legittimo solo se l’impossibilità di reinserimento all’interno dell’azienda venga accertata dall’apposita Commissione sanitaria medico-legale integrata presso l’Asl competente, per l’accertamento delle condizioni di disabilità atte ad accedere al sistema per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità .

      Questo è il principio stabilito dalla Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – con la recente sentenza n. 8450 del 10 aprile 2014, in cui è stato respinto il ricorso di un’azienda contro la sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva disposto il reintegro del lavoratore in quanto licenziato illegittimamente e il risarcimento del danno subito.

      La Corte territoriale ha riformato la sentenza di primo grado per non aver considerato che il lavoratore era stato assunto come soggetto invalido avviato al lavoro tramite le apposite liste di collocamento dei lavoratori con disabilità e che, per tale qualità, il recesso poteva ritenersi legittimo solo in presenza delle condizioni previste dall’art. 10 della legge n. 68 del 1999 .

      Nel caso specifico infatti poiché la valutazione in ordine alla definitiva impossibilità di reinserire la persona con disabilità all’interno dell’azienda, anche attuando i possibili adattamenti all’organizzazione del lavoro, è riservata esclusivamente alla Commissione di cui all’articolo 10, comma 3, della legge n. 68/1999, secondo la sentenza impugnata l’azienda avrebbe potuto validamente intimare il recesso soltanto nel caso in cui l’organo sanitario avesse ravvisato tale impossibilità.

      La Corte d’Appello di Palermo, dunque, dopo aver accertato che l’azienda aveva adottato il provvedimento risolutivo sulla base di una propria valutazione del giudizio espresso dal Comitato Tecnico Provinciale per l’inserimento al lavoro delle persone con disabilità e dal medico competente aziendale, ha dichiarato illegittimo il licenziamento.

      L’azienda nel ricorso in Cassazione ha eccepito che, su iniziativa del lavoratore, la Commissione sanitaria medico legale non l’aveva dichiarato completamente inabile al lavoro, bensì abile con la limitazione di evitare la “prolungata stazione eretta”.

      Poiché però nell’organizzazione aziendale non vi erano posizioni lavorative compatibili con tale limitazione era stato necessario licenziare il lavoratore. Tale eccezione è stata ritenuta infondata dalla Suprema Corte per le ragioni, correttamente richiamate dalla Corte territoriale, espresse in precedenza dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 15269/2012.

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        RIDUZIONE DELLA SPESA PER BENI E SERVIZI E POLITICHE SOCIALI

        Fonte www.handylex.it – Il decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66 (Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale) è noto come il provvedimento che ha previsto una inferiore tassazione sul lavoro dipendente e la correlata concessione ai titolari di reddito non superiore ai 26 mila euro di una maggiore retribuzione mensile fino a 80 euro.

        In realtà il decreto, in attesa di conversione in legge, introduce numerosi interventi di riduzione, di ristrutturazione e anche di opportuna trasparenza della spesa pubblica soprattutto da parte delle regioni, delle province, delle città metropolitane e dei comuni. Ma non mancano gli interventi sulle amministrazioni centrali. I Ministeri, ad esempio, dovranno ridurre le spese per beni e servizi per 700 milioni di euro annui per il 2014.

        200 milioni (300 nel 2015 e nel 2016) vengono “tagliati” direttamente dal decreto legge riducendo i relativi stanziamenti. I rimanenti dovranno essere recuperati direttamente dai Ministeri.

        Si tratta di riduzioni ulteriori rispetto a quelli già operate dal decreto legge 28 gennaio 2014, n. 4 (articolo 2, allegato 1) poi convertito dalla legge 28 marzo 2014, n. 50 (la cosiddetta legge sulla spending review).

        Solo per ricordare uno degli effetti di quella disposizione: il Fondo Nazionale per le Politiche sociali ha subito una riduzione di 17.4 milioni di euro per l’anno 2014 (da aggiungere alla riduzione di 2.2 milioni in forza del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35)

        Il nuovo decreto-legge, come dicevamo, taglia da subito di 200 milioni i trasferimenti ai Ministeri.

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          LE SCUOLE PARITARIE HANNO L’ONERE DEI DOCENTI DI SOSTEGNO

          Fonte www.edscuola.eu – Una delle condizioni previste dalla legge 62/2000 per ottenere la parità scolastica è “l’applicazione delle norme vigenti in materia di inserimento di studenti con handicap o in condizioni di svantaggio”.

          Per anni l’inserimento di alunni con disabilità nelle scuole paritarie, alle stesse condizioni assicurate dalle scuole statali, è stato oggetto di polemiche per presunte discriminazioni od omissioni. Al di là delle critiche, c’è stata una questione portata avanti da alcune scuole paritarie che, pur assicurando correttamente l’impiego di docenti di sostegno per l’integrazione degli studenti con disabilità accolti, ne chiedevano allo Stato un contributo finanziario aggiuntivo per sostenere gli oneri connessi.

          Tra questi, l’istituto delle Suore Marcelline intraprendeva nel 2004 una causa per ottenere dal ministero dell’istruzione il rimborso delle spese sostenute (quasi 29 mila euro) per due docenti di sostegno. Il Tribunale accoglieva la richiesta ma il Miur l’appellava. Poi di sentenza in sentenza, di appello in appello, la questione è arrivata fino alla Cassazione che si è definitivamente pronunciata il 16 maggio scorso, respingendo le pretese della scuola.

          La Corte di Cassazione ha giudicato infondata la richiesta “perché l’onere di sopportare tutte le spese necessarie per i servizi erogati dalle “scuole parificate”, ivi incluse quelle per l’attività degli educatori di sostegno, grava sulle scuole stesse, sulla base del richiamato principio desumibile dall’art. 33 della Costituzione (senza oneri per lo Stato) e del citato quadro normativo di riferimento, nonché dei relativi atti e provvedimenti attuativi”.

          A ben vedere, però, quella che può sembrare una sconfitta delle scuole paritarie diventa invece una affermazione del riconoscimento dell’effettiva parità delle stesse con quelle statali.

           

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            “FRATELLI INVISIBILI, FATEVI VEDERE!”

            “Premessa. Conosco molti fratelli di persone con disabilità. Una l’ho anche sposata, ventidue anni fa. Per questo, perché credo di sapere cosa voglia dire crescere con una presenza “ingombrante” e quanti sentimenti contrastanti (e potenti) dimorino in queste famiglie, vorrei scrivere questo post “in punta di piedi”. Per dare l’idea, mi sento come uno che va a far visita a una persona ricoverata in ospedale. Vorrei bussare, esser sicuro di non disturbare, entrare con un sorriso e un mazzo di fiori. Pronto a lasciare la stanza, se mi accorgo che non è il momento giusto. E mi piacerebbe molto se queste righe servissero da stimolo per far venir fuori le storie e i pareri di tanti fratelli e sorelle.

            I siblings (una parola inglese che indica i fratelli in senso generico, a prescindere dal sesso) o i “numeri due”, come li ha battezzati Simone Fanti in un bellissimo post su questo blog. Donne e uomini troppo spesso invisibili, che magari però hanno una gran voglia di farsi vedere”: inizia così l’articolo di Marco Piazza, giornalista del del corriere.it, dedicato al progetto “Fermo Immagine – fratelli a confronto. Percorsi culturali sulla vita delle persone con disabilità e dei loro fratelli e sorelle” e al convegno del 12 maggio u.s. a questo legato.

            Un articolo che invita gli stessi Siblings e tutte le famiglie di persone con disabilità a far sentire la propria voce, a raccontare la propria storia per condividerla e sensibilizzare così l’opinione pubblica su tante tematiche e problematiche che caratterizzano la vita di chi ha una disabilità e dei suoi amici e familiari.

            Quello che si vuole creare, quindi, è un vero e proprio dibattito che riesca ad alzare il velo dell’invisibilità che spesso, soprattutto in questo periodo di crisi, cade sulle persone con disabilità.

            Per leggere l’articolo e lasciare una testimonianza clicca qui

            Per saperne di più sul progetto “Fermo Immagine” e scaricare gli atti del convgeno del 12 maggio 2014, clicca qui

            Per vedere il videodocumentario, clicca qui

             

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              EXPO, PARTITO IL PIANO PER RENDERE MILANO ACCESSIBILE AL 100%

              Fonte www.superabile.it – “ Abbiamo cominciato con i tavoli più urgenti: accessibilità dell’evento e ricettività per l’offerta turistica e culturale”. Così Franco Bomprezzi, presidente di Ledha e responsabile del tavolo di discussione sull’accessibilità di Expo, una task force voluta dal Comune per mettere insieme associazioni e responsabili dell’esposizione universale. Il piano per un’Expo al 100% accessibile è partito: primo obiettivo è individuare dieci percorsi accessibili alle persone con tutti i tipi di disabilità per raggiungere i luoghi più importanti della città. Comune, associazioni, Atm, Metropolitane, Expo spa sono tutti d’accordo per muovere i primi passi concreti in questa direzione.

              Isabella Menichini da gennaio è direttore del settore servizi per la disabilità, la salute mentale e la domiciliarità del comune di Milano. Condivide con Franco Bomprezzi i prossimi passi: “L’individuazione dei percorsi sarà un lavoro molto pratico: ci sono dei gruppi che stanno già testando i percorsi, insieme ad alcuni tecnici. Atm (l’Azienda del trasporto milanese, ndr) ha già fatto un monitoraggio della situazione dei mezzi”.

              Con Expo sarà poi istituito un unico sportello di accoglienza per persone con disabilità, dove saranno disponibili tutte le informazioni. È uno dei risultati che dovrà raggiungere il tavolo su turismo e ricettività.

              Per il mondo della disabilità “Expo diventa un grimaldello per risolvere i problemi cittadini anche con risorse aggiuntive”, sostiene Bomprezzi. La trasformazione di Milano in città accessibile a tutti, prosegue “è un modo per ri-motivare coloro che dopo quello che è successo pensano ancora che sia valida. Per lo meno sarà uno sforzo che avrà una ricaduta concreta e resterà”.