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Suoni delle Parole

Suoni delle parole L’Anffas-Onlus di Corigliano organizza un Laboratorio espressivo-relazionale, che vede coinvolti ragazzi tra i 7 e i 12 anni disabili.

Il progetto si svolgerà dal 16 al 30 giugno nei giorni di Lunedì-Mercoledì-Venerdì dalle ore 16,00 alle ore 18,00.

Per ulteriori informazioni Tel. 0983.854879 o Email: anffascorigliano@anffascorigliano.it

 

 

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    RENZI: IL TERZO SETTORE NON CADRÀ NELLA TRAPPOLA DELLA TASSA DI SCOPO SULL’AZZARDO

    Fonte www.vita.itNo alla tassazione di scopo sull’azzardo, qui ne va del futuro di tutti, non del bilancio dei comuni. La richiesta è arrivata forte e chiara, per voce di Riccardo Bonacina e Franco Bomprezzi, al Premier Renzi, in visita nella redazione di Vita il 20 maggio scorso, per illustrare l’imminente riforma del Terzo Settore.

    La trappola potrebbe infatti nascondersi proprio tra le pieghe di una riforma, a lungo attesa e sempre disattesa, che oggi sembra trovare una insperata accelerazione finale.

    Il terzo settore, ha ribadito Renzi solo pochi giorni fa, è centrale nel suo progetto. Un progetto che – il Premier ne è consapevole – non inciamperà come molti sperano su una questione tanto delicata. Da anni, i concessionari dell’azzardo legale vanno dicendo che il modello da seguire per finanziare il terzo settore e il welfare che verrà è quello spagnolo o finlandese.

    Che cosa significa? Significa che, anziché finire nelle fiscalità generale, la tassazione dell’azzardo dovrebbe essere vincolata a uno scopo. Da parte loro, i rappresentanti di alcune amministrazioni comunali stanno facendo passare l’idea che una tassa di scopo sull’azzardo non li vedrebbe affatto contrari. Di recente, un ex sottosegretario all’economia, molto vicino a un mondo che movimenta, si era spinto a ipotizzare l’istituzione delle municipalizzate dell’azzardo.

    Una provocazione? Non troppo, vista l’insistenza con cui, da più parti, si invoca il provvedimento. L’imposta di scopo è segnata in bilancio con contabilità separata.

    Si definisce “di scopo” perché è – o dovrebbe essere – finalizzata a una particolare destinazione. Con due conseguenze evidenti a tutti: poiché le risorse per scuole, ospedali, associazioni e via discorrendo si prendono dalla tassazione sull’azzardo, da un lato l’azzardo si ritroverebbe eticamente “ripulito” e, dall’altro, sarebbe in futuro impossibile intervenire su di esso e sulle sue distorsioni senza produrre effetti negativi sul settore che da lì trae le proprie risorse.

    Un esempio: io rovino la gente con le “macchinette” o i gratta & qualcosa, ma poi i soldi li do al comune che, tramite i suoi servizi sociali, si occuperà di “sostenere” le persone che io ho rovinato. Un circolo vizioso, anzi: una vera e propria trappola.

    Le risorse vanno trovate altrove e l’azzardo deve tornare a essere considerato per quello che è: una distorsione della vita comunitaria, non un mezzo per indurla a batter cassa.

    Detto questo, una tassazione che vada invece nel senso della fiscalità generale – con l’aumento dei prelievi, spesso risibili, sulla filiera dell’azzardo legale – senza vincolarli a uno scopo resta invece un’opzione non solo possibile, ma necessaria in termini di equità.

    Per approfondire

    Leggi l’articolo “Ecco come è nata la riforma del Terzo Settore”

    Leggi il comunicato stampa FISH sulla riforma

     

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      L’INCLUSIONE NEGLI ASILI NIDO

      Fonte www.grusol.it – Anche se la Legge Quadro 104/92 si occupava per lo più di scuola, essa stabiliva chiaramente che al bambino da 0 a 3 anni con disabilità dovesse essere «garantito l’inserimento negli asili nido». E già all’inizio degli Anni Settanta, si era parlato di «educazione e socializzazione dei bambini, prima dell’ingresso nella scuola dell’infanzia».

      Vediamo dunque l’attuale situazione del settore, fornendo anche qualche utile indicazione alle famiglie

      Così, più di quarant’anni fa, la Legge 1044 del 1971 aveva definito gli asili nido: «L’assistenza negli asili-nido ai bambini di età fino a tre anni, nel quadro di una politica per la famiglia, costituisce un servizio sociale di interesse pubblico». Quella norma sembrava poggiare l’attenzione soprattutto sul sollievo della famiglia, e in particolare delle madri, dal peso della gestione quotidiana dei figli piccoli, al fine di consentir loro l’attività lavorativa. Proprio a tale scopo, infatti, furono anche stanziati dei fondi a favore dei Comuni. Con il passare del tempo, però, a quell’obiettivo originario se n’è affiancato un altro, sempre più emergente, e cioè quello dell’educazione e della socializzazione dei bambini, prima dell’ingresso nella scuola dell’infanzia. Per tale motivo, ad assumere un maggiore peso educativo fu via via l’articolo 6, comma 1, punto 3 di quella norma, che recitava: «[gli asili-nido debbono] essere dotati di personale qualificato, sufficiente ed idoneo a garantire l’assistenza sanitaria e psicopedagogica del bambino».

      La formazione psicopedagogica degli operatori, in sostanza, venne acquistando sempre più importanza. Quando poi nel 1992 fu approvata la Legge Quadro 104 sulla disabilità, essa, pur occupandosi per lo più di scuola, all’articolo 12, comma 1 stabiliva che al bambino da 0 a 3 anni con disabilità fosse «garantito l’inserimento negli asili nido». Qui l’espressione «garantito» significa chiaramente che la legge riconosce un diritto e che tale diritto è rafforzato dall’articolo 3, comma 3 della medesima Legge, laddove si dice che per gli alunni in situazione di disabilità grave l’accesso ai servizi previsti «assume connotazione di priorità». Ciò significa che i bimbi con certificazione di disabilità ai sensi dell’articolo 3, comma 3 della Legge 104/92 hanno diritto di priorità di accesso agli asili nido, in caso di eccesso di domande di iscrizione.

      Questo, ovviamente, purché si tratti di asili nido attivati dal Comune di residenza del bimbo; in quelli, invece, di altri Comuni, il bambino con disabilità, anche grave, deve rispettare le graduatorie, secondo i criteri fissati localmente. A riprova della prevalente funzione educativa di tali servizi, va ricordato poi che sempre la Legge 104, all’articolo 13, comma 2, prevede che i Comuni possano adeguare «l’organizzazione e il funzionamento degli asili-nido» alle esigenze dei bambini con disabilità, «al fine di avviarne precocemente il recupero, la socializzazione e l’integrazione, nonché l’assegnazione di personale docente specializzato e di operatori ed assistenti specializzati».

      Addirittura la previsione di tre tipologie di personale specializzato, docente, assistente educativo ed operatore per l’assistenza materiale, chiarisce bene quale sia stata la volontà del Legislatore nella necessità di assicurare interventi precoci di recupero, socializzazione e integrazione. Pertanto, alla luce di tutto ciò, le famiglie possono chiedere ai Comuni la costituzione di asili nido propri o il convenzionamento con asili nido privati che abbiano i requisiti richiesti dai Comuni stessi, anche sulla base delle rispettive Leggi Regionali in materia.

      Alcune considerazioni, infine, anche rispetto al pagamento delle rette. Per quelle previste dagli asili nido comunali, si ritiene che i Comuni intendano adottare criteri orientati all’utilizzo dell’ISEE familiare [l’ISEE è l’Indicatore della Situazione Economica equivalente, N.d.R.], tenendo conto del coefficiente concernente la presenza di minori con disabilità.

      Si ritiene tuttavia possibile l’applicazione dell’articolo 3, comma 2 ter del Decreto Legislativo 130/00, secondo il quale – nei percorsi sociosanitari – i servizi vanno forniti alle persone con disabilità sulla base del solo ISEE personale e non familiare, poiché dall’espressione indicata sia nell’articolo 6, comma 1, punto 3 della citata Legge 1044/71 («assistenza sanitaria»), sia nell’articolo 13, comma 2 della Legge 104/92, risulta chiaramente che gli interventi precoci sono non solo di socializzazione, ma anche di «recupero sanitario ed integrazione» e quindi hanno una stretta interconnessione sociosanitaria.

      In caso di conflitto, pertanto, occorrerà attendere le decisioni del Governo, conseguenti al recente Decreto sul nuovo ISEE

      *Già vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, cui Anffas Onlus aderisce). Responsabile del Settore Legale dell’Osservatorio Scolastico dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down). Il presente testo è il riadattamento di una scheda apparsa anche nel sito dell’AIPD

       

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        LA FISH CHIEDE UNA VERA GIUSTIZIA SOCIALE

        Fonte www.superando.it – Calati i toni sin troppo accesi della campagna elettorale, la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap*) rilancia subito sui temi delle politiche sociali, con alcune riflessioni del suo presidente Vincenzo Falabella: «Ci aspettavamo – dichiara in una nota – che un Decreto che ha nell’oggetto la giustizia sociale cogliesse l’occasione per un rilancio delle politiche sociali a favore delle persone con disabilità, degli anziani e dei minori». Il riferimento è segnatamente al Decreto Legge 66/14 approvato il 24 aprile scorso e in questi giorni all’esame del Parlamento, per essere convertito in Legge -, ben noto come il provvedimento che ha concesso 80 euro mensili nelle buste paga di chi ha un reddito inferiore ai 24.000 euro.

        «Si tratta di un Decreto – dichiara Falabella – che contiene molti elementi positivi in termini di trasparenza e ristrutturazione della gestione pubblica, che spinge verso una modalità di spesa più razionale, contenendo sprechi e abusi, ma che prevede anche significative restrizioni, oltre che per i Ministeri, anche per i Comuni, le Province, le Città Metropolitane e le Regioni».

        «Quel Decreto – si legge in un approfondimento diffuso sempre dalla FISH – impone in effetti risparmi per 2,1 miliardi nel 2014. Nel dettaglio, 200 milioni (300 nel 2015 e nel 2016) vengono “tagliati” direttamente ai Ministeri, riducendo i relativi stanziamenti. I rimanenti 500 dovranno essere recuperati direttamente dagli stessi Dicasteri. Il Ministero dell’Istruzione, ad esempio, restituisce 6,3 milioni per il 2014 e 9,4 milioni per ciascuno dei due anni successivi. La preoccupazione corre dunque all’obbligo di aggiornamento in servizio sulle didattiche inclusive, ottenuto dalle Associazioni in sede di approvazione della Legge 128/13 e che verosimilmente sembra destinato a rimanere lettera morta».

        «Ma poi – prosegue l’approfondimento – tocca ai Comuni, alle Città Metropolitane e alle Province. Il Decreto, infatti, impone loro risparmi di 700 milioni per il 2014 e di oltre un miliardo per ciascuno dei prossimi tre anni. Il risparmio dovuto dagli Enti Locali sarà calcolato sulla loro spesa nell’ultimo triennio. È un calcolo indistinto, però, che comprende sia voci di ordinaria amministrazione e gestione, sia servizi sociali come le mense e i servizi scolastici o le rette in struttura per persone con disabilità, minori, anziani. Paradossalmente, verrebbero premiati i Comuni che meno spendono in servizi alla persona o che, magari, pretendono una maggiore partecipazione alla spesa».

        «Ci sembra – è il commento di Falabella – che prevalga ancora la logica dei tagli lineari. Non si opera infatti alcuna distinzione fra il tipo di spesa e la qualità dei servizi erogati dai Comuni e dalle Città Metropolitane, mettendo sullo stesso piano la carta per le fotocopie e i servizi per i disabili o i minori. Rischia dunque di andare perduta quella che era una propizia occasione di riqualificare la spesa e di premiare i Comuni più virtuosi in termini di politiche sociali, se il Parlamento non interverrà in sede di conversione in legge».

        Per questo, quindi, la FISH chiede «un intervento correttivo su tali criteri, primo e importante presupposto per rilanciare in modo efficace la spesa sociale (agli ultimi posti in Europa), per attuare il Programma d’Azione Biennale per la Promozione dei Diritti e l’Integrazione delle Persone con Disabilità e per ripensare l’inclusione sociale e il contrasto all’impoverimento, senza i quali non vi è giustizia sociale».

        *Cui Anffas Onlus aderisce

         

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          DISABILITÀ: L’ITALIA ALLA CONQUISTA DI BRUXELLES

          Fonte www.vita.it* – Tra poco più di un anno, gli Obiettivi del Millennio lanciati nel 2000 dalle Nazioni Unite andranno in archivio per lasciare spazio a una nuova agenda per lo sviluppo, chiamata “UN’s post-2015 Development Agenda”. Chi possiede un minimo di domestichezza con le agende politiche internazionali come quelle dell’ONU, sa che gran parte delle decisioni più importanti si prendono molti mesi prima di quando vengono ufficializzate. E il settembre 2015, quando a New York si riuniranno i capi di Stato e di governo per sottoscrivere nuovi impegni a favore dello sviluppo sostenibile e della lotta contro la povertà, è dietro l’angolo. Come tanti altri paesi, l’Italia ha fretta. Tra le sfide che la Farnesina intende portare al centro dell’attenzione, ci sono i diritti delle persone con disabilità, troppo spesso ignorati nelle politiche di sviluppo portate avanti dalla Comunità internazionale.

          Dopo aver sottoscritto la Convenzione ONU sui diritti delle Persone con Disabilità, l’Italia ha deciso di assumere la leadership politica sul tema della disabilità adottando nel luglio 2013 un Piano d’azione ad hoc con lo scopo di assicurare la piena implementazione della Convenzione adottata dalle Nazioni Unite nel 2006 e stabilire un quadro che garantisca il sostegno alle categorie sociali più vulnerabili ed emarginate. Ma senza alleati forti a livello globale, queste ambizioni rischiano di diventare carta straccia. Per questo, la DGCS ha organizzato assieme alla Rete Italiana Disabilità e Sviluppo (RIDS) una conferenza presso la sede del Comitato economico e sociale europeo, a Bruxelles, con l’obiettivo di condividere con la Commissione UE, gli Stati membri e la società civile strategia e buone pratiche sulla disabilità nell’ambito del dibattito internazionale sull’Agenda per lo Sviluppo Post-2015.

          A dirigere la delegazione italiana era il Direttore Generale della DGCS, Giampaolo Cantini.

          Direttore, che bilancio trae da questa conferenza?

          L’obiettivo fondamentale era quello di presentare una buona pratica della Cooperazione Italiana ma soprattutto di condividerla con le istituzioni dell’UE – in particolare con la Commissione- nonché con gli Stati Membri e le organizzazioni della società civile. C’è stata una presenza importante di rappresentanti della Cooperazione Tedesca, Spagnola e della Commissione, tutti attori che osservano con grande attenzione le buone pratiche messe in atto dall’Italia a favore delle persone con disabilità. Ora si tratta di mettersi insieme, di creare un partenariato tra Istituzioni, Stati Membri, organizzazioni della società civile e soprattutto i nostri paesi partner per sviluppare un’azione comune: non solo per rafforzare le componenti di disabilità nei programmi di sviluppo ma anche per mettere a punto degli strumenti di lavoro.

          Nel concreto che cosa significa?

          E’ opportuno sviluppare degli indicatori – i cosiddetti ‘markers di efficacia’ – simili a quelli adottati in altri settori, come ad esempio le tematiche di genere, elaborando a monte dei dati su quanto è stato fatto. Sembrano obiettivi tecnici di poca importanza, ma l’elaborazione di una serie di target e di indicatori accresce la possibilità di includere la disabilità come un tema centrale di inclusione sociale, cruciale per le opportunità per l’impiego, anche nell’accesso a servizi sociali essenziali come l’istruzione e la sanità. In altre parole, ci consentirebbe di portare la disabilità al cuore dei futuri obiettivi di sviluppo sostenibili. II momento è opportuno per unire le forze e sviluppare un piano comune e sollevare questi temi nelle sedi internazionali. Ad esempio l’OCSE DAC potrebbe essere la sede per un lavoro tecnico sui dati, sulla loro disaggregazione e sull’elaborazione di indicatori e di marker di efficacia.

          In che modo l’Italia intende sfruttare il prossimo semestre europeo per portare avanti questa strategia?

          A parte i gruppi di lavoro specializzati ed il dialogo sempre costante con le organizzazioni della società civile, direi che abbiamo due importanti finestre: la preparazione di una posizione comune dell’UE sull’agenda post 2015 e le opportunità che si offrono a noi per promuovere una comunicazione pubblica di larga scala. Penso al semestre di Presidenza dell’UE che spetta all’Italia tra luglio e dicembre 2014 e all’Anno europeo per lo sviluppo previsto nel 2015.

          Perché l’Italia ha deciso di puntare sulla disabilità?

          Intanto perché la cooperazione italiana ha sempre avuto una forte caratterizzazione nel sociale e perché esiste un dialogo molto forte con le organizzazioni non governative ed in particolare con RIDS, la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo con la quale abbiamo elaborato il piano d’azione. E’ un piano d’azione della cooperazione italiana ma in realtà è stato realizzato in maniera congiunta dalla DGCS e RIDS. Le alleanze sono importanti per rafforzare un tema così particolare nell’agenda politica europea ed internazionale.

          Quali sono gli Stati membri pronti a seguirvi?

          Oggi abbiamo avuto una testimonianza molto interessante della cooperazione tedesca, che ha elaborato un proprio piano d’azione, sviluppando azioni molto concrete. Anche i colleghi spagnoli ci hanno sostenuto nell’obiettivo di sollevare questi temi nel negoziato sull’agenda post 2015. Sicuramente altri Stati membri stanno sviluppando azioni in questo senso, ma la conferenza ci ha offerto due insegnamenti preziosi : esistono forti potenzialità, ma è necessaria un’azione di raccordo.

          *articolo redatto in collaborazione con Evelina Urgolo

           

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            “QUANDO È ILLEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE CON DISABILITÀ?”

            Fonte www.personaedanno.itIl licenziamento del lavoratore con disabilità ex lege n. 68/1999, inserito al lavoro mediante il collocamento mirato di cui alla stessa legge, è legittimo solo se l’impossibilità di reinserimento all’interno dell’azienda venga accertata dall’apposita Commissione sanitaria medico-legale integrata presso l’Asl competente, per l’accertamento delle condizioni di disabilità atte ad accedere al sistema per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità .

            Questo è il principio stabilito dalla Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – con la recente sentenza n. 8450 del 10 aprile 2014, in cui è stato respinto il ricorso di un’azienda contro la sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva disposto il reintegro del lavoratore in quanto licenziato illegittimamente e il risarcimento del danno subito.

            La Corte territoriale ha riformato la sentenza di primo grado per non aver considerato che il lavoratore era stato assunto come soggetto invalido avviato al lavoro tramite le apposite liste di collocamento dei lavoratori con disabilità e che, per tale qualità, il recesso poteva ritenersi legittimo solo in presenza delle condizioni previste dall’art. 10 della legge n. 68 del 1999 .

            Nel caso specifico infatti poiché la valutazione in ordine alla definitiva impossibilità di reinserire la persona con disabilità all’interno dell’azienda, anche attuando i possibili adattamenti all’organizzazione del lavoro, è riservata esclusivamente alla Commissione di cui all’articolo 10, comma 3, della legge n. 68/1999, secondo la sentenza impugnata l’azienda avrebbe potuto validamente intimare il recesso soltanto nel caso in cui l’organo sanitario avesse ravvisato tale impossibilità.

            La Corte d’Appello di Palermo, dunque, dopo aver accertato che l’azienda aveva adottato il provvedimento risolutivo sulla base di una propria valutazione del giudizio espresso dal Comitato Tecnico Provinciale per l’inserimento al lavoro delle persone con disabilità e dal medico competente aziendale, ha dichiarato illegittimo il licenziamento.

            L’azienda nel ricorso in Cassazione ha eccepito che, su iniziativa del lavoratore, la Commissione sanitaria medico legale non l’aveva dichiarato completamente inabile al lavoro, bensì abile con la limitazione di evitare la “prolungata stazione eretta”.

            Poiché però nell’organizzazione aziendale non vi erano posizioni lavorative compatibili con tale limitazione era stato necessario licenziare il lavoratore. Tale eccezione è stata ritenuta infondata dalla Suprema Corte per le ragioni, correttamente richiamate dalla Corte territoriale, espresse in precedenza dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 15269/2012.

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              RIDUZIONE DELLA SPESA PER BENI E SERVIZI E POLITICHE SOCIALI

              Fonte www.handylex.it – Il decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66 (Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale) è noto come il provvedimento che ha previsto una inferiore tassazione sul lavoro dipendente e la correlata concessione ai titolari di reddito non superiore ai 26 mila euro di una maggiore retribuzione mensile fino a 80 euro.

              In realtà il decreto, in attesa di conversione in legge, introduce numerosi interventi di riduzione, di ristrutturazione e anche di opportuna trasparenza della spesa pubblica soprattutto da parte delle regioni, delle province, delle città metropolitane e dei comuni. Ma non mancano gli interventi sulle amministrazioni centrali. I Ministeri, ad esempio, dovranno ridurre le spese per beni e servizi per 700 milioni di euro annui per il 2014.

              200 milioni (300 nel 2015 e nel 2016) vengono “tagliati” direttamente dal decreto legge riducendo i relativi stanziamenti. I rimanenti dovranno essere recuperati direttamente dai Ministeri.

              Si tratta di riduzioni ulteriori rispetto a quelli già operate dal decreto legge 28 gennaio 2014, n. 4 (articolo 2, allegato 1) poi convertito dalla legge 28 marzo 2014, n. 50 (la cosiddetta legge sulla spending review).

              Solo per ricordare uno degli effetti di quella disposizione: il Fondo Nazionale per le Politiche sociali ha subito una riduzione di 17.4 milioni di euro per l’anno 2014 (da aggiungere alla riduzione di 2.2 milioni in forza del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35)

              Il nuovo decreto-legge, come dicevamo, taglia da subito di 200 milioni i trasferimenti ai Ministeri.

              Per leggere l’articolo integrale clicca qui