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Non autosufficienza: la spesa delle famiglie

Fonte www.superando.it Tra le famiglie che sostengono spese di assistenza legate alla non autosufficienza, solo un quarto è in grado di coprire interamente tali spese, o con il proprio reddito o intaccando i risparmi o ricorrendo all’aiuto di amici e parenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, si tratta di famiglie che devono fare delle rinunce: è questo uno dei dati che emergono dal primo Rapporto dell’Osservatorio sul Bilancio di Welfare delle Famiglie Italiane, recentemente presentato a Roma.

Il 7 novembre scorso è stato presentato a Roma il primo Rapporto dell’Osservatorio sul Bilancio di Welfare delle Famiglie Italiane (il file che lo contiene, tra l’altro, è solo parzialmente accessibile alle persone con disabilità), promosso da MBS Consulting. Lo studio è stato realizzato dalla Società Innovation Team, attraverso la conduzione di due fasi di indagine: una in profondità, che ha coinvolto 302 famiglie, e una estensiva su un campione di 2.007 famiglie.
L’obiettivo della ricerca è stato quello di ricostruire il bilancio di welfare delle famiglie italiane, attraverso la misurazione delle voci di entrata e di uscita riferibili alle seguenti aree:
° Salute: le spese sanitarie dirette delle famiglie e i premi pagati per le assicurazioni contro le malattie e gli infortuni.
° Supporti per il lavoro: i costi di trasporto e ristorazione che i membri della famiglia sostengono per poter lavorare.
° Istruzione: le rette e le spese per i servizi prescolari (asili e scuola materna) e per l’istruzione a tutti i livelli, comprese le spese di trasporto, la mensa, l’acquisto di libri e di altri prodotti per la didattica.
° Assistenza: i servizi e le spese per la cura dei familiari anziani e non autosufficienti, dei figli minori e della casa.
° Cultura e tempo libero: le spese per l’editoria, lo spettacolo e le altre attività culturali, lo sport e la cura del corpo.
° Previdenza e protezione: le polizze pensionistiche e i versamenti individuali volontari nei fondi pensione integrativi, le assicurazioni vita di protezione, le assicurazioni per la casa e la famiglia diverse da quelle per la salute.

Da tale indagine, dunque, emerge che il welfare familiare vale oggi, in Italia, 109,3 miliardi di euro, ovvero il 6,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Di quella cifra, 14,4 miliardi sono destinati all’assistenza, ossia alle spese familiari per la cura residenziale e domiciliare delle persone non autosufficienti, per l’aiuto domestico (colf) e per la cura a domicilio dei bambini (baby sitter).
È proprio sulla spesa assistenziale delle famiglie italiane che in questa sede intendiamo concentrare la nostra attenzione, e in particolare sulla spesa che le famiglie destinano alla cura dei propri componenti non autosufficienti.

Dei 14,4 miliardi del welfare familiare impiegati per la voce assistenza, 7,4 miliardi vengono spesi per le colf (51,4%), 4,9 per la non autosufficienza (34%) e 2,1 per i servizi di baby sitting (14,6%). Tali uscite interessano 2,9 milioni di famiglie, con una spesa media di 4.989 euro. Tuttavia solo il 28,1% (pari a circa 810.000 famiglie) riceve un supporto pubblico, a copertura del 74,5% delle spese. In molti casi, invece (il 42,3%, pari a 1,2 milioni di famiglie), si ricorre all’aiuto di parenti o amici, il cui contributo risulta pari all’82% delle spese sostenute.

L’area assistenziale che viene considerata più critica è quella della non autosufficienza. A tal proposito lo studio in oggetto stima che nel 79% dei casi le famiglie con componenti non autosufficienti internalizzino la funzione di cura, che viene prestata da un altro familiare, senza ricevere alcun aiuto esterno. Tale valore arriva all’87,5% nelle famiglie in condizione di debolezza economica, ma risulta comunque superiore all’80% nelle famiglie di tutte le condizioni economiche, tranne quelle benestanti e agiate.
Esiste, quindi, una correlazione tra la ricchezza familiare e le scelte di cura delle persone non autosufficienti. Nella maggior parte dei casi, la motivazione per cui si rinuncia ai servizi di cura è di natura economica (50,2%). Seguono poi il rifiuto da parte della persona non autosufficiente (22,9%), la non soddisfacente qualità dei servizi (17,6%) e la loro indisponibilità (9,3%). L’inadeguatezza dell’offerta emerge soprattutto al Sud, dove la qualità dei servizi è giudicata non sufficiente nel 35,7% dei casi.

A fronte del 79% di famiglie che prestano direttamente assistenza ai propri componenti non autosufficienti, il 21% ricorrere invece all’acquisto di servizi di cura, per un importo medio di 8.627 euro. In particolare, il servizio più diffuso è quello delle badanti, cui ricorre l’11,5% delle famiglie con persone non autosufficienti, per una spesa media di 10.348 euro. Seguono gli Ausiliari Socio Assistenziali (7,1% delle famiglie, per una spesa media di 5.756 euro) e l’assistenza in strutture residenziali (2,3% delle famiglie, per una spesa media di 8.904 euro).

Le spese di cura per la non autosufficienza incidono significativamente sul bilancio familiare: molto o moltissimo per il 31% delle famiglie che vi ricorrono, abbastanza per il 44,4%, poco o per niente per il restante 25%.
La spesa per l’assistenza, nel 73,9% dei casi, viene sostenuta per intero dalle famiglie, senza poter contare su alcun contributo economico da parte dello Stato. Il 15,3% delle famiglie riceve invece trasferimenti che coprono interamente le spese, mentre il 10,7% può contare su contributi solo parziali.
La percentuale di chi riceve sussidi totali o parziali è maggiore tra le famiglie in condizioni di debolezza economica (42,5%) e si riduce, fino ad annullarsi, all’aumentare dei livelli di benessere. È tuttavia interessante notare che, anche nella fascia della debolezza, la maggioranza delle famiglie (57,5%) sostiene interamente a proprio carico le spese di assistenza ai propri componenti non autosufficienti. Inoltre, non in linea con le attese è il dato per cui solo il 14,6% delle famiglie in condizioni di debolezza economica riceve contributi a totale copertura delle spese di assistenza, a fronte del 27,9% di chi invece può contare su contributi parziali. Ciò risulta di difficile interpretazione, considerando che le famiglie con migliori condizioni economiche (livello economico medio-basso e medio) possono contare sulla copertura totale delle spese, rispettivamente, nel 41,1% e nel 27,5% dei casi. Occorrerebbe quindi un approfondimento capace di fornire un’interpretazione ai dati rilevati.

Complessivamente, tra le famiglie che hanno sostenuto spese di assistenza legate alla non autosufficienza, solo il 23,8% ha potuto coprire interamente tali spese, o con il proprio reddito (14,3%) o intaccando i risparmi (29,1%) o ricorrendo all’aiuto di amici e parenti (56,6%). Nella stragrande maggioranza dei casi, invece (76,2%), le famiglie hanno dovuto fare delle rinunce. In particolare, hanno rinunciato a un maggiore livello di assistenza per la persona non autosufficiente (40,4%) oppure hanno ridotto le spese per la salute (26,4%) o per i consumi alimentari (33,2%).

Responsabile del portale «Condicio.it – Dati e cifre sulla condizione delle persone con disabilità», spazio di comunicazione che è il frutto di un progetto della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e nel quale il presente contributo è già apparso (con il titolo “La spesa delle famiglie per la non autosufficienza”). Viene qui ripreso – con alcuni minimi riadattamenti, alla luce del diverso contenitore – per gentile concessione.

Per ulteriori approfondimenti sui temi trattati nella presente nota, suggeriamo anche la consultazione dei focus presenti nel portale «Condicio.it – Dati e cifre sulla condizione delle persone con disabilità», dedicati rispettivamente al Lavoro di cura e a Colf e badanti.

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    La vita indipendente è una sfida che sa di futuro

    Fonte www.superando.it «Con questo incontro vogliamo soprattutto rilanciare la riflessione sul diritto alla vita indipendente delle persone con disabilità, che può essere garantito solo con l’impegno delle reti istituzionali, cui devono necessariamente affiancarsi le reti sociali. Alimentare queste reti è un imperativo etico, prima che un obbligo di legge, una sfida importante, che sa di futuro e che va vinta a tutti i costi»: così Alessia Brunetti, presidente dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, presenta il convegno del 13 dicembre a Fano (Pesaro-Urbino), intitolato “Io protagonista del mio domani”

    Io protagonista del mio domani, ovvero Il Dopo di Noi Durante Noi. Inclusione lavorativa e vita indipendente nei giovani con disabilità, che sono rispettivamente il titolo e il sottotitolo del convegno pubblico in programma per il 13 dicembre a Fano (Pesaro-Urbino), presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, incontro promosso dall’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, grazie all’impegno del proprio Gruppo Territoriale di Fano, insieme alle altre Associazioni Omphalos (Autismo & Famiglie) e Banca del Gratuito, in collaborazione con il CSV Marche (Centro Servizi per il Volontariato).
    L’obiettivo è quello di ragionare insieme ad esperti, famiglie ed enti locali sul tema del “Dopo di Noi Durante Noi”, con particolare riferimento a progetti di inclusione lavorativa e di vita indipendente per giovani con disabilità.

    «Le Associazioni coinvolte – si legge nella presentazione dell’iniziativa – conoscono bene le problematiche incontrate da ragazzi e adulti con disabilità, una volta usciti dal mondo della scuola, per entrare nel mondo del lavoro. E quindi, dopo i progetti sull’autonomia e sull’integrazione sviluppati a scuola, quelle persone meritano un inserimento lavorativo che garantisca una vita sociale piena e adeguata alle loro capacità e che consenta loro un percorso di vita da “veri adulti”. Con l’impegno e la collaborazione di tutti, famiglie e istituzioni, occorre fare in modo che la loro presenza sia un punto di forza per la collettività».

    Di progetti di autonomia, quindi, sia in àmbito scuola che di lavoro, ma anche del contesto normativo e delle proposte provenienti dalle Istituzioni, si parlerà il 13 dicembre a Fano, con la partecipazione di Marina Bargnesi, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Fano, Alessia Brunetti, presidente dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, Cecilia Marchisio, ricercatrice in Didattica e Pedagogia Speciale dell’Università di Torino, Giovanni Santarelli, dirigente del Servizio Politiche Sociali e Sport della Regione Marche e Riccardo Borini, coordinatore dell’Ambito Territoriale Sociale n. 6 delle Marche (Comune Capofila Fano).

    Nata nel 1993 da un gruppo di famiglie, l’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, aderente alla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ha come obiettivo quello di riunire e aiutare chi vive questa condizione, oltreché di contribuire allo studio e all’informazione aggiornata su questa realtà, promuovendo l’inserimento scolastico, lavorativo e sociale delle persone con sindrome X Fragile, che costituisce, va ricordato, una delle cause più diffuse di deficit cognitivo, insieme alla sindrome di Down.
    «Siamo molto soddisfatti e grati – dichiara Alessia Brunetti, presidente dell’Associazione – dell’impegno del nostro Gruppo Territoriale Marchigiano, per la realizzazione di questo evento, che rilancia la riflessione sul diritto alla vita indipendente delle persone con disabilità, riconosciuto dalla Convenzione ONU sui Diritti delle stesse. Un diritto che può essere garantito solo con l’impegno delle reti istituzionali, alle quale devono necessariamente affiancarsi le reti sociali. Alimentare queste reti è un imperativo etico, prima che un obbligo di legge. Una sfida importante, che sa di futuro e che va vinta a tutti i costi».

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      Stranieri disabili, per la cittadinanza non serve il giuramento. Sentenza della Consulta

      Fonte www.superabile.it Storico pronunciamento della Corte costituzionale, che ha definito “discriminatoria” l’imposizione del giuramento per l’acquisizione della cittadinanza italiana, qualora il richiedente sia impedito da una disabilità. La questione era stata posta da un giudice di Modena, che aveva dovuto negare la cittadinanza a una giovane, per via delle norme vigenti.

      Per avere la cittadinanza italiana, non serve il giuramento, se chi la chiede ha una disabilità: lo ha detto chiaramente la sentenza della Corte costituzionale n. 258, depositata il 7 dicembre scorso, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 10 della legge n. 91/1992, sulla cittadinanza. In altre parole, “l’imposizione allo straniero disabile del giuramento di fedeltà alla Repubblica come condizione per acquisire la cittadinanza rappresenta una forma di ‘discriminazione’ e di ‘emarginazione sociale’, che ostacola il processo di inserimento del disabile nella società e nella comunità politica italiana. E tale ostacolo – si legge nella sentenza – dev’essere rimosso dalla Repubblica, ai sensi dell’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, per proteggere l’inviolabilità dei diritti fondamentali spettanti anche agli stranieri”. Questo significa che “le norme vigenti sulla cittadinanza sono incostituzionali là dove non esonerano dal giuramento il disabile incapace di soddisfare tale adempimento in ragione di una grave e accertata condizione di disabilità”.

      La questione è stata posta dal giudice tutelare del tribunale di Modena, chiamato a decidere sulla richiesta di un amministratore di sostegno, padre di un’aspirante cittadina italiana, di autorizzare la trascrizione del decreto concessivo della cittadinanza in favore della figlia, pur senza il prescritto giuramento di adesione ai valori costituzionali. La figlia, infatti, non era in condizione di prestarlo, a causa di una grave patologia psichica. Il giudice, dichiarando l’impossibilità di esonerare dal giuramento la ragazza a causa delle norme vigenti, ha sollevato questione di legittimità costituzionale delle stesse. E la Corte ha accolto la sua richiesta.

      La sentenza fa riferimento alla legge n. 104/92, in base a cui non va garantita solo l’assistenza alla persona con disabilità, ma va anche favorita l’integrazione sociale. Secondo la Corte “questo inserimento, quando siano soddisfatte le altre condizioni previste dalla legge che regola l’acquisizione della cittadinanza, è evidentemente impedito dall’imposizione normativa del giuramento alla persona che, in ragione di patologie psichiche di particolari gravità, sia incapace di prestarlo”. Perciò la sua imposizione può provocare una “forma di emarginazione sociale” che esclude “irragionevolmente” il portatore di gravi disabilità dal godimento della cittadinanza, “intesa quale condizione generale di appartenenza alla comunità nazionale. Può inoltre determinare – aggiunge la Corte – un’ulteriore e possibile forma di emarginazione, anche rispetto ad altri familiari che abbiano conseguito la cittadinanza”. Di qui la dichiarazione di incostituzionalità e la precisazione che “l’esonero dal giuramento deve operare a prescindere dal “tipo” di incapacità giuridicamente rilevante. Ciò che rileva è l’impossibilità materiale di compiere l’atto in ragione di una grave patologia”.

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        DISABILITÀ: QUANDO IL PREGIUDIZIO DIVENTA FAKE NEWS

        Fonte comunicato stampa Fish* – Dalla Gran Bretagna arriva un esempio di come il pregiudizio verso la disabilità, e forse la malafede politica, possano contribuire alla diffusione di fake news con un potenziale enorme danno per i bersagli di tali manovre.

        Giovedì scorso Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro) del Governo May, audito dalla Commissione parlamentare tentava di giustificare il basso tasso di crescita (0,1%) dell’ultimo trimestre con evidenti difficoltà a motivare l’impasse delle politiche economiche dei Tories. E nelle sue dichiarazioni non trovava di meglio che addossare la responsabilità di tale frenata all’immissione nel mercato del lavoro di molti lavoratori con disabilità. Va detto, per comprendere il contesto, che negli ultimi 10 anni specifiche politiche (iniziate ben prima del Governo May) e un ripensamento dei servizi per l’impiego hanno prodotto una occupazione di circa un milione di persone con disabilità.

        Il gap è ancora notevole: sono occupati il 47,6 % delle persone con disabilità inglesi (più o meno il doppio di quelli italiani) contro il 79,2% della restante popolazione in età lavorativa, ma proprio in questi giorni è stato lanciato un programma per intervenire anche su questa disparità con l’obiettivo di annullarla entro il 2020. Superfluo dire che questi interventi sono maldigeriti da taluni ambienti pseudoliberisti e la subdola dichiarazione di Hammond, che contestualmente si dice orgoglioso di tali politiche inclusive, ne è la testimonianza.

        Ma abbiamo un secondo esempio dal Regno Unito e cioè di come dovrebbero reagire la politica e la società civile a queste dichiarazioni e pregiudizi. Nelle 48 ore successive alle dichiarazioni di Hammond, non c’è stata testata giornalistica che non abbia stigmatizzato la sua infelice uscita, e inoltre ci sono state decine di dichiarazioni di organizzazioni del movimento, smentite di studiosi, con numeri e cifre e soprattutto una presa di distanza di tutte le forze politiche, compresi gli ambienti governativi.

        L’affermazione sulla presunta improduttività delle persone con disabilità non solo è da rigettare sotto il profilo etico, ma è dimostratamente un falso, numeri, cifre, storie, trend alla mano.

        “Come italiani quelle dichiarazioni, riprovevoli, non ci stupiscono – commenta Vincenzo Falabella, Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – È ancora vivo il ricordo di un ministro dell’economia nostrano che si interrogava provocatoriamente su come l’Italia potesse essere competitiva avendo in carico 3 milioni di persone con disabilità. E mantiene ancora vividi i suoi colori la copertina di uno dei settimanali più diffusi che rappresentava la persona con disabilità come un pinocchio bugiardo. Insomma in quanto a bufale e a pregiudizi nulla abbiamo da insegnare in Europa e Oltremanica. Dagli inglesi invece abbiamo da imparare come si reagisce a tutto ciò.”

        *Cui Anffas Onlus aderisce

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          DIRITTI DELL’INFANZIA IN ITALIA, FORTI LE DISEGUAGLIANZE REGIONALI

          Minori in povertà, accesso ai servizi sanitari per l’infanzia, nidi, tempo pieno, refezione scolastica: il divario nelle condizioni di minori e adolescenti è ampio, specie tra Nord e Sud, con le regioni del Mezzogiorno che registrano il 20,4% di bambini in svantaggio socio-economico (il doppio rispetto alla media nazionale; con la Calabria che ha un tasso di mortalità infantile del 4,7‰ (contro il 3,1‰ nazionale); con Sicilia, Puglia, Campania e Calabria con il più alto numero di bambini che non ha accesso al servizio mensa nella scuola primaria e i più elevati tassi di dispersione.

          Le politiche dell’infanzia in Italia continuano a non essere trattate come una priorità e, in assenza di una visione d’insieme strategica, permangono le diseguaglianze, che si riflettono in primo luogo sulle disparità regionali. A interventi discontinui, talvolta realizzati in risposta a situazioni emergenziali, si sono alternati, tuttavia, anche alcuni segnali incoraggianti sul piano legislativo.

          È quanto emerge dal 3° Rapporto supplementare del Gruppo CRC, che sarà trasmesso alle Nazione Unite, presentato oggi alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti, della Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Filomena Albano e della vice-presidente della Commissione parlamentare infanzia Sandra Zampa, promotrice della legge 47/2017 sulla protezione dei minori stranieri non accompagnati. Il Rapporto, che fotografa lo stato delle politiche dell’infanzia dalla prospettiva del terzo settore, a partire dall’esperienza di coloro che lavorano quotidianamente con i bambini e i ragazzi, è un report complementare rispetto a quello fornito dal Governo5 e completa il terzo ciclo di monitoraggio del Gruppo CRC.

          Alla redazione degli undici capitoli che lo compongono hanno contribuito 144 operatori delle 96 associazioni che costituiscono il Gruppo CRC*.

          “La disomogeneità territoriale rispetto alle misure a sostegno di famiglie e minori, all’accesso e alla qualità dei servizi a loro rivolti è una delle gravi criticità emerse da questo monitoraggio: persino i tempi e i criteri di raccolta dati relativi a questi aspetti variano di regione in regione, rendendo difficile l’individuazione dei bisogni e la programmazione di risposte puntuali – sottolinea Arianna Saulini, di Save the Children, coordinatrice del Gruppo CRC – Nel Mezzogiorno, per esempio, in regioni come Calabria, Sicilia e Basilicata, almeno 1 famiglia su 4 è in povertà relativa7. Le aree dove è accentrato il maggior numero di bambini in condizione di disagio socio-economico sono le stesse in cui sono più carenti i servizi che li interessano in modo diretto: per ridurre questo gap è necessario prevedere interventi specifici e ripensare l’assetto delle politiche dell’infanzia in Italia, in modo organico e strategico”.

          Per rispondere all’accresciuto rischio di povertà o esclusione sociale di bambini e adolescenti fino ai 16 anni, che in Italia dal 2007 al 2015 è passato dal 28,2% al 33,4% (in Europa nello stesso periodo cresceva dello 0,5%)8 è stato previsto un Fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, che attraverso il Reddito d’inclusione sosterrà numerose famiglie con minori. A questo si affiancano il Fondo per il sistema integrato di educazione e istruzione e quello per il contrasto alla povertà educativa minorile.

          Ulteriori strumenti significativi, di recente introduzione, evidenziati all’interno del 3° Rapporto Supplementare, sono il IV Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva e il Piano Nazionale di Prevenzione e contrasto dell’Abuso e dello Sfruttamento Sessuale dei minori 2015-2017.

          Infine, il Gruppo CRC evidenzia l’approvazione della legge 47/2017 sulla protezione dei minori stranieri non accompagnati, che introduce importanti cambiamenti nel sistema di accoglienza e protezione dei bambini stranieri soli, così come la legge 71/2017, sulla tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo.

          “I provvedimenti a supporto dei bambini e degli adolescenti adottati negli ultimi due anni rappresentano un segnale positivo, attendiamo ora di verificarne gli effetti e di osservarne quanto prima la piena attuazione. Questi importanti passi avanti possono rappresentare il punto di partenza di un percorso verso l’elaborazione di una nuova strategia complessiva per la promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. È indispensabile tenere a mente le numerose sfide che richiedono una risposta urgente: dal contrasto alla povertà alla riforma della cittadinanza” aggiunge Arianna Saulini.

          Le condizioni di crescente svantaggio socio-economico dei bambini in Italia e la riforma sulla cittadinanza sono tra le principali sfide da affrontare nel prossimo futuro. Non rappresentano, tuttavia, le uniche questioni che richiedono un’azione urgente, come si evince dalle 157 raccomandazioni rivolte alle istituzioni all’interno del Rapporto.

          In particolare, tra le questioni da affrontare con urgenza, vi è la necessità di ridefinire le misure per proteggere e prevenire abusi e violenza sui minori, con particolare attenzione alla prevenzione primaria e alla media education; il sostegno dei genitori nel loro ruolo educativo, attraverso la promozione delle loro competenze genitoriali; il contrasto della dispersione scolastica (il 14,7% dei 18-24enni italiani ha raggiunto soltanto la licenza media); la nomina di un garante per l’infanzia in ogni regione; il monitoraggio costante e aggiornato dei minorenni fuori dalla famiglia d’origine, estendendo a tutte le regioni italiane il monitoraggio del sistema S.In.Ba; il completamento e l’operatività della Banca dati nazionale delle persone di età minore adottabili e delle coppie disponibili all’adozione; la sistematizzazione e l’analisi delle informazioni raccolte attraverso la Banca dati su abuso e sfruttamento sessuale dei minori.

          “Confidiamo che, con l’imminente incontro con il Comitato delle Nazioni Unite per l’esame della situazione italiana, sia avviata una riflessione strategica rispetto alle politiche per l’infanzia e adolescenza, da cui derivi l’assunzione di un impegno reale da parte delle istituzioni competenti per risolvere le criticità ancora insolute e superare le disparità, che si fanno sempre più acute” conclude Arianna Saulini.

          È possibile scaricare il 3° Rapporto Supplementare completo cliccando qui e dal sito www.gruppocrc.net

          Il comunicato integrale del Gruppo CRC è disponibile cliccando qui

          *Tra cui anche Anffas Onlus che ha collaborato alla realizzazione del Rapporto relativamente alle tematiche sui minori con disabilità

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            VOTA ANFFAS SU”IL MIO DONO”

            Anche quest’anno Anffas Onlus Nazionale partecipa alla campagna “1 voto, 200.000 aiuti concreti”

            Da venerdì 1 dicembre 2017 e fino a lunedì 22 gennaio 2018 sarà possibile votare Anffas Onlus con un semplice click per sostenere concretamente il servizio S.A.I?, un servizio di accoglienza ed informazione completamente gratuito e a disposizione di tutti cittadini con disabilità e loro famiglie.

            Partecipare è semplice e gratuito!

            Clicca qui  e vota Anffas Onlus Nazionale

            Le modalità di voto sono tre. È possibile infatti:

            1. 1.Votare sul sito www.ilMioDono.it con il proprio account Facebook, Twitter o Google Plus: si effettua il login sulla pagina dedicata e si conferma il voto con un click;
            2. Votare inserendo nome, cognome e indirizzo e-mail all’interno del form dedicato;
            3. Votare con Carta per ilMioDono inserendo il codice di riferimento che trovate sulla carta, all’interno del box dedicato

            Ogni preferenza accordata vale 1 punto.

            Per esprimere la preferenza in sostegno di Anffas Onlus Nazionale è sufficiente:

            • accedere al sito internet  www.ilMioDono.it e ricercare Anffas Onlus Nazionale (mediante “Ricerca per Organizzazione);
            • selezionare Anffas Onlus Nazionale tra le associazioni;
            • cliccare sul link di voto scegliendo, tra quelle proposte, la modalità con cui  votare.

            Anche quest’anno effettuando una piccola donazione si potrà aiutare Anffas Onlus a scalare più velocemente la classifica finale: infatti, aggiungendo al voto una donazione PagOnline effettuata con le modalità previste dall’iniziativa e per un importo pari o superiore a 10 (dieci) euro, la preferenza accordata varrà 6 punti.

            Anffas, grazie al contributo che riuscirà ad ottenere da Unicredit grazie al supporto di ogni singolo sostenitore, potrà garantire il servizio gratuito di accoglienza e informazioni SAI? grazie al quale fornisce informazioni e supporto a persone con disabilità e loro famiglie di tutta Italia.

            Sostieni Anffas Onlus e invita i tuoi amici a fare altrettanto!

            Grazie per il tuo gesto!

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              LEGGE BILANCIO, FIASCHI: “’PACCHETTO SPORT’ FAVORISCE INCLUSIONE SOCIALE”

              Fonte comunicato stampa Forum Terzo Settore* – “Apprezziamo lo sforzo complessivo da parte del Governo nei confronti di alcune categorie sociali attraverso il cosiddetto “Pacchetto sport” inserito all’interno della Legge di Bilancio. Il provvedimento infatti prevede misure che favoriscono la partecipazione dei giovani migranti alle attività sportive e riconosce un sostegno importante all’impiantistica nelle periferie, scelte che valorizzano il ruolo dello sport come strumento di inclusione sociale, di integrazione culturale e di promozione umana.” E’ quanto dichiarato dalla Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore Claudia Fiaschi, che commenta così il pacchetto sport previsto all’interno della Legge di Bilancio.

              “Le attività dello sport dilettantistico italiano si reggono grazie all’azione entusiasta di centinaia di migliaia di volontari che operano nelle tante società sportive presenti in tutto il territorio nazionale e che sono impegnate ad assicurare, con continuità e a tutte le persone, a cominciare da quelle meno abbienti, e in ogni età della vita, il diritto alla salute, alla pratica motoria e sportiva. Socialità, relazioni e stili di vita attivi che rendono l’associazionismo sportivo dilettantistico un patrimonio di assoluto rilievo e un modello di riferimento nel nostro Paese e in Europa. Per questo esprimiamo perplessità in merito all’introduzione della figura di società sportiva dilettantistica “lucrativa”.

              Tale previsione aggiunge una nuova tipologia di soggetto a quelle esistenti e a quelle recentemente introdotte dalla riforma del Terzo settore che già ci aveva spinto a richiedere un tavolo ad hoc interministeriale per armonizzare e coordinare le normative. Riteniamo urgente l’attivazione del tavolo per pervenire ad una efficace e coerente regolazione del settore.”

              *Cui Anffas ONlus aderisce