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POLITICHE SOCIALI E NON AUTOSUFFICIENZE: OCCHI PUNTATI SUL POSSIBILE SCIPPO

Fonte www.vita.itOcchi puntati sul possibile “scippo” ai danni del Fondo Non Autosufficienza e al Fondo per le Politiche Sociali: 50 milioni in meno per il FNA, che scenderebbe dai 500 attuali per il 2017 a 450 (vanificando in sostanza l’aumento di 50 milioni di euro arrivato soltanto il 22 febbraio con la definitiva conversione in legge del decreto sul Mezzogiorno) e una riduzione di addirittura 200 milioni sui 311 attuali per il Fondo per le Politiche Sociali, pari a un taglio del 64%.

Questi tagli nei trasferimenti si aggiungono al taglio di 422 milioni di euro al fondo sanitario nazionale derivante dalla riduzione del contributo statale alle Regioni.

Per il momento il taglio al Fondo Non autosufficienze e al Fondo per le Politiche Sociali non è scritto esplicitamente e un nuovo incontro fra Governo e Regioni, a inizio settimana prossima, potrebbe forse trovare una mediazione e ricomporre una situazione potenzialmente esplosiva.

I fatti sono questi: secondo quanto previsto dalla legge di stabilità 2016, le Regioni contribuiscono agli obiettivi di finanza pubblica anche a valere sui trasferimenti dallo Stato alle Regioni, per un ammontare pari a circa 485 milioni. A inizio febbraio l’intesa era saltata per «l’avviso negativo formulato dalle Regioni a Statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Sardegna» (qui il report della Conferenza Stato Regioni), mentre il 23 febbraio l’intesa è stata sancita.

Nell’intesa però, fra le voci indicate dalle Regioni per i minori trasferimenti, ci sono anche il Fondo Non Autosufficienze e il Fondo per le Politiche Sociali. Lo ha confermato ieri il sottosegretario Luigi Bobba rispondendo all’interrogazione di Donata Lenzi (PD): «tra questi trasferimenti risultano anche i Fondi citati dall’interrogante, nelle dimensioni riportate», ovvero 50 milioni di euro in meno per la non autosufficienza e 200 in meno per le politiche sociali.

«Faccio presente che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali non è stato in alcun modo coinvolto nell’istruttoria dell’Intesa, oggetto di confronto con il solo Ministero dell’economia e delle finanze», ha precisato Bobba, ribadendo che «l’orientamento costante del Ministero del lavoro e delle politiche sociali dimostra la propria contrarietà alla prospettiva di una riduzione di tali fondi, nella consapevolezza che trattasi di risorse destinate alle fasce più deboli della popolazione» (qui la risposta integrale del sottosegretario).

Al telefono il sottosegretario riprende quanto detto in Commissione, aggiungendo solo che «i fondi suddetti sono tra le voci citate, bisogna poi vedere se le Regioni effettivamente prenderanno da lì i soldi o no». Per Donata Lenzi, capogruppo Pd alla Commissione Affari Sociali della Camera, «la risposta del sottosegretario Bobba sembra dire che l’ipotesi c’è ma il taglio non è ancora certo: quel che intendo ribadire è che se il Parlamento stanzia dei fondi per determinati scopi, non sta alla competenza delle Regioni destinarli ad altro, in disprezzo del Parlamento. Lo spostamento di risorse da una voce all’altra è un modo di fare a cui va posto limite, altrimenti la funzione del Parlamento diventa meramente notarile, per questo è importante che nell’interlocuzione ulteriore che ci sarà entrino anche altre voci, non solo quelle del Ministero delle Finanze e delle Regioni».

E in riferimento all’avviso negativo di Friuli Venezia Giulia e Sardegna aggiunto: «È incredibile che le Regioni a statuto speciale si sottraggano e scarichino sulle persone in stato di bisogno delle altre Regioni i tagli che avrebbero dovuto affrontare. Il tema di come stanno nel sistema le regioni autonome si pone». I deputati M5s in commissione Affari Sociali, che danno per certo un taglio «da 50 milioni al Fondo per le non autosufficienze e da 211 milioni al Fondo Politiche Sociali», in una nota scrivono che «il fatto che il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, come affermato dal sottosegretario Bobba, non abbia partecipato al confronto non lo esclude dalle responsabilità. Anzi, questa assenza costituisce un’aggravante perché conferma ancora una volta come oramai le politiche per la salute siano totalmente subordinate a alle decisioni economiche. Aggiungiamo che mentre il Fondo politiche sociali sarà sostanzialmente smantellato, passando da 311 a 99,7 milioni, quello per le non autosufficienze perderà quei 50 milioni che gli erano stati aggiunti appena prima dell’intesa Stato-Regioni del 23 febbraio, nell’ambito della legge per la Coesione sociale e il Mezzogiorno. La situazione avrebbe del grottesco, se non fosse grave».

Per approfondire

Leggi il comunicato di Fish e Forum Terzo Settore

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    Progetto Home Care Premium 2017: modalità per l’inoltro della manifestazione di interesse

    E’ stata pubblicata la richiesta di manifestazione di interesse all’adesione al Progetto Home Care Premium 2017 rivolto agli Ambiti Territoriali Sociali o, in caso di inerzia degli ATS, agli Enti Pubblici Istituzionalmente competenti alla gestione convenzionata di Servizi socio assistenziali.

    Gli Ambiti territoriali, altri Enti pubblici che hanno competenza a rendere i servizi di assistenza alla persona, potranno, entro il 10 Aprile 2017, manifestare l’interesse a partecipare al Progetto HCP 2017 trasmettendo il modulo presente nella pagina Home > Concorsi e Gare > Welfare, assistenza e mutualità > Avvisi Welfare alla Direzione Regionale INPS territorialmente competente.

    Vai all’Avviso Home Care Premium 2017 manifestazione di interesse

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      INCLUSIONE ALUNNI CON DISABILITÀ: ECCO LE OTTO RICHIESTE IRRINUNCIABILI DELLE FAMIGLIE

      Fonte www.vita.it – L’esordio di Vincenzo Falabella, presidente della FISH*, in audizione davanti alla Commissioni Cultura e Commissione Affari Sociali della Camera (qui il video completo dell’audizione) è stato durissimo: «Porto qui oggi la rabbia, la delusione e il rammarico delle famiglie che hanno figli con disabilità», ha detto. «Ci aspettavamo molto da queste deleghe, abbiamo tentato di confrontarci ma anche questo Ministero ha ritenuto di non dover tenere conto delle istanze che provenivano dalle nostre famiglie. Noi dovevamo venire qui oggi e chiedere il ritiro immediato del decreto, non lo facciamo solo per senso di responsabilità, demandando a voi di intervenire in maniera significativa per rispondere alle esigenze dei nostri alunni. Perché oggi in Italia c’è un ritorno al passato e questo decreto ne è l’emblema, l’emblema di un arretramento culturale e tecnico, che non giova ai nostri ragazzi».

      Il giudizio sui testi presentati dal Governo è una sostanziale bocciatura, come avevamo anticipato: «Nello schema di decreto non si rileva alcuna reale novità migliorativa. Al contrario, rispetto alla legislazione vigente si riscontrano peggioramenti che di fatto ostacolano l’inclusione e il diritto a un’istruzione di qualità degli alunni con disabilità, sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità», afferma la memoria consegnata alla Camera.

      Le osservazioni della FISH sugli schemi di decreti attuativi della Legge 107/2015, in una visione complessiva delle deleghe e dell’intervento che si sta disegnando sulla scuola italiana (atti del Governo n. 377, 378, 380, 384), sono contenute in una memoria di 34 pagine (qui allegata), dettagliata e poderosa, che mette in luce le criticità e le richieste irrinunciabili, ma propone anche possibili emendamenti ai testi.

      Sono otto per la Fish le modifiche irrinunciabili da portare all’interno dei quattro schemi di decreto esaminati, di cui cinque sulla delega per l’inclusione. Senza poter qui entrare negli aspetti più tecnici, le richieste irrinunciabili sono così sintetizzabili:

      ◾coinvolgimento di tutti gli attori, inclusa la famiglia, nella formulazione del profilo di funzionamento dell’alunno e nella quantificazione delle risorse a lui assegnate (nel testo attuale la famiglia scompare dall’iter valutativo la partecipazione, mentre la famiglia è indicata dalla legge n.104/92 e l’assegnazione delle ore di sostegno all’alunno è di fatto sganciata dal PEI);

      ◾concreta realizzazione della continuità didattica, in particolare dei docenti per il sostegno, sullo stesso alunno con disabilità (oggi il testo vincola per 10 anni l’insegnante di sostegno al ruolo di sostegno, ma non all’alunno);

      ◾il tetto massimo di alunni per classe, in presenza di un alunno con disabilità, deve essere inderogabilmente di 22 alunni (la delega innalza da 20 a 22 il numero massimo, introducendo il termine “di norma” e quindi ammettendo eccezioni).

      ◾occorre poi evitare che vi siano la bellezza di quattro momenti certificativi/valutativi/di pianificazione (accertamento disabilità/valutazione diagnostico funzionale/PEI/ eventuale progetto individuale) con tre (quattro, nel caso di progetto individuale) organi diversi, a cui la famiglia partecipa solo minimamente (in termini di collaborazione e non di co-protagonismo nel PEI e per nulla nei primi due momenti).

      Per quanto riguarda lo schema di decreto n. 377 (formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria), per la Fish è irrinunciabile una reale formazione iniziale sulle didattiche inclusive per tutto il personale scolastico, in particolare per i docenti curriculari di scuola secondaria, mentre nel testo non sono definiti i crediti obbligatori sull’inclusione inseriti nella formazione iniziale di tutti in docenti su posti comuni e anche la formazione in servizio dei docenti curriculari non è obbligatoria ma condizionata dalla disponibilità di risorse finanziarie.

      Sulla delega 0/6 anni la Fish chiede l’esplicitazione del diritto all’istruzione precoce dei bambini con disabilità di età 0-6 anni, con priorità di accesso ai sensi della legge 104/1992, in modo uniforma sul territorio nazionale e infine, per la valutazione, chiede il ripristino dei criteri di valutazione di tutti gli alunni con disabilità nella scuola del primo ciclo secondo i principi indicati dalla legge 104. In mancanza del recepimento di tali principi irrinunciabili la Fish e le Associazioni ad essa aderenti «non potranno condividere i contenuti dei decreti delegati, anzi si vedranno costrette ad azioni di protesta e di contrasto per i paurosi arretramenti contenuti negli attuali schemi di decreto», ha concluso Falabella.

      «Ci sentiamo in una posizione di forza: abbiamo dimostrato al contempo capacità tecnica nel proporre soluzioni sostenibili e la presenza politica che deriva dalle istanze di migliaia di famiglie. Ci auguriamo prevalga quella ragionevolezza necessaria a modificare i decreti proposti e a riaprire il confronto».

      Anffas ha sottoscritto il documento della Fish, a cui ha lavorato in prima persona: l’avvocato Gianfranco de Robertis in audizione ha ricordato come «la storia dell’inclusione degli alunni con disabilità in Italia l’hanno scritta proprio le famiglie, non possiamo dimenticarlo» e sottolineato tre punti, cominciando dal fatto che questa riforma «doveva finalmente rivoluzionare il modo in cui si guarda all’alunno con disabilità, non considerandolo più per la sua diagnosi clinica ma per la sua persona, invece questo accade ancora e ancora peggio di quanto previsto dalla legge 104 del 1992, perché si parte da una fotografia astratta della persona, fatta solo da una commissione medica, mentre oggi già nell’iniziale accertamento dello stato di handicap ai sensi della legge n. 104/1992 vi è la presenza di un operatore sociale, perché non è un accertamento esclusivamente diagnostico».

      Si parla quindi di una valutazione diagnostico funzionale in capo a un soggetto «in cui non ci sono tutti gli attori che hanno in carica quel ragazzo anche nei percorsi extrascolastici, ma solo una commissione medica integrata da un delegato dell’amministrazione scolastica regionale, da un terapista della riabilitazione e da un operatore sociale, che però non hanno, come oggi, un collegamento con il reale vissuto del alunno/studente e non conoscono i contesti in cui esso si muove: la centralità dell’alunno e delle sue esigenze vengono meno e in più in quella valutazione manca la famiglia».

      Questa valutazione diagnostico funzionale «fatta da esterni e che manca della famiglia, non tiene conto della Convenzione Onu quando afferma che non basta dire come è lei, la persona, ma come si rapporta con il contesto, ecco perché servono anche gli altri attori sociali che ruotano attorno a quel bambino».

      E quando poi si arriva al PEI, di cui la famiglia non è coprotagonista, ecco che questo «viene svuotato di valore, perché non c’è più l’indicazione dei supporti e sostegni per quell’alunno, la cui individuazione e quantificazione è delegata a un organo provinciale, il GIT, e all’Ufficio scolastico regionale. Se l’interesse del MIUR era quello di evitare i contenziosi sulle ore di sostegno (sappiamo che tutti i TAR ne hanno migliaia), anche questo obiettivo non verrà raggiunto, perché questo iter è viziato per mancata partecipazione del diretto interessato», ha concluso De Robertis in audizione.

      «Anche noi, come Anffas, non possiamo accettare che si vada indietro. Come alcuni onorevoli in questa Commissione sanno benissimo siamo partiti volendo migliorare il sistema, ma ahimé non esiste alcun miglioramento».

      *Cui Anffas Onlus aderisce

      Per approfondire

      Leggi il comunicato Fish sull’argomento

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        APE E DISABILITÀ: UNA GUIDA PER L’USCITA ANTICIPATA DEI LAVORATORI CON DISABILITÀ (O DI CHI ASSISTE)

        Fonte www.disabili.comPer particolari categorie di persone, fra cui persone con disabilità con invalidità superiore al 74%, è prevista la possibilità di accedere all’APE sociale, ovvero all’uscita pensionistica anticipata dal lavoro, senza alcuna detrazione dalla pensione che spetta. Approfondiamo la questione.

        IN PENSIONE PRIMA DEL PREVISTO – L’Ape, acronimo che sta per Anticipo pensionistico, è il progetto sperimentale che consentirà dal 1 maggio 2017 e sino al 31 dicembre 2018, a chi ha raggiunto almeno i 63 anni di età e si trova a non più di 3 anni e 7 mesi dal pensionamento di vecchiaia nel regime obbligatorio di ritirarsi in anticipo per raggiungere la pensione.

        PROGRAMMA APE – Il programma dell’APE è contenuto nella legge di bilancio per il 2017 (art. 1, co. 166 e ss. della legge 232/2016). Esso riguarderà i lavoratori dipendenti (anche del pubblico impiego), autonomi assicurati presso le gestioni speciali (artigiani, commercianti e coltivatori diretti) o presso la gestione separata dell’Inps. Restano esclusi gli assicurati presso le casse professionali.

        L’Ape può essere:

        A) APE volontario: con questo i lavoratori possono andare in pensione prima del previsto, usufruendo di una sorta di “prestito” messo a disposizione da banche e assicurazioni all’Inps, che sarà poi restituito sottoforma di decurtazioni sulla pensione per i primi venti anni dal conseguimento della pensione regolare di vecchiaia;

        B) APE sociale: in questo caso particolari categorie di persone – considerate svantaggiate – possono accedere anticipatamente alla pensione senza dover poi vedersi la pensione di vecchiaia decurtata. Proprio a causa di questo significativo beneficio, l’APE sociale può essere richiesta solo in presenza di requisiti molto rigidi (a livello di maggior numero di contributi versati e incompatibilità con altre attività lavorative o altri strumenti di sostegno al reddito). Oltre a ciò l’importo erogato avrà un tetto massimo di 1.500 € mensili – importo massimo che l’APE volontario non ha. Ci concentriamo qui di seguito sull’APE sociale, e che è bene conoscere nel dettaglio per capire se si rientra nei suoi requisiti.

        L’APE SOCIALE: COS’È? – L’Ape sociale è definita come un’indennità di natura assistenziale a carico dello Stato, erogata dall’Inps a soggetti in stato di bisogno. È una novità in fase di sperimentazione che sarà testata nell’arco temporale citato sopra (1/05/2017 – 31/12/2018). Già per gli anni successivi, se la sperimentazione diverrà prassi, sono fissati dei limiti di spesa, cioè un tot di milioni di euro stanziati, oltre i quali non si può sforare. Entro il 10 settembre 2018 il Governo verificherà i dati della sperimentazione e formulerà proposte ai fini di un’eventuale prosecuzione. Questa indennità viene corrisposta solo fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o per il pensionamento anticipato.

        CHI PUÒ RICHIEDERLA? – Per richiedere l’APE sociale, bisogna innanzitutto:

        – avere almeno 63 anni di età

        – maturare il diritto alla pensione di vecchiaia entro 3 anni e 7 mesi

        – avere un’anzianità contributiva di almeno 30 anni (o di 36 anni se si è lavoratori in professioni usuranti)

        – rientrare in una delle seguenti casistiche: a) essere disoccupato a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale, ed aver finito integralmente di percepire la prestazione per la disoccupazione spettante da almeno tre mesi;

         – assistere, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 104;

        – avere una riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, superiore o uguale al 74%;

        – essere lavoratore dipendente al momento della decorrenza dell’indennità e svolgere da almeno sei anni in via continuativa un lavoro particolarmente difficoltoso o rischioso (alla tabella dell’allegato C della legge, l’elenco delle professioni riconosciute tali). Solo in questo caso è richiesta un’anzianità contributiva minima di almeno 36 anni.

        INCOMPATIBILITÀ – Per avere l’APE sociale bisogna:

        – aver cessato qualunque attività lavorativa [L’APE sociale è compatibile soltanto nel caso in cui si percepiscano redditi da lavoro dipendente o parasubordinato nel limite di 8.000 euro annui e redditi derivanti da attività di lavoro autonomo nel limite di 4.800 euro annui]

        – non essere titolare di un trattamento pensionistico diretto

        – non avere trattamenti di sostegno al reddito come quelli connessi allo stato di disoccupazione involontaria o l’assegno di disoccupazione (ASDI) o l’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale.

        A QUANTO AMMONTA L’APE? È pari all’importo della rata mensile della pensione calcolata al momento dell’accesso alla prestazione. L’importo dell’indennità non può in ogni caso superare l’importo massimo mensile di 1.500 euro (nel caso in cui la pensione calcolata spettante fosse superiore a tale cifra) e non è soggetto a rivalutazione.

        PER QUANTO TEMPO VIENE EROGATA? L’indennità è erogata mensilmente per 12 mensilità all’anno. Essa viene corrisposta solo fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o per il pensionamento anticipato. Per i dipendenti pubblici che cessano l’attività lavorativa e richiedono l’APE sociale si prevede che i termini di pagamento delle indennità di fine servizio inizino a decorrere dal raggiungimento del requisito anagrafico previsto per il pensionamento di vecchiaia.

        DOVE BISOGNA RICHIEDERLA? – Bisogna presentare domanda all’Inps.

        QUANDO SARÀ ATTIVO IL SERVIZIO? – L’Inps e la legge stessa dicono che l’APE sociale sarà attivo a partire dal 1 maggio 2017 fino al 31 dicembre 2018. Consigliamo comunque di rimanere aggiornati presso le proprie sedi Inps e i CAF più vicini.

        QUAL È L’ITER DEL PROVVEDIMENTO? – La legge di bilancio 2017 prevede che le modalità di attuazione saranno chiarite e disciplinate da un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, che sarà adottato entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Qundi, essendo la legge in questione 232/2016 entrata in vigore il 1 gennaio 2017, dovremmo vedere uscire questo decreto entro le prime settimane di marzo. Nel decreto che uscirà saranno determinati con maggior chiarezza vari dettagli tra cui le procedure per l’accertamento delle condizioni per l’accesso al beneficio e la relativa documentazione da presentare assieme alle disposizioni attuative di quanto previsto.

        I limiti di spesa annuali fissati per l’APE sociale sono:

        – 300 milioni di euro per l’anno 2017

        – 609 milioni di euro per l’anno 2018

        – 647 milioni di euro per l’anno anno 2019

        – 462 milioni di euro per l’anno 2020

        – 280 milioni di euro per l’anno 2021

        – 83 milioni di euro per l’anno 2022

        – 8 milioni di euro per l’anno 2023.

        Qualora dal monitoraggio delle domande presentate e accolte emerga il verificarsi di scostamenti rispetto alle risorse finanziarie disponibili, l’inizio del versamento dell’indennità è spostato o rinviato in ragione della maturazione dei requisiti (e a parità di requisiti in base alla data di presentazione della domanda) al fine di garantire un numero di accessi all’indennità non superiore al numero programmato in relazione alle predette risorse finanziarie.

        Per approfondire

        Leggi la scheda illustrativa e semplificata dell’Inps riguardo l’APE sociale

        Leggi le schede di lettura della legge di bilancio 2017 predisposte dal Senato

        Leggi la Legge di bilancio 2017 (n. 232/2016): da vedere commi 179 e segg. per l’APE sociale

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          LINK ISTITUZIONALI SUI MINORI, UN ELENCO ONLINE A CURA DEL GARANTE

          Fonte www.infocontinuaterzosettore.itIl Garante per i diritti dell’infanzia ha raccolto in una pagina web i link istituzionali contenenti dati sui minori, tra cui: minori stranieri non accompagnati, minori fuori famiglia in generale, minori autori di reato in carico ai servizi della giustizia minorile; informazioni, anche attraverso banche dati, in ordine alle materie della prevenzione, assistenza e tutela dei minori dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale dei minori.

          Consulta la pagina cliccando qui

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            LAVORATORI CON DISABILITÀ: DA «OBBLIGO» A RISORSA

            Fonte www.corriere.it/saluteI datori di lavoro li considerano «meno produttivi» e, per questo, li penalizzano pagandoli di meno rispetto ai colleghi che svolgono le stesse mansioni. Ci sono, poi, manager che si dichiarano propensi ad assumere un lavoratore con disabilità, ma di fatto non lo fanno.

            La conferma che esistono ancora pregiudizi nelle strutture apicali delle aziende nei confronti di lavoratori con disabilità arriva da uno studio che ha messo a confronto indagini sull’inclusione lavorativa condotte a livello internazionale, presentato nel corso di un convegno “Disability management. Buone pratiche e prospettive future in Italia”, svoltosi di recente a Milano su iniziativa di “Best regards IBM Italia” e “Associazione pianeta persona”, e con il patrocinio, tra gli altri, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

            Per leggere l’articolo integrale clicca qui

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              RIFUGIATI AL GELO IN EUROPA, LA DOPPIA DISCRIMINAZIONE DELLE PERSONE CON DISABILITÀ

              Fonte www.superabile.it – L’ondata di neve e gelo che ha colpito l’Europa negli ultimi giorni non accenna a diminuire. Tra le persone più in difficoltà ci sono i migranti bloccati ai confini d’Europa, a Belgrado come in Grecia, molti di loro vivono in condizioni al limite del disumano. In particolare, chi tra di loro ha una disabilità sta incontrando serie difficoltà nell’ottenere servizi di base come alloggio, servizi igienico-sanitari, ma anche cure mediche.

              Lo denuncia l’organizzazione Human Rights Watch, in un focus sui centri di accoglienza in Grecia.

              Tra i casi più eclatanti quello di un’anziana donna in sedia a rotelle, che non ha potuto farsi la doccia per un mese.

              “Le persone con disabilità vengono trascurate e non riescono a ottenere servizi di base, anche se sono tra i rifugiati e gli immigrati più a rischio”, sottolinea Shantha Rau Barriga, direttore diritti delle persone con disabilità di Human Rights Watch. Human Rights Watch ricorda che sono ancora troppo pochi i programmi mirati a rispondere ai diritti e alle esigenze dei richiedenti asilo, rifugiati, e altri migranti con disabilità.

              “L’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia, le chiusure dei confini lungo la rotta dei Balcani, la cattiva gestione, e la mancanza di coordinamento tra i governi dell’Ue hanno lasciato circa 62.700 richiedenti asilo e altri migranti intrappolati in Grecia. Secondo la Commissione europea, a partire dal 12 gennaio 2017, solo 7448 persone sono state trasferiti o sono in programma di essere trasferite nell’ambito del meccanismo Ue Relocation – circa il 12 per cento dei 66.400 posti concordato nel 2015 – scrivono -. E i migranti in Grecia vivono in deplorevoli condizioni, senza accesso ai servizi e alloggi adeguati. Migliaia di rifugiati stanno sopportando condizioni invernali estremamente dure in tende fragili in tutta la Grecia, con temperature fino a -14 gradi. Quelli con disabilità sono tra quelli particolarmente a rischio”.

              Sulla base delle ricerche svolte in Grecia continentale e sulle isole greche nel mese di ottobre 2016 e gennaio 2017, e di follow-up interviste telefoniche a dicembre 2016 e gennaio 2017, Human Rights Watch ha scoperto, inoltre, che i richiedenti asilo e i rifugiati con disabilità non sono spesso correttamente identificati, in parte a causa di un processo di registrazione affrettata. Senza un’adeguata comprensione delle dimensioni e esigenze, le agenzie umanitarie non possono rispondere in modo efficace.

              Per esempio, i servizi di salute mentale, tanto necessari per i richiedenti asilo e gli altri migranti, sono inadeguati. La metà dei migranti che Human Rights Watch ha intervistato sta affrontando questa situazione portandosi dietro traumi, ansia o depressione dovuta alla violenza subita nei paesi d’origine, ma anche all’incertezza e l’insicurezza nei campi.