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ASSISTENZA ALLE PERSONE CON DISABILITÀ

Quotidianosanita.it – La Corte costituzionale interviene – sentenza 23 settembre 2016, n. 213 – sui permessi della legge 104/1992 relativi all’assistenza alle persone con disabilità– handicappate per la vetusta terminologia della legge – con una decisione che permette la cessazione della discriminazione in relazione allo status di persona non sposata.

L’articolo 33, comma 3, della legge 104 limitava, infatti, la fruizione dei detti permessi mensili – in ragione di tre – ai coniugi, parenti o affini entro il secondo grado “ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con disabilità  in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti”.

Non era prevista la concessione dei permessi al “convivente more uxorio”. Con tale espressione, come è noto, si intende la condizione di due persone che convivono con una relazione affettiva stabile, come se fossero sposate, non avendo contratto matrimonio.

in relazione alla vicenda  di un paziente con disabilità, portatore di una grave forma di morbo di Parkinson, il convivente si è visto  rifiutare – o più correttamente, dopo l’autorizzazione, i permessi sono  stati revocati con conseguente recupero dei giorni fruiti – la concessione dei permessi proprio perché non legato da “coniugio” con la persona da assistere.

Nel giudizio di legittimità incidentale il Tribunale di Livorno ha rimesso gli atti alla Corte costituzionale affinché dichiarasse l’illegittimità costituzionale del terzo comma dell’articolo 33 della legge 104/92 . La Consulta ha dichiarato illegittima costituzionalmente la norma “nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con disabilità in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado”.

La motivazione dei giudici costituzionali, che fa cessare la discriminazione sulla mancata fruizione del permesso mensile retribuito, è ineccepibile. Osserva la Corte che  il permesso mensile è espressione “dello Stato sociale che eroga una provvidenza in forma indiretta, tramite facilitazioni e incentivi ai congiunti che si fanno carico dell’assistenza di un parente con disabilità grave”. Si tratta di “uno strumento di politica socio-assistenziale…basato sul riconoscimento della cura alle persone con disabilità in situazione di gravità prestata dai congiunti e sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale ed intergenerazionale”.

Il diritto alla salute psico-fisica del disabile deve essere tutelato ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione. E’ un diritto inviolabile riconosciuto a chiunque e la Carta costituzionale prevede che tale diritto venga garantito all’uomo sia come “singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

La famiglia di fatto è una “formazione sociale” basata su valori di affettività e il soggetto disabile non può trovare, nella tutela del suo diritto alla salute, ostacoli diversi da altri soggetti. I giudici supremi sono chiarissimi sul punto: il diritto della persona disabile non sposata “verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato ‘normativo’ rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio”.

Ancora una volta è la giurisprudenza della Corte costituzionale a entrare nel mondo dei diritti correggendo le storture e i ritardi della politica. Stupisce la costituzione in giudizio dell’Inps e, ancora di più, dell’Avvocatura dello Stato, o quanto meno, stupiscono le argomentazioni portate per fare rigettare il ricorso che avrebbero le lancette dell’orologio indietro nei decenni.

Probabilmente non c’è da stupirsi sui ritardi della politica. E’ entrata in vigore da pochi mesi la legge 7672016 sulla “Regolamentazione delle unioni civili e disciplina delle convivenze” su cui ci sono state molte polemiche. La legge non regolamenta – sin dal titolo – soltanto le coppie omoaffettive, ma detta norme anche per le convivenze eterosessuali. Queste ultime sono state sostanzialmente ignorate dalla c.d. legge Cirinnà trovandosi in una situazione di forte svantaggio, non solo rispetto alle coppia sposate, ma anche nei confronti delle nuove unioni civili.

Ricordiamo che le “parti” che si uniscono in unioni civili assumono i diritti che nella normativa si attribuiscono ai coniugi. Quindi in relazione alla legge sulle unioni civili, alla parte unita, spettano i benefici della legge 104.

Per i diritti delle coppie eterosessuali conviventi ci ha pensato con questa sentenza la Corte costituzionale a far cessare la discriminazione facendo emergere la riluttanza del nostro legislatore a perseguire una moderna politica dei diritti.

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    SOCCORRERE TUTTI SIGNIFICA SOCCORRERE MEGLIO

    Superando.it – È ormai da tempo che i Vigili del Fuoco dedicano attenzione ai temi esaminati a Firenze [in occasione della quinta Conferenza Nazionale sulle Politiche della Disabilità, 16-17 settembre 2016, N.d.R.], in un percorso che gradualmente si è evoluto, al passo con lo sviluppo della nostra società, partendo dalla sicurezza delle persone con disabilità, per giungere a una più matura sicurezza inclusiva, la cui differenza non è solo lessicale.
    Si pensi solo al fatto che in un decreto sui temi della prevenzione incendi pubblicato nell’agosto del 2015, il termine inclusione è diventato formalmente parte integrante del vocabolario di questa materia e, quindi, del progetto della sicurezza antincendio.
    Ma anche sugli aspetti del soccorso alle persone con esigenze specifiche i Vigili del Fuoco hanno profuso impegno e risorse. Un esempio è la pubblicazione delle linee guida sulla gestione dell’emergenza in cui sono coinvolte queste persone, ma anche l’effettuazione di esercitazioni con il loro diretto coinvolgimento, un altro esempio in cui l’inclusione diventa parte integrante del soccorso.

    Torniamo per un attimo ai recenti giorni di grande impegno e sofferenza, legati alterremoto del 24 agosto nel Centro Italia.
    La gestione del soccorso nelle zone terremotate è stata complessa per le difficoltà dello scenario e la violenza dell’evento. I Vigili del Fuoco si sono prodigati in un’opera che ha valso l’estrazione dalle macerie di circa 250 persone, di cui almeno 215 effettuate da essi stessi.
    In tale circostanza ha giocato un ruolo fondamentale la formazione degli operatoriche coordinavano gli scenari operativi e nel cui àmbito è stata incontrata anche la disabilità; la formazione, infatti, ha permesso loro di operare con la massima consapevolezza ed efficacia, oltre che sensibilità. Anche in tale frangente si è fattosoccorso inclusivo.

    Forse pochi sanno che queste modalità hanno posto il nostro Paese – proprio tramite le attività del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco – in linea con le indicazioni della Convenzione ONU sui Diritti delle persone con Disabilità, che si esprime in merito con il suo articolo 11*.
    Ma come si stanno evolvendo queste esperienze e quali sono i progetti per il futuro? Per affrontare queste problematiche è stato dapprima istituito uno specificoOsservatorio composto da tecnici dei Vigili del Fuoco, esperti della materia e rappresentanti delle Associazioni di persone con disabilità. Successivamente l’attenzione è stata rivolta ai seguenti due aspetti: da una parte, la condivisione di unabanca dati sugli interventi di soccorso come strumento di conoscenza su questi argomenti e supporto alle strategie di sicurezza del nostro Paese. Si tratta di una banca dati arricchita in particolare dall’analisi di esperienze pratiche, tanto che durante il recente terremoto sullo scenario territoriale era presente una squadra dedicata proprio a questo argomento, con l’obiettivo di analizzare casi, per acquisire informazioni ed esperienze da condividere. Dall’altra parte, l’elaborazione di un’applicazione (App) per smartphone, da rendere disponibile gratuitamente a tutti i cittadini, con le indicazioni su come comportarsi in emergenza in presenza di persone con disabilità, ma anche sulle tematiche della disabilità che è importante conoscerenella vita quotidiana.
    Sono tutte attività, queste, che si esprimeranno anche su altri versanti, di volta in volta posti all’attenzione.

    C’è però un aspetto da considerare particolarmente e che merita maggiore impegno da parte di tutti: la consapevolezza rispetto alla propria sicurezza e alla possibilità di tutelare se stessi in condizioni di emergenza. Sono competenze da acquisire attraverso un percorso di informazione e formazione delle persone e dei loro familiari, certamente i primi che hanno la possibilità di rispondere in tali occasioni.
    Anche su questi aspetti i Vigili del Fuoco sono impegnati a sviluppare le proprie competenze, sono a disposizione in un quadro di iniziative e strumenti  [si legga in tal senso il nostro resoconto di due recenti incontri ad Ascoli Piceno e Rieti, N.d.R.], per stimolare una cultura della sicurezza inclusiva nel nostro Paese, ma prima ancora delrispetto verso le altre persone.
    I Vigili del Fuoco credono fermamente che una sicurezza inclusiva sia la sicurezza che deve essere realizzata, che la sicurezza non possa essere riservata ad alcuni ed escludere altri, che essere capaci di soccorrere tutti significhi soccorrere meglio.
    La sicurezza inclusiva richiede impegno, attenzione, miglioramento continuo: è ciò che cerchiamo di fare giorno dopo giorno, con determinazione, ricercando gli strumenti fisici e di formazione più adatti e più aggiornati, con fatica ma con passione ed emozione, con la gioia dei salvataggi e con il dolore per le sofferenze che incontriamo, che restano nei nostri ricordi, ogni giorno, e che ci legano indissolubilmente a questo incredibile mestiere.

    *Composto di un unico comma, l’articolo 11 della Convenzione ONU recita: «Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie – Gli Stati Parti adottano, in conformità agli obblighi derivanti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e le norme internazionali sui diritti umani, tutte le misure necessarie per garantire la protezione e la sicurezza delle persone con disabilità in situazioni di rischio, incluse le situazioni di conflitto armato, le emergenze umanitarie e le catastrofi naturali».

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      SCUOLA, TUTTI IN CLASSE, QUALCUNO ESCLUSO. LA DENUNCIA DI LEDHA

      Superabile.it – La campanella è suonata, ma non tutti sono riusciti a salire in classe. Colpa di servizi non ancora partiti, sebbene siano fondamentali per gli studenti con disabilità e le loro famiglie. La denuncia arriva dalla Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disaiblità, che così fotografa la situazione in Lombardia. Una situazione che però accomuna, in misura diversa, tutte le regioni. “I maggiori disagi si registrano sul territorio della Città Metropolitana di Milano – riferisce il presentie Alberto Fontana -, che lo scorso 12 settembre ha inviato ai genitori degli alunni con disabilità una lettera in cui si scusa ‘per il disagio arrecato e per i possibili ritardi nell’avvio degli interventi’ e annuncia che ‘per attivare nei tempi più brevi possibili gli interventi a favore dei figli intende chiedere la collaborazione agli Uffici di Piano del Territorio metropolitano e agli istituti scolastici’. Inoltre, Città Metropolitana deve ancora corrispondere il saldo di quanto anticipato direttamente da molte famiglie lo scorso anno per gli interventi assistenziali”.

      Intanto però, molti alunni e studenti con disabilità ancora non hanno potuto tornare a sedersi tra i banchi assieme ai loro compagni di scuola.”Purtroppo non è una sorpresa – commenta ancora Fontana – Già nei giorni precedenti l’inizio dell’anno scolastico avevamo denunciato come in Lombardia la situazione fosse disomogenea”. Tanto che, nel corso di questa prima settimana di scuola, diversi genitori, preoccupati per la mancata attivazione dei servizi, si sono rivolti al Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di Ledha. Mamme e papà che ancora non sanno quando potranno mandare a scuola i propri figli, non sanno quante ore di assistenza saranno garantite. Non sanno se verrà attivato il servizio di trasporto, non sanno se avranno gli ausili tiflo-didattici.

      “In questi giorni abbiamo parlato con tanti genitori, molti di loro sono demoralizzati. Stanchi di trovarsi ogni volta a lottare con le istituzioni per ottenere quello che è un diritto dei loro figli: il diritto all’istruzione – aggiunge Alberto Fontana. Le famiglie sono disorientate e frustrate dalla mancanza di informazioni e di collaborazione da parte degli enti territoriali. Alcune, pur di garantire ai propri figli il diritto ad andare a scuola, sono disposte a pagare i tasca propria i costi per l’assistente alla comunicazione o l’assistenza ad personam. Altre li terranno a casa in attesa di avere informazioni più precise, altre ancora ricorreranno alle aule dei tribunali”.

      Analoghe difficoltà sono state segnalate da territorio di Como, dove la Provincia ha comunicato alle scuole di non avere alcuna possibilità di impegnare somme non previste nel bilancio per l’assistenza degli alunni delle scuole superiori.”Anche la regione Lombardia ha gravi responsabilità di questa situazione – aggiunge Donatella Morra, referente del gruppo Ledha Scuola -. A oggi, per l’anno scolastico appena iniziato non ha stanziato nemmeno un euro per finanziare servizi che attengono a un diritto esigibile e tutelato dalle leggi nazionali e regionali. Né si è attivata per promuovere l’annunciato dialogo tra le istituzioni con l’obiettivo di individuare insieme soluzioni concertate e risposte adeguate. Un intervento che invece sarebbe indispensabile e doveroso sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista gestionale. Il Difensore civico regionale, a seguito delle diffide inviate dalle famiglie, aveva sollecitato tutte le Istituzioni a intervenire. Compresa Regione Lombardia. Tuttavia, in una nota di riscontro, la Regione si è chiamata fuori – aggiunge Donatella Morra – impegnandosi nell’anno scolastico 2016/2017 solo a distribuire la quota del finanziamento statale che arriverà in Lombardia e che basterà a coprire le spese solo di una parte dell’anno”.

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        AUTISMO. NELL’INSORGENZA È COINVOLTO UN FATTORE DI CRESCITA CEREBRALE

        Quotidianosanita.it – Secondo un’ampia metanalisi statunitense, i livelli di sangue periferico del fattore neurotrofico cerebrale (BDNF) sono significativamente maggiori nei bambini con disturbo dello spettro autistico (ASD) rispetto ai bimbi sani di controllo.”I risultati confermano l’implicazione dell’accumulo di BDNF nel disturbo dello spettro autistico” scrive Yong Cheng, del National Institute of Child Health and Human Development di Bethesda, co-autore di un paper apparso su ‘JAMA Pediatrics’.

        Il BDNF svolge un ruolo chiave nella sopravvivenza neuronale e nella crescita, differenziazione cellulare, formazione di sinapsi, plasticità sinaptica e nelle funzioni cognitive, fanno notare i ricercatori, e l’espressione alterata di BDNF è stata collegata a diverse malattie neuropsichiatriche, tra cui la depressione e la schizofrenia. Ma gli studi sull’associazione tra livelli di BDNF nel sangue e ASD hanno dato risultati contrastanti.

        Lo studio
        Per indagare ulteriormente, Cheng e colleghi hanno fatto una revisione sistematica e una metanalisi di 19 studi che misurano i livelli di BDNF nel sangue periferico nei bambini con ASD (n = 1.411) rispetto ai bambini sani di controllo (n = 1.485). Hanno trovato livelli significativamente elevati di BDNF nei bambini con ASD rispetto a quelli osservati nei bimbi sani (Hedges g = 0.49; 95% CI, 0,185-0,794; P = 0,002). Tuttavia, c’è stata una significativa eterogeneità tra gli studi (p <0.001).

        Le analisi di sottogruppo di quattro studi che hanno utilizzato campioni di sangue secco prelevati da neonati, che hanno ricevuto diagnosi di ASD più tardi nella vita non hanno evidenziato alcuna associazione con i livelli ematici di BDNF (Hedges g = 0,38; 95% CI, -0,244 a 1.011; p = 0.23). Al contrario, i 15 studi che hanno analizzato campioni di sangue prelevati da bambini con ASD dopo la diagnosi hanno trovato un aumento dei livelli di BDNF nel gruppo ASD rispetto al gruppo sano (Hedges g = 0,52; 95% CI, 0,206-,842; P = 0.001).
        “Per quanto a nostra conoscenza – dicono gli autori dello studio – questa è la prima metanalisi sul ruolo nel sangue periferico del BDNF.. Poiché il ruolo dei livelli di BDNF circolanti nei bambini con ASD è stato controverso per più di un decennio, e quindi la sua rilevanza rispetto all’eziologia della ASD resta inafferrabile, questo studio fornisce un’evidenza clinica che i bambini con ASD hanno livelli maggiori di BDNF nel sangue periferico. Questa scoperta offre una nuova prospettiva in un percorso molecolare potenziale che contribuisce ai risultati di sviluppo di ASD”.
        Cheng e colleghi sostengono che il monitoraggio dei livelli di BDNF costituisca una potenziale chiave per la diagnosi precoce di ASD.
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          CAOS NEL SOSTEGNO. ANCORA LONTANI DALL’INCLUSIONE SCOLASTICA

          Vita.it – Si sono presentati da pochissimi giorni, ma non hanno perso tempo gli undici autorappresentanti che compongono la prima Piattaforma Italiana degli Autorappresentanti in Movimento, nata grazie a un progetto di  Anffas. Sono cioè persone con disabilità intellettive e/o relazionali che si sono formate per diventare rappresentanti dei propri diritti e delle proprie richieste. La loro prima azione è stata quella di prendere carta e penna e scrivere al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per sollecitare la messa di atto di tutte le misure necessarie alla piena inclusione scolastica anche delle persone con disabilità. Il primo diritto che le persone con disabilità hanno quindi voluto chiedere con forza per sé – nulla su di noi senza di noi è la logica – è quello alla scuola.

          L’anno scolastico appena partito, sul fronte dell’inclusione scolastica, è particolarmente complesso. La realtà dei fatti è così descritta dalla lettere degli autorappresentanti: «Gli alunni con disabilità di tutta Italia si trovano oggi a scontarsi con ostacoli e barriere di diverse natura: molti di noi all’inizio dell’anno scolastico, invece che recarsi a scuola con tutti gli altri, sono rimasti a casa a causa dei problemi nell’avere accesso ai servizi di trasporto scolastico, di assistenza igienico-personale, di assistenza all’autonomia alla comunicazione. Molti di noi non hanno ancora un insegnante di sostegno, risorsa indispensabile per gli alunni con disabilità e per le loro classi per vedersi garantito il diritto all’inclusione scolastica e ad un’istruzione adeguata che ci consenta, alla pari di tutti gli altri, di essere cittadini formati e preparati, pronti per l’ingresso nel mondo del lavoro. Molti di noi si trovano ad avere insegnanti di sostegno non specializzati, a causa di logiche di assegnazione che – in dispregio delle tante buone norme di cui disponiamo – non mettono al centro le nostre priorità e bisogni. Molti ancora trascorrono le proprie giornate scolastiche in aule sovraffollate o, peggio, nei corridoi ed in cosiddette “aulette di sostegno” senza alcun rispetto per il nostro diritto ad essere inclusi e poter partecipare. E purtroppo questa è divenuta ormai una prassi, che vediamo tristemente ripetersi ogni anno. In poche parole, siamo fortemente discriminati in un ambito che condiziona e può condizionare pesantemente e gravemente le nostre vite ed il nostro futuro».

           La situazione

          Nonostante un concorso che per la prima volta ha previsto una specifica classe di concoros sul sostegno, nonostante una delega per il riodino della materia prevista dalla legge 107, di cui ancora non si sa nulla, nonostante tante promesse di attenzione al tema – a cominciara dal sottosegretario Davide Faraone – sul sostegno è caos. Secondo Anief, mancherebbero nelle scuole d’Italia un insegnante di sostegno su tre. Nella sola Sicilia ci sono circa duemila posti di sostegno ancora da coprire e 829 docenti che hanno chiesto l’assegnazione provvisoria sul sostegno, pur non avendone il titolo (un’opzione concessa nelle ultimissime settimane, di cui Vita.it ha parlato qui). La situazione si prospettava già caotica a maggio, quando Tuttoscuola spiegava che coprire 6.100 posti di sostegno nell’attuale concorso per docenti avevano presentato domanda 10.600 candidati (il 42% in più), con una «incredibile contraddizione»: moltissime domande al Sud e pochissime al Nord, con il risultato che – già si sapeva – «non saranno coperti ben 1.155 posti, perché in diverse regioni settentrionali, a differenza del resto d’Italia e nel Mezzogiorno in particolare, le domande sono state inferiori al numero dei posti a concorso».

          AIPD ha parlato di «rigidità e inadeguatezza del sistema di nomine, diviso per province o ambiti territoriali, [che ] crea situazioni per le quali in una zona si esauriscono subito le graduatorie dei docenti specializzati per il sostegno e vengono nominati docenti non specializzati, mentre nel territorio vicino vi sono docenti specializzati che non vengono nominati e che non possono essere utilizzati nel territorio carente di specializzati». Un atro capitolo riguarda l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione nelle scuole superiori, messa a serio rischio dalla mancata riattribuzione di competenze e di fondi a seguito dell’abolizione delle province prevista della legge Delrio: i 70 milioni stanziati dal Governo certo non coprono interamente il servizio e diversi realtà locali – ha denunciato Ledha – ad esempio la Regione Lombardia, per l’anno scolastico in corso si è impegnata solo a distribuire la quota del finanziamento statale che arriverà, che basterà a coprire le spese soltanto di una parte dell’anno. Per gli alunni delle scuole superiori si aggiunge il problema del trasporto scolastico gratuito, finora garantito dalle province: alcune Regioni – tra cui il Lazio – hanno interpretato che i 70 milioni di euro stanziati dal Governo dabbano essere utlizzati per la sola assistenza all’autonomia e alla comunicazione, mentre la magistratura ha ribadito più volte che nel “supporto organizzativo all’inclusione scolastica” oltre all’assistenza è compreso anche il trasporto scolastico gratuito.

          Per tutto questo, continuano gli autorappresentanti nella loro lettera, «ci rivolgiamo a Lei per lanciarLe un importante appello che riguarda uno dei nostri fondamentali diritti, sancito dalla Costituzione Italiana, da moltissime norme e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità oggi L. 18/09: quello del diritto ad un’istruzione di qualità all’interno di un sistema scolastico inclusivo. […] Le rivolgiamo un appello affinché intervenga, nelle modalità che riterrà naturalmente più opportune, nei confronti del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, delle Regioni e degli Enti locali per fare in modo che ci siano garantite parità di opportunità e giusti sostegni, in tempi adeguati, nel nostro diritto allo studio ed all’istruzione».

          Il prossimo Programma d’azione: più qualità

          La linea di intervento 4 del nuovo Programma d’azione per le politiche sulla disabilità parla proprio di inclusione scolastica e processi formativi, nell’ottica dell’attuazione dell’articolo 24 della Convenzione Onu (è stato discusso a Firenze nei giorni scorsi e dovrà ora essere modificato alla luce delle osservazioni emerse durante la Conferenza Nazionale e poi approvato). Otto le azioni specifiche previste: migliorare la qualità dell’inclusione scolastica e dell’istruzione degli studenti con disabilità attraverso il miglioramento delle competenze del personale scolastico; garantire l’uniformità dell’erogazione del servizio di assistenza nelle scuole; migliorare l’accessibilità delle scuole e garantire gli accomodamenti ragionevoli; garantire agli alunni con disabilità l’accesso alle scuole italiane all’estero; garantire l’accesso all’istruzione domiciliare; garantire l’accesso all’educazione precoce dei bambini con disabilità; garantire la continuità tra orientamento/formazione e transizione al lavoro e l’accesso degli adulti con disabilità a percorsi d’istruzione e formazione permanente; realizzare un monitoraggio della qualità dell’istruzione.

          «Questo campo è uno dei pochi in cui l’Onu ha riconosciuto che l’Italia ha dei punti di forza», ha affermato durante i lavori della Conferenza nazionale Donata Vivanti, presidente di EDF, membro del comitato di redazione dello shadow report all’Onu sull’attuazione della Convenzione, vicepresidente FISH e coordinatrice del gruppo 4 dell’Osservatorio sulla disabilità. «L’Italia ha 220mila alunni con disabilità e spende 6,4 miliardi di euro annui solo per gli insegnanti di sostegno: per fare un paragone, la Francia ha 240mila studenti nella scuola pubblica e per loro spende 1 miliardo all’anno.Quindi va riconosciuto lo sforzo italiano, siamo uno dei paesi d’Europa che sull’inclusione scolastica investe di più» (i dati si possono leggere anche nelle risposte che l’Italia ha dato a Ginevra al Comitato CRPD a fine agosto. Ai 6,4 miliardi per gli insegnanti di sostegno vanno aggiunti 700 milioni di euro ogni anno per gli assistenti educativi e di comunicazione per gli studenti con disabilità, ndr).

          Però tutti sappiamo, ha continuato Vivanti, «che il sistema ha grosse difficoltà. Io sono una “fanatica” della valutazione di impatto, una legge non è una buona legge se non ha buone ricadute! Per questoservono azioni specifiche che portino ad utilizare meglio sia questo nostro partimonio culturale nell’inclusione sia questo sforzo economico, perché non è possibile che con questo impegno abbiamo risultati scarissimi in termini di alunni con disabilità diplomati, inferiori agli altri paesi, e pochissimi laureati, con una evidentissima discriminazione di genere, perché le donne con disabilità laureate sono pochissime, c’è un gap di genere specifico della disabilià. La quantità non è il nostro punto debole, ma la qualità».

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            TROPPI EDIFICI SCOLASTICI ANCORA INSICURI E POCO ACCESSIBILI

            Superando.it – Più di una scuola su dieci ha lesioni strutturali e in un caso su tre gli Enti Locali non effettuano gli interventi richiesti. Un istituto scolastico su tre si trova in zone ad elevata sismicità e soltanto l’8% è stato progettato secondo la normativa antisismica. E ancora, due terzi delle scuole non possiedono la certificazione diagibilità statica.
            Sono questi alcuni dei dati contenuti nel XIV Rapporto Nazionale su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola, presentato a Roma da Cittadinanzattiva, ove si evidenzia anche che in generale le aule delle scuole possono essere considerate in discrete condizioni strutturali, ma spesso sono troppo piccole e non hanno sussidi adatti agli studenti con disabilità. Nella metà delle scuole, inoltre, mancano le palestre, in un istituto su quattro si mangia in locali impropri e in un caso su tre i cortili diventano parcheggi. Riguardo ai bagni, infine, nel 37% e nel 50% delle scuole risultano essere rispettivamente senza carta igienica o sapone.

            In questo nuovo documento, Cittadinanzattiva si è basata sul monitoraggio civico condotto su circa 150 edifici scolastici di tutta Italia, ma anche sull’analisi di informazioni e fonti ufficiali.
            Tra le novità proposte quest’anno, vi è una disamina della ricostruzione degli edifici scolastici nelle zone colpite dal terremoto negli ultimi anni (Emilia Romagna, Abruzzo e Molise), accompagnata da alcune immagini che fanno parte di un viaggio fotografico nelle scuole italiane, condotto dall’organizzazione insieme al fotografo Rocco Rorandelli.
            Altra novità è quella relativa al monitoraggio delle mense scolastiche di un campione di istituti che verrà ufficialmente presentato il 18 ottobre prossimo.

            «All’indomani del sisma che ha colpito il Centro Italia – dichiara Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale di Cittadinanzattiva Scuola – ai cittadini che legittimamente e con preoccupazione chiedono conto delle stato delle loro scuole in diverse parti del Paese, occorre dare informazioni chiare. La situazione dell’edilizia scolastica èdifficile, come dimostrano i dati e le foto del nostro monitoraggio e lo sarà per molti anni ancora, nonostante gli interventi governativi fin qui realizzati. Riteniamo poi doveroso che gli Enti Locali dichiarino in questi giorni quanti siano gli edifici sottoposti a verifica di vulnerabilità sismica (avrebbero dovuta farla entro il mese di marzo 2013!) e l’esito di tali accertamenti, oltre a quanti siano gli edifici adeguati simicamente. Ai Dirigenti delle scuole che ne sono sprovvisti chiediamo quindi che provvedano immediatamente a dotarsi di Documento di Valutazione dei Rischi e di Piani di Emergenza, per essere in grado di fronteggiare situazioni emergenziali. Chiediamo infine che i cittadini delle zone terremotate non vengano esclusi dalle decisioni e dal lungo percorso legato alla ricostruzione, per evitare soluzioni irrazionali, ritardi, sprechi, e per fare tesoro delle migliori esperienze, come il nostro Rapporto evidenzia tra le scuole terremotate di Emilia, Abruzzo e Molise».

            Un capitolo a sé merita infine quello riguardante gli studenti con disabilità, sempre che nelle scuole riescano a entrarvi, ciò che per molti di loro – come abbiamo denunciato in questi giorni nel nostro giornale– non è sempre un’impresa facile.
            Restando comunque al Rapporto di Cittadinanzattiva, da esso risulta che più di un bagno su quattro è inaccessibile e che, come già accennato, le aule siano troppo piccole e senza sussidi adatti (nel 78% di esse non c’è spazio sufficiente per consentire il movimento di una carrozzina, nel 73% non vi sono attrezzature didattiche o tecnologiche per facilitare la partecipazione alle lezioni degli studenti con disabilità).
            Ancor più in dettaglio, nel 43% delle scuole monitorate mancano posti auto riservatialle persone con disabilità nel cortile o nel parcheggio interno, mentre nel 30% dei casi il percorso per raggiungere l’ingresso non è facilmente praticabile da chi ha problemi deambulatori. Inoltre, solo il 23% degli edifici scolastici su più piani dispone di un ascensore e anche quando quest’ultimo è presente, in una scuola su quattro non è funzionante.
            Per quanto poi concerne i servizi didattici, le barriere architettoniche risultano particolarmente diffuse nelle biblioteche (35%), nei bagni (28%), nelle aule computer (27%) e nei laboratori (24%). Inaccessibili alle persone con disabilità motoria anche il 17% delle palestre, il 16% delle aule, il 14% delle mense e il 9% dei cortili.
            “In positivo”, Cittadinanzattiva ricorda che dai dati nazionali resi noti dal Ministero (Anagrafe edilizia scolastica, 2015) risulta che il 71% delle scuole si è dotato di accorgimenti per il superamento delle barriere architettoniche, mentre il 29% ne è ancora privo. Qui si va dall’eccellenza di Valle d’Aosta (97% delle scuole accessibili), Piemonte (88%) e Veneto (87%), all’assoluta carenza della Calabria (solo il 16% delle scuole è priva di barriere architettoniche), seguita a distanza da Sicilia e Campania (intorno al 50%) ed Emilia Romagna (59%).

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              L’ONU SBAGLIA: L’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO NON VA ELIMINATO ANZI NE MANCANO 500MILA

              Vita.it – In Italia ci sono almeno mezzo milione di persone con una qualche fragilità – persone con disabilità ma anche anziani – che avrebbero bisogno di una protezione giuridica, anche temporanea e invece non l’hanno. Sono lasciati soli con le loro fragilità, senza nessuno che li accompagni – li accompagni, si badi bene, non si sostituisca a loro – non tanto nella ordinaria quotidianità quanto negli snodi più complessi, come un contratto da firmare o le questioni patrimoniali. La denuncia arriva da Sergio Silvestre, presidente di CoorDown e della giovanissima Aiass-Associazione Italiana Amministratori di Sostegno Solidali: in Italia mezzo milione di persone dovrebbe avere l’amministrazione di sostegno e invece non l’ha. Lo sbalorditivo numero, Silvestre lo ha portato alla V Conferenza Nazionale sulle Polithce sulla Disabilità, appena tenutasi a Firenze. Ma come si arriva a quel numero?

              «Come associazione AIASS abbiamo realizzato insieme all’Istat e al Tribunale di Pordenone un’indagine statistica, la prima in Italia, sull’utilizzo dell’amministrazione di sostegno, una figura che in Italia esiste da oltre dieci anni, istituita con la legge n. 6/2004», spiega Silvestre. Perché Pordenone?Perché questo è uno dei tribunali che ha più creduto in questa figura, perché sono state create da anni le condizioni per mettere insieme tutti i soggetti coinvolti (aziende sanitarie, comuni, terzo settore), perché c’è una legge regionale che riconosce l’amministratore di sostegno volontario e un albo di volontari formati, perché qui ci vogliono 90 giorni per chiudere la pratica, mentre in altre parti d’Italia si arriva anche a un anno, perché qui davvero come prevede la legge per la presentazione del ricorso non è necessaria l’assistenza di un avvocato, mentre ci sono tribunali che lo richiedono… il risultato è che questo territorio, in rapporto ai suoi abitanti, ha 4mila pratiche di amministratori di sostegno in essere, cinque volte più della media nazionale. «Questo territorio in un certo senso è l’optimum, il come dovrebbe essere il panorama con la legge a regime», sintetizza Silvestre. L’idea quindi è quella di analizzare le 4mila pratiche di amministratore di sostegno in essere a Pordenone: da lì fare un quadro di quello che potrebbe essere l’Italia se la legge del 2004 fosse compiutamente attuata e misurare il gap.

              L’analisi è in atto (sono state analizzate 2mila pratiche su 4mila), ma il quadro che emerge per Silvestre «è chiaro». Il primo dato è l’incidenza del numero di amministratori di sostegno sulla popolazione: 1,34 ogni 100 abitanti. «Facendo la proiezione sull’Italia significa che, se ovunque la legge fosse applicata come a Pordenone, in Italia dovrebbero essere attive un po’ più di 800mila pratiche di amministrazione di sostegno. Sa quante sono invece? 180mila». Cosa vuol dire? Che 600mila cittadini (persone con disabilità ma non solo, la mappatura di Pordenone rivela che solo un terzo delle pratiche attive riguarda persone con disabilità, la stragrande maggioranza riguarda ultraottantenni) «avrebbero la necessità di avere una protezione giuridica, anche minima, anche temporanea, anche flessibile, così come è l’amministratore di sostegno, e invece non ce l’hanno». Forse hanno ancora le vecchie misure di protezione, le interdizioni e le inabilitazioni, purtroppo ancora diffuse? «No, quelle attivate ex novo in questi ultimi dieci anni sono 40mila».

              Se quindi servirebbero più amministrazioni di sostegno, perché il Comitato Onu che monitora paese per paese l’attuazione della Convenzione Onu sulle persone con disabilità (Committe on the Rights of Persons with Disabilities – CRPD) ci ha appena bacchettato anche su questo, chiedendoci nelle sue recenti raccomandazioni (le ha commentate Giampiero Griffo su Vita.it) di superare il meccanismo dell’amministratore di sostegno, nell’ottica di supportare invece l’autonomia, l’autodeterminazione e l’autorappresentanza delle persone con disabilità?

              «L’autorappresentanza è un principio intoccabile, ma non è assolutamente contraddetta dall’istituto dell’amministrazione di sostegno, che è anzi una figura molto innovativa e flessibile, può essere attivata anche solo per un atto specifico, ad esempio un contratto o per la firma di documenti che riguardano il patrimonio», spiega Silvestre. «Il comitato è stato molto duro con l’Italia nei punti 27 e 28 delle sue osservazioni, chiedendo di eliminare tutte le norme che limitano l’autonomia e l’autorappresentanza e inserendo fra queste non solo l’interdizione e l’inabilitazione ma anche l’amministrazione di sostegno. Siamo rimasti tutti molto stupiti, spiazzati: ma come è possibile, l’Italia dovrebbe essere premiata per aver introdotto questo strumento!», commenta Silvestre. Di “incomprensione” da parte degli esperti di Ginevra ha parlato ad esempio Daniela Ricciuti in un recente articolo, affermando che «il Comitato di esperti di Ginevra non ha colto nel segno laddove ha assimilato l’Amministrazione di Sostegno all’interdizione, mostrando di non conoscere i due istituti e le profonde differenze che li dividono e contrappongono».

              Forse è solo un problema di linguaggio, forse al Comitato non è chiaro ciò di cui stiamo parlando, forse non hanno compreso bene o non gli è stato spiegato bene, «spero però che l’Italia ora avrà modo di chiarire questo punto. Perché su interdizione e inabilitazione siamo tutti d’accordo, sono anni che chiediamo di eliminarli dal Codice Civile, essi tolgono tutti i diritti alla persona, il tutore fa tutto in nome e per conto della persona interdetta, peraltro in maniera irreversibile, mentre l’amministrazione di sostegno è flessibile, può valere solo per alcuni atti e non per altri, può essere revocata, è stabilita con il giudice in base alle capacità residue, che non vengono mai tolte, sono figure di affiancamento e non di sostituzione, questa è la diversità dai precedenti istituti… Il Governo italiano deve chiarire», spiega ancora Silvestre.

              Nel frattempo, stante la purtroppo applicazione disomogenea dell’amministrazione di sostegno, sono in arrivo delle Linee guida per la corretta applicazione della legge: «Le sta stendendo il professor Paolo Cendon del Comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, saranno pronte entro inizio 2017: sarà una guida pratica per le istituzioni, i servizi sociali, le famiglie», anticipa Silvestre.