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«SONO DOWN E NON MI FA PROBLEMA. PERCHÉ CI IMPEDITE DI PARLARE IN TV?»

Tempi.it – Cara futura mamma. Tutto è cominciato nel 2014, quando diverse associazioni, tra le quali la Fondazione Jerome Lejeune, hanno realizzato e diffuso in televisione lo spot “Cara futura mamma” (cliccare qui per vedere lo spot), per «mostrare che è possibile essere orgogliosi delle persone con trisomia 21 e che queste possono inserirsi nella società e riuscire nella vita malgrado le difficoltà». Una pubblicità bella e positiva. Ma il Csa ha rimproverato le sei emittenti televisive che l’hanno trasmessa perché la finalità del messaggio «può apparire ambigua e non suscitare una adesione spontanea e consensuale». Successivamente ha vietato la diffusione dello spot negli spazi pubblicitari.

Turba chi abortisce. Argomentando meglio, l’autorità ha aggiunto: «Il Consiglio non cessa di sostenere tutte le iniziative di lotta contro la stigmatizzazione delle persone handicappate e in favore del loro inserimento nella società. (…) Ma il Consiglio ha osservato che questo messaggio era suscettibile di causare problemi alla coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte di vita differenti. Di conseguenza, l’inserzione dello spot nello spazio pubblicitario è inappropriato». I bambini con sindrome di Down, insomma, non devono essere discriminati ma la loro visione in tv può offendere le donne che decidono di abortire.

Perché ci censurano? Sette giovani francesi con trisomia 21 si sono opposti a questa decisione e hanno fatto ricorso. Uno di loro, Jean-Baptiste, 20 anni, spiega perché: «Ho voluto andare davanti ai giudici perché una mia amica compariva nel video. Vorrei che io e i miei amici fossimo considerati come tutti gli altri. Perché ci viene impedito di parlare in televisione?». Nessuno di loro ha voluto essere rappresentato da un avvocato: «Voglio parlare in prima persona», continua, «sono Down e non mi fa alcun problema».

La madre di uno di loro precisa: «Loro vogliono solo che la Francia riconosca i loro diritti fondamentali all’educazione, al lavoro, allo sport, al tempo libero e alla protezione. Vogliono essere ascoltati».

«Prolifera l’eugenetica». Parafrasando Cormac McCarthy, si può dire che la Francia non è un paese per le persone con sindrome di Down, visto che il 96 per cento dei bambini con trisomia 21 viene abortito prima della nascita. Per la Fondazione Lejeune, il Csa semplicemente ha «censurato il diritto dei bambini con sindrome di Down a esprimere pubblicamente la loro attitudine alla felicità». Così non si fa che «scoraggiare l’accoglienza dei bambini con trisomia 21, mentre si fa proliferare l’eugenetica». Il Consiglio di Stato ha un mese per emettere la sentenza.

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    A COSENZA IL PARCO INCLUSIVO PIÙ GRANDE DEL SUD ITALIA

    Corriere.it – Immaginiamo un luogo in cui i bimbi con disabilità possano godersi l’infanzia liberamente, giocare con i loro coetanei, trascorrere il tempo libero all’aria aperta. E crescere normalmente, così come dovrebbe fare ogni bambino, senza la paura di sentirsi diverso. Quei luoghi oggi esistono. Uno in particolare, appena inaugurato, è già noto come il parco giochi inclusivo più grande di tutto il sud Italia. Circa 1300 mq a Cosenza totalmente accessibili, in cui tra le altalene ci sono quelle specifiche per i bambini con difficoltà motoria, dove le giostre hanno i posti a sedere per i bambini in carrozzina, in cui c’è una torre dotata di scivoli accessibili. E poi pannelli e giochi per le attività multisensoriali, mappe e percorsi tattili. Ogni gioco è stato posizionato su piastre antitrauma e le panchine sono inclusive. Una fontanella, un orto didattico e un defibrillatore per giocare in sicurezza completano questo luogo felice pensato per tutti i bambini, con o senza disabilità.

    Il progetto è stato pensato dall’associazione “La Terra di Piero”, nata nel 2011 in ricordo di Piero Romeo, tifoso del Cosenza Calcio e uomo impegnato nel sociale, in sinergia con il Comune di Cosenza.l progetto è stato pensato dall’associazione “La Terra di Piero”, nata nel 2011 in ricordo di Piero Romeo, tifoso del Cosenza Calcio e uomo impegnato nel sociale, in sinergia con il Comune di Cosenza.

    Creare una coscienza nuova di uguaglianza e parità di diritti e dignità, che nasce nel gioco e si sviluppa negli anni della crescita. Obiettivi in cui la Terra di Piero ha investito e creduto. E con loro anche tutta la comunità. All’inaugurazione del parco erano presente tutti i cittadini che, a vario titolo, hanno collaborato alla realizzazione del progetto. Grazie alla messa in scena di due commedie in dialetto cosentino scritte da Sergio Crocco e interpretate dalla compagnia della Terra di Piero, con attori normodotati e disabili, sono stati raccolti 150 mila euro in soli due anni. Sono stati tanti poi gli imprenditori che hanno contributo alla realizzazione del parco con il lavoro e le forniture, con particolare attenzione al contenimento dei costi. La progettazione è stata affidata agli architetti Sergio De Luca e Paola Giuliani.

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      LA CONVENZIONE ONU SULLA DISABILITÀ? L’ITALIA NON L’HA ANCORA DIGERITA

      Vita.it – Pochi giorni fa il Committee on the Rights of Persons with Disabilities (CRPD), il comitato dell’Onu che monitora Paese per Paese l’attuazione della Convenzione Onu sulle persone con disabilità, ha pubblicato le sue osservazioni rispetto al report presentato dall’Italia (qui e in allegato il testo). Giampiero Griffo è stato membro della delegazione italiana ai tempi dei lavori per la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (accompagnò il governo italiano alla firma a New York) ed è uno dei rappresentanti del Forum Italiano sulla Disabilità, che nei mesi scorsi ha presentato al Comitato Onu lo Shadow Report sull’attuazione della Convenzione in Italia. A lui abbiamo chiesto un commento.

      Che valutazione ha dato all’Italia il comitato dell’Onu?

      Intanto non è una pagella né una valutazione: quello fra il Comitato Onu e l’Italia – e ogni altro Paese che ha scelto di ratificare la Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità – è un dialogo costruttivo. Purtroppo il problema è che l’Italia non si è presentata con questo spirito, ma con un atteggiamento difensivo che il comitato ha colto… Infatti le raccomandazioni per l’Italia sono particolarmente impegnative, basta confrontare il report con quello di un qualsiasi altro paese grande, paragonabile all’Italia: solitamente il Comitato resta sui temi generali, con l’Italia invece è entrato molto nel dettaglio. La cosa fondamentale è che l’approccio “diritti umani” è volontario, gli impegni che derivano dalla ratifica di una Convenzioni sui diritti sono volontariamente assunti dal Paese che la firma, dialogo costruttivo significa questo, lavorare insieme per un obiettivo, non pensare che il Comitato sia lì per dire se siamo bravi o no. Peraltro nella delegazione italiana non c’era nemmeno un politico, è segno di una sottovalutazione del tema.

       “Purtroppo il problema è che l’Italia non si è presentata con questo spirito, ma con un atteggiamento difensivo che il comitato ha colto… Infatti le raccomandazioni per l’Italia sono particolarmente impegnative, basta confrontare il report con quello di un qualsiasi altro paese grande, paragonabile all’Italia: solitamente il Comitato resta sui temi generali, con l’Italia invece è entrato molto nel dettaglio” – Giampiero Grippo.

       Quali sono le azioni indicate dal Comitato quindi?

      È difficile sintetizzare, sono almeno una quarantina! Ci sono due ordini di raccomandazioni, alcune addirittura da realizzare nel giro di dodici mesi: riguardano l’introduzione di una definizione di accomodamento ragionevole (significa che quando c’è una discriminazione dei diritti umani legata alla disabilità va immediatamente messo in atto una soluzione pratica per superarla, ndr) e l’avvio immediato di un meccanismo di monitoraggio indipendente per la raccolta di dati in particolare sui minori con disabilità fra gli 0 e i 5 anni. Si parla poi anche di un rapporto immediato sulla situazione delle istituzioni segreganti. Tutto il resto è un insieme di indicazioni che vanno nella direzione di dare risposte sui temi più disparati, dall’ accessibilità ai Lea e ai Liveas. Un elemento essenziale è la disparità di condizione tra territori, che deriva da una definizione di disabilità non uniforme e purtroppo non ancora derivante dalla Convenzione. La sostanza è questa: l’implementazione della Convenzione richiede politiche, che non ci sono. In questo periodo il Governo ha reso pubblico un programma d’azione per il prossimo biennio, ma non lo ha finanziato: le riforme non si fanno con i fichi secchi. E poi qual è peso che ha la popolazione con disabilità ha nelle politiche generali italiane? L’Istat 2013 dice che se usiamo gli standard internazionali il 25% della popolazione italiana convive con una qualche disabilità, anche lieve: la disabilità non è un piccolo target e soprattutto nel corso della vita riguarderà tutti – il bambino, l’anziano, chi ha un incidente – queste sono politiche generali, non settoriali o di nicchia… Nelle osservazioni del Comitato è sottolineato con forza come questo mainstreaming sistematico ancora in Italia non c’è, tutto si riduce a politiche sociali e sanitarie. Ad esempio si fa più volte riferimento ai Sustainable Development Goals, è un’altra delle coerenze politiche, siamo nell’ambito mainstreaming, è un altro approccio.

       “Nelle osservazioni del Comitato è sottolineato con forza come questo mainstreaming sistematico ancora in Italia non c’è, tutto si riduce ancora solo a politiche sociali e sanitarie” – Giampiero Griffo

       Tutto questo come ricadrà nel programma d’azione che verrà discusso a Firenze la settimana prossima?

      L’opinione del movimento delle persone con disabilità è che il nostro programma d’azione debba essere rivisto alla luce di queste osservazioni. L’Italia dovrà inviare il prossimo report entro l’11 maggio 2023, accorpando tre relazioni intermedie, però questi temi devono essere immediatamente inseriti e affrontati. La nostra richiesta peraltro è che si passi da un Programma a un Piano d’azione, perché programma significa indicazioni generali, un piano invece contiene impegni e si presuppone finanziamenti. Ad esempio il precedente programma d’azione aveva al suo interno un piano del MAE sulla cooperazione internazionale, è una linea che ha avuto molta concretezza, più di tante altre linee.
      Quanto del primo programma d’azione è stato realizzato?
      Siamo ancora ai temi generali. Si doveva fare una definizione nuova di disabilità, non è stata fatta. Sulla vita indipendente si è fatta una sperimentazione, è uno dei pochi punti su cui c’è stato un investimento, ma ancora non è stato definito cosa della sperimentazione diventa ordinario: questo però è fondamentale, l’indipendenza è il punto di partenza, implica un riformulare le politiche, che spesso non sono indirizzate alla vita indipendente ma alla protezione, all’assistenza a volte al parcheggio delle persone con disabilità. Sulla scuola si è parlato molto ma ad oggi è stato fatto troppo poco. Su lavoro anche, la disoccupazione fra persone con disabilità supera l’80 %, in questi anni abbiamo perso tantissimi posti di lavoro, la legge 68 se applicata potrebbe dare risposte al 6-7% degli attuali disabili disoccupati, ma non è applicata: non c’è coerenza, non c’è sostegno, non c’è monitoraggio degli inadempienti. Noi siamo un movimento propositivo: andiamo a Firenze chiedendo queste cose, che dalla discussione generale si entri nel merito, che il Governo prenda alcuni impegni che producano un miglioramento delle condizioni delle persone con disabilità.
      “La Convenzione Onu in Italia non è stata ancora digerita: né dal Governo, né dagli enti locali, né – me lo lasci dire – dal movimento stesso delle persone con disabilità” – Giampiero Griffo.
      Dieci anni dopo l’approvazione della Convenzione cosa è cambiato in Italia sulla disabilità?
      La Convenzione Onu in Italia non è stata ancora digerita: né dal Governo, né dagli enti locali, né – me lo lasci dire – dal movimento stesso delle persone con disabilità. È il meccanismo, la logica, che è tutta diversa, si devono dare a tutti le stesse opportunità, invece siamo rimasti ancora nella logica delle risorse. Noi scegliemmo l’approccio dei diritti umani proprio perché i diritti umani sono immediatamente esigibili, gli altri sono condizionati alla disponibilità di risorse. Ecco, diciamo che l’impatto non è stato quello che ci auspicavamo.
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        Assenza di personale specializzato per alunni con disabilità

        La prima campanella d’inizio anno scolastico sta per suonare anche in Calabria, ma gli alunni con disabilità non troveranno ad accoglierli e supportarli personale specializzato come la legislazione prevede. Infatti nulla si sa delle nomine dei docenti di sostegno e ancor meno degli educatori in modo particolare nelle scuole secondarie di secondo grado. E’ il solito caos.

        Con preoccupazioni seguiamo quando sta succedendo in alcune regioni relativamente ai criteri con cui alcuni Uffici Scolastici regionali stanno disponendo le utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie, coprendo alcuni posti di sostegno con docenti non specializzati, con delle modalità che sembrano tenere conto non del diritto alla migliore istruzione per gli alunni con disabilità e per le loro classi, ma esclusivamente delle necessità di “coprire” posti di sostegno.
        Per quanto riguarda l’assistenza nelle scuole la Regione Calabria ha pubblicato sul BURC n.82 [Parte 3a] del 02/08/2016 il Decreto n.8859 del 28/07/2016 avente ad oggetto “PAC – Manifestazione di interesse, per la selezione di massimo 600 soggetti disoccupati e disoccupati in possesso dello status di percettori di ammortizzatori sociali in deroga, in attuazione delle intese raggiunte dalla Regione Calabria e il MIUR – Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria. Impegno risorse” da avviare con attività professionalizzante in aula e con formazione on the job presso le scuole calabresi. Tra i 600 soggetti ammessi al bando sono previsti 150 educatori. Le informazioni sul sito della Regione Calabria.
        Ed ancora, dalle politiche sociali regionali è stata inviata opportuna comunicazione alle province, ai comuni e alla città metropolitana di Reggio Calabria, per chiarire e rassicurare rispetto alla copertura di spesa per i servizi riguardanti l’inclusione degli alunni disabili (trasporto scolastico, assistenti alla comunicazione, assistenti audio visivi) in cui si chiarisce che il contributo di 70 milioni di euro previsto per tutte le regioni è in via di assegnazione e di trasferimento alle province per lo svolgimento del trasporto disabili ed assistenza specialistica. La regione invita, dunque, le istituzioni ad attivare e proseguire i servizi relativi.
        Sperando il bene, auguriamo a tutti BUONA SCUOLA.

        Area Comunicazione
        Anffas Onlus Corigliano

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          ALUNNI CON DISABILITA’ E SOSTEGNO: BASTA CON GLI INSEGNANTI NON SPECIALIZZATI!

          La denuncia di Anffas sulle utilizzazioni ed assegnazioni per docenti di sostegno non specializzati

           Alla vigilia dell’inizio del nuovo anno scolastico nelle scuole italiane si paventano già, come ormai purtroppo di consueto, disagi e discriminazioni per gli alunni con disabilità.

          Tra questi, in particolare, Anffas Onlus (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) desidera evidenziare quanto sta avvenendo proprio in queste settimane relativamente ai criteri con cui alcuni Uffici Scolastici regionali stanno disponendo le utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie, coprendo alcuni posti di sostegno con docenti non specializzati, con delle modalità che sembrano tenere conto non del diritto alla migliore istruzione per gli alunni con disabilità e per le loro classi, ma esclusivamente delle necessità di “coprire” posti di sostegno.

           “All’inizio di ogni anno scolastico ci troviamo di fronte a situazioni in cui si assegna una cattedra di sostegno ad un docente non specializzato, solo perché perdente posto nella stessa scuola o in una vicina, a totale discapito della qualità del sostegno che potrebbero fornire i docenti specializzati a disposizione, seppur precari e provenienti anche da altre province” commenta il Presidente Nazionale dell’Associazione, Roberto Speziale.

          “Ciò in violazione della norma statale (l’articolo 14 comma 6 della legge 5 febbraio 1992 n. 104) che stabilisce in maniera puntuale che «l’utilizzazione in posti di sostegno di docenti privi dei prescritti titoli di specializzazione è consentita unicamente qualora manchino docenti di ruolo o non di ruolo specializzati». Ciò vuol dire – prosegue il presidente – che prima bisogna attivare tutte le misure per coprire il fabbisogno di insegnanti di sostegno specializzati (anche ricorrendo a precari specializzati o ad utilizzazioni ed assegnazioni) e solo in ultima battuta far coprire le cattedre da docenti non specializzati che però debbono pur sempre fare un corso di conversione sul sostegno.”

           E’ una situazione contrastata da anni dall’Associazione Anffas, che già nel lontano 2011 intervenne press l’USR Piemonte per richiedere, ottenendolo in poche ore, il ritiro di tutti i provvedimenti delle istituzioni territoriali circa l’utilizzo improprio di docenti di ruolo non specializzati, a totale discapito della qualità del supporto per l’alunno con disabilità e della classe, visto che fornito da chi non aveva adeguata formazione ed esperienza per la messa in campo di idonee strategie educative e metodologie di insegnamento in team con i docenti curriculari.

           “Purtroppo, ancora oggi, nel 2016, continuiamo a ricevere segnalazioni di questa distorsione del sistema, creata al solo fine di salvaguardare il posto per i docenti senza alcuna considerazione per quanto previsto dalla norma statale e dalle chiare indicazioni che ci vengono anche dall’art. 24 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. Né – chiarisce Speziale – una contrattazione collettiva nazionale integrativa (come quella sulle utilizzazioni ed assegnazioni provvisorie) può essere fatta in violazione di norme di legge.”

           “A ciò si aggiunge” chiarisce ancora Speziale “che Anffas ha rilevato che all’interno di molte Regioni è stata fatta un’errata distribuzione, tra i vari Ambiti Territoriali, delle cattedre di sostegno da mettere a disposizione a causa della mancanza dell’adeguata rilevazione delle effettive esigenze degli alunni con disabilità che dovrebbe essere realizzata nel periodo estivo come previsto dal DPCM 185/2006. Ciò comporta che, anche a parità di bisogni da parte degli alunni, in alcune Province vi sono più posti di sostegno di altre con la conseguenza che nelle prime i docenti specializzati per il sostegno vengono subito assorbiti e si ricorre anche ai docenti non specializzati, mentre in altre neppure vengono utilizzati tutti i docenti specializzati, di ruolo o precari che siano.

           “In altre parole” conclude duramente il Presidente “Vi è attenzione a creare posti, quali che essi siano, senza nessuna attenzione per la qualità del sostegno!

          Mentre invece sarebbe opportuno e rispettoso dei diritti degli alunni verificare per tempo le loro effettive esigenze e la loro distribuzione territoriale e creare, eventualmente, la possibilità per i docenti specializzati per il sostegno di poter scegliere più di una Provincia della stessa Regione per la richiesta di utilizzazione e di assegnazione, visto anche che ciò sarebbe possibile attraverso la previsione dell’organico su base regionale previsto dall’art.1 commi 63 e 64 della Legge 107/2015.”

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            GLI STUDENTI CON DISABILITÀ NON FREQUENTANO UNA SCUOLA A PARTE

            Superando.it – È possibile spendere quasi 5.000 parole sulla scuola italiana senza dedicarne neanche una agli alunni con disabilità? Pare proprio di sì. Il 5 settembre, infatti, «la Repubblica» ha pubblicato un’inchiesta sull’avvio del nuovo anno scolastico, alla luce delle promesse e degli impegni annunciati dal Governo Renzi con l’approvazione e l’avvio della riforma della cosiddetta Buona Scuola (Legge 107/15).

            L’inchiesta riguarda tutti, o quasi, gli aspetti della riforma; è un pezzo ben scritto e documentato che affronta le diverse questioni sul tappeto: le recenti bocciature al concorso per i docenti, l’ampio numero di cattedre che rimarranno scoperte e quindi la persistenza del fenomeno dei supplenti, le polemiche connesse al bonus insegnanti, l’alto numero di adempimenti richiesti ai dirigenti scolastici, la questione dei vicari (e del loro esonero), con approfondimenti puntuali sui temi dell’alternanza scuola-lavoro, del precariato, dell’edilizia scolastica e delle chiamate dirette.

            Ebbene, lo stato dell’arte dell’inclusione scolastica in Italia, anche alla luce di quanto previsto dalla citata Legge sulla Buona Scuola, non viene né citato né affrontato.

            «Uffa, ma è possibile che si debba parlare sempre di disabilità?». La domanda potrebbe essere lecita se posta da persone che conoscono poco e superficialmente il mondo della scuola, ma è del tutto fuori luogo, quando chi parla di scuola dimostra di essere competente, come l’inchiesta di “Repubblica” dimostra. La domanda posta correttamente, invece, dovrebbe essere questa: «Ma è possibile effettuare una ricognizione sullo stato di salute della scuola italiana, senza affrontare il tema dell’inclusione scolastica?». La risposta è chiaramente «No».

            L’inclusione scolastica di tutti i bambini e ragazzi con disabilità è uno degli elementi che caratterizzano la scuola italiana: nonostante difficoltà e incertezze, è sicuramente uno – forse l’unico? – elemento di eccellenza a livello mondiale. Quasi il 3% degli alunni italiani (circa 220.000) convivono con una situazione di disabilità. Le risorse dedicate a garantire il diritto allo studio sono notevoli (insegnanti di sostegno, educatori, specialisti…), ma tutta la struttura scolastica è impegnata nel garantire condizioni di vera inclusione a questi bambini e ragazzi. Con la Buona Scuola, poi, il Governo si è impegnato ad affrontare i tanti problemi che riguardano il rispetto dei diritti di questi studenti, ridefinendo il ruolo e la formazione dell’insegnate di sostegno, favorendone la continuità didattica, migliorando le competenze di tutto il personale scolastico, stabilendo i livelli essenziali delle prestazioni scolastiche, sanitarie e sociali, prevedendo la revisione dei sistemi e criteri di certificazione ecc.

            Quell’inchiesta, dunque, avrebbe potuto verificare come gran parte di queste previsioni non abbiano avuto ancora tempo e modo di essere attuate e che anche quest’anno la scuola inizierà con maggiori difficoltà per gli studenti con disabilità. Oltre a condividere i problemi di tutti gli altri studenti, infatti, essi dovranno fare i conti con la mancanza di insegnanti di sostegno, ma spesso anche del servizio di trasporto, dell’assistenza educativa e di quella alla comunicazione.

            Almeno uno studente con disabilità su due frequenterà in una scuola non adeguata alle sue esigenze fondamentali, per via della persistenza di barriere di diverso tipo. E da ultimo, ma non certo ultimo, gran parte dei docenti curricolari non avranno avuto l’obbligo e la possibilità di avviare un percorso formativo che li metta in condizione di raccogliere la sfida dell’inclusione.

            Se tuttavia l’inchiesta di «Repubblica» è stata certamente un’occasione persa, crediamo sia anche un campanello d’allarme perché è il segnale, la spia che le questioni affrontate ogni giorno a scuola dai bambini e dai ragazzi con disabilità non sono ancora considerate come un problema generale, ma come una questione a parte: a loro verrà certamente dedicata una inchiesta ad hoc, separata. Ma i nostri ragazzi non frequentano una scuola a parte, ma sono parte della scuola di tutti, sono presenti in quasi tutte le classi e l’inclusione è ormai un aspetto ineliminabile e strutturale del nostro sistema di istruzione: tutti dati dato che vorremmo dare per scontati, ma che cosi scontati evidentemente non sono.

            Ma in fondo sono passati solo 39 anni dall’approvazione della prima Legge che affermò il diritto dei bambini con disabilità di frequentare la scuola comune, la scuola di tutti [Legge 517/77, N.d.R.]. Il lavoro da fare non ci manca.

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              CARTA SIA: COME RICHIEDERE IL CONTRIBUTO DI SOSTEGNO PER FAMIGLIE DI PERSONE CON DISABILITÀ

              Disabili.com – Dal 2 settembre scorso è possibile, per le famiglie italiane in condizioni economiche disagiate, e che rispondano a determinati requisiti, presentare richiesta per ottenere SIA, uno sussidio economico il cui acronimo sta per Sostegno per l’Inclusione Attiva. Tra i beneficiari, anche le famiglie nelle quali sia presente un componente con disabilità.

              Si tratta di una delle misure di contrasto alla povertà inserite nell’ultima legge di stabilità (decreto attuativo 26 maggio 2016), che intende dare un supporto economico a quanti, rispetto a particolari condizioni familiari, si trovino in condizioni economiche molto precarie, aiutando le famiglie a superare la condizione di povertà e riconquastare gradualmente l’autonomia.

              Va detto infatti che l’erogazione del contributo, oltre a essere riservata a famiglie che rispondano a determinati (e molto ristretti) requisiti, è subordinata all’accettazione di un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa sostenuto da una rete integrata di interventi, individuati dai servizi sociali dei Comuni . Me vediamo nel dettaglio requisiti, criteri, beneficiari e funzionamento del SIA.

              Requisiti di accesso. Un componente del nucleo familiare può fare richiesta del SIA al Comune mediante la compilazione di un modulo predisposto dall’Inps con il quale si dichiara il possesso di alcuni requisiti necessari per l’accesso al programma, che devono essere:

              – ISEE inferiore o uguale a 3mila euro;

              – presenza nella famiglia di almeno un componente minorenne oppure di un figlio con disabilità, oppure di una donna in stato di gravidanza accertata

              Stabilito che con ISEE inferiore o uguale a 3000 euro e che ci trova in uno dei tre casi, gli altri requisiti sono:

              – Non beneficiare di altri trattamenti economici rilevanti: il valore complessivo di altri trattamenti economici eventualmente percepiti, di natura previdenziale, indennitaria e assistenziale, deve essere inferiore a euro 600 mensili;

              – Non beneficiare di strumenti di sostegno al reddito dei disoccupati: non può accedere al SIA chi è già beneficiario della NASPI, dell’ASDI o altri strumenti di sostegno al reddito dei disoccupati;

              Per quanto riguarda nello specifico una famiglia con figlio disabile, ciò significa che, stante il criterio dell’ISEE inferiore a 3000 euro e la presenza nel nucleo familiare di un figlio con disabilità (attenzione: figlio e non coniuge, genitore, etc), se si percepisce un qualsiasi contributo assistenziale (es. accompagnamento, contributo per non autosufficienza etc) che superi i 600 euro mensili, si è fuori.

              Inoltre deve esserci, nel nucleo familiare,

              –   Assenza di beni durevoli di valore: ovvero nessun componente deve possedere autoveicoli immatricolati la prima volta nei 12 mesi antecedenti la domanda oppure autoveicoli di cilindrata superiore a 1.300 cc o motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc immatricolati nei tre anni antecedenti la domanda;

              A questo punto il richiedente che rientri in ciascuno dei precedenti parametri, dovrà ottenere un punteggio uguale o superiore a 45 punti rispetto ad una scala di valori chiamata valutazione multidimensionale del bisogno. Questa si ottiene incrociando alcuni valori che tengono conto di

              carichi familiari, situazione economica e situazione lavorativa. Sono favoriti i nuclei con il maggior numero di figli minorenni, specie se piccoli (età 0-3); in cui vi è un genitore solo; in cui sono presenti persone con disabilità grave o non autosufficienti.

              I tempi di attuazione:

              – Dal 2 settembre 2016 (45 giorni dopo l’entrata in vigore del Decreto interministeriale del 26 maggio 2016) il cittadino può presentare la richiesta per il SIA

              – Entro due mesi verrà erogato il beneficio economico

              – Entro 60 giorni dall’accreditamento del primo bimestre (90 giorni per le richieste presentate fino al 31 ottobre 2016) devono essere attivati i progetti personalizzati (in fase di prima applicazione obbligo di attivazione per il 50% dei beneficiari).

              Il beneficio economico. Il beneficio è concesso bimestralmente e viene erogato attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta SIA) rilasciata dalle Poste con la quale si possono effettuare acquisti in supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitati al circuito Mastercard. La Carta può essere anche utilizzata presso gli uffici postali per pagare le bollette e dà diritto a uno sconto del 5% sugli acquisti effettuati nei negozi e nelle farmacie convenzionate, con l’eccezione degli acquisti di farmaci e del pagamento di ticket. Con la Carta, inoltre, si può accedere direttamente alla tariffa elettrica agevolata, a condizione di aver compilato l’apposita sezione presente nel modulo di domanda. Non è possibile prelevare contanti o ricaricare la Carta.

              Progetti di attivazione sociale e lavorativa. Questo intervento ha l’obiettivo di sostenere le famiglie in stato di “povertà” a riconquistare gradualmente l’autonomia. Per questo, un requisito di accesso al beneficio economico è la accettazione, da parte del richiedente, di un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa che verrà costruito insieme al nucleo familiare e attivato dai Comuni Entro 60 giorni dall’accreditamento del primo bimestre. I beneficiari si impegnano a svolgere specifiche attività, nelle aree

              1. frequenza di contatti con i servizi del Comune responsabili del progetto (di norma bisettimanali, se non diversamente specificato);
              2. ricerca attiva di lavoro;
              3. adesione a iniziative di formazione o di politica attiva o di attivazione;
              4. accettazione di congrue offerte di lavoro;
              5. frequenza e impegno scolastico;
              6. comportamenti di prevenzione e cura volti alla tutela della salute.

              Se i componenti dei nuclei familiari non sottoscrivono il progetto, ne violano ripetutamente gli obblighi o assumono frequentemente comportamenti inconciliabili con gli obiettivi, i Comuni possono stabilire la revoca o l’esclusione dal beneficio. Anche il venir meno delle condizioni di bisogno che hanno motivato la concessione del beneficio ne determina la revoca.

              Si rimanda la lettura completa del regolamento del SIA (qui scaricabile il pdf) e si suggerisce anche la lettura di un interssante approfondimento in merito, a cura del sito specializzato Handylex.