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ROMA. IL CONVEGNO-DIBATTITO SUL DOPO DI NOI ANCHE IN DIRETTA STREAMING

Pernoiautistici.com – La proposta di legge “Disposizioni in materia di assistenza in favore della persone con disabilità grave, prive di sostegno familiare”  è stata approvata, in via definitiva, alla Camera il 14 giugno scorso, dove in ultima lettura ha accolto  il testo del  Senato  modificato sui suggerimenti delle associazioni dei familiari.

Il prossimo 23 giugno esperti di diritto di famiglia e alcuni dei parlamentari si incontreranno con i genitori di ragazzi con disabilità per parlare, e soprattutto capire, come la legge potrebbe cambiare il destino dei loro figli.

Presiederà la tavola rotonda “Favorire e promuovere la vita adulta nella partecipazione alla società” anche il Presidente nazionale di Anffas Onlus, Roberto Speziale.

Il Convegno-dibattito è organizzato dall’AMI (Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani) dal titolo “Il diritto di vita per i figli disabili… anche dopo di noi!”, con l’adesione dell’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica. La sede dell’incontro è la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati (Via di Campo Marzio 78 – Roma) e sarà fruibile anche in diretta streaming grazie all’interessamento di  Maurizio Dieghi, Direttore Relazioni Esterne Ordini Professionali ed Enti del Gruppo Sole  24 ore.

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    STRANIERI CON DISABILITÀ. DA UNA PARTE C’È IL DIRITTO, DALL’ALTRA LA REALTÀ

    Superabile.it – Se le tutele esistono, averle è un’altra storia. Accedere a servizi, prestazioni e provvidenze è spesso complicato per gli italiani con disabilità, e l’impresa diventa ancor più ardua per gli stranieri. Burocrazia, ma anche isolamento sono gli ostacoli con cui si scontrano coloro che, come Ahmed, sono immigrati  con disabilità. Ma, diversamente da lui, non hanno avuto la strada spianata da un talento sportivo d’eccellenza. Vincenzo Falabella, presidente della Fish*, evidenzia: “La prima criticità emersa dalle nostre due ricerche è quella relativa ai dati. A oggi non abbiamo contezza di quante siano le persone con disabilità di origine straniera, migranti o di seconda generazione, presenti nel nostro Paese. In Italia è disponibile una solida letteratura scientifica tanto sul tema della disabilità quanto su quello delle migrazioni, ma abbiamo riscontrato una sostanziale carenza di studi e ricerche quando le due situazioni si intersecano”.Il secondo problema, che discende direttamente dal primo, è che “questo approccio a compartimenti stagni sembra riprodursi anche nella costruzione delle politiche e dei servizi, che stentano a garantire una presa in carico complessiva della persona con disabilità di origine straniera, con le molteplici istanze di cui è contemporaneamente portatrice. Il risultato è che le persone con disabilità, migranti o di seconda generazione, si trovano in balìa di una frammentazione dei punti di riferimento e di una scarsa conoscenza sul fenomeno: ciò mette a rischio il rispetto e l’esercizio dei loro diritti civili e sociali”.

    Accanto alla mancanza di conoscenza del fenomeno e alla conseguente inadeguatezza dei servizi, c’è il terzo problema, forse il più grave: quello dell’isolamento, evidenziato ancora da Falabella. “Le persone straniere con disabilità sembrano, in genere, gravitare al di fuori dei classici riferimenti sociali che caratterizzano sia le persone con disabilità sia quelle straniere, ossia le proprie comunità di riferimento. Contemporaneamente i rispettivi mondi associativi sembrano essere impermeabili a questa doppia condizione: le associazioni del mondo della disabilità non si occupano di persone straniere (con disabilità), le associazioni del mondo delle migrazioni non si occupano di persone con disabilità (straniere)”.

    Come rompere, allora, questa condizione di isolamento, in cui è alto il rischio che anche i diritti riconosciuti non vengano di fatto goduti? E che pure le minime tutele previste dalla legge non raggiungano, effettivamente, chi non sa reclamarle? “Bisogna operare in due direzioni – propone il presidente della Fish -: approfondire la conoscenza del fenomeno, a partire dall’identificazione e sistematizzazione dei dati di natura amministrativa, e favorire un’inedita e fattiva collaborazione tra chi si occupa di disabilità e chi di migrazioni, tanto a livello istituzionale quanto a livello associativo. Con lo scopo, comune e condiviso, di contrastare l’isolamento e l’emarginazione, per arrivare alle persone, che spesso non entrano in contatto con il mondo delle associazioni e dei servizi. Dobbiamo costruire reti sociali sul territorio attivando sinergie più strutturate, che vadano al di là della discrezionalità e della buona volontà del singolo operatore”.

    *Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap cui Anffas Onlus aderisce

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      SERVIZIO CIVILE NAZIONALE, UNA VIA PER EDUCARE ALLE DISABILITÀ?

      Disablog.it – Come puntualmente accade ogni anno, anche stavolta è stato avviato il bando per il Servizio Civile Nazionale 2016 che vedrà il reclutamento di oltre 35mila giovani. Chi viene selezionato per partecipare al bando lo fa innanzitutto per ricevere una formazione ma anche per fare cittadinanza attiva: il Servizio Civile è difatti stato pensato appositamente per far sì che i cittadini possano a restituire allo Stato, con il proprio lavoro, una parte di quello che ricevono.

      In cosa consiste il Servizio Civile? Si tratta di un anno profondamente coinvolgente, in cui ciascun partecipante verrà impegnato in varie attività di utilità sociale capaci di metterlo a contatto con le case di riposo per anziani, con attività che lo vedano affiancarsi ai servizi sociali di un comune, che lo inseriscano in un’attività più prettamente culturale quale è quella di una biblioteca, o che lo vedano partecipare come aiutante attivo di associazioni varie. Ma non dimentichiamo che il Servizio Civile è stato, è tuttora e sempre sarà un’occasione irripetibile anche per sensibilizzare i giovani alle disabilità, tanto è vero che anche in questa edizione 2016 sono molte le associazioni che si occupano in vario modo di disabilità candidate per accogliere dei giovani che vogliono imparare e che desiderano ardentemente mettersi al servizio dei più deboli.

      Più in particolare i ragazzi interessati a partecipare al Servizio Civile Nazionale per mettersi a confronto con le disabilità, già in questi giorni possono fare affidamento sui progetti di quattro diverse realtà: quella dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, quella dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, quella dell’Associazione Nazionale Famiglie di persone con Disabilità intellettiva e/o relazionale e quella del Centro Servizi per il Volontariato. Tanti fronti diversi, insomma, seppur sostanzialmente accomunati dalla disabilità come fattore di base.

      Come candidarsi? Per candidarsi a ricoprire una delle 35.203 posizioni disponibili bisogna prima di tutto scegliere il progetti tra quelli proposti nella propria regione o provincia di appartenenza. Dopo di che occorre inviare la candidatura all’ente promotore del progetto facendogli recapitare una apposita domanda di iscrizione (completa naturalmente di tutti i dati personali richiesti dal caso). Nella terza fase bisognerà partecipare a una selezione esclusivamente basata sui requisiti e sulle caratteristiche fatte proprie da ciascun candidato, e tenendo conto di questo iter, verranno appunto selezionati i giovani ritenuti più idonei per quello specifico progetto. E’ importante sapere, però, che le candidature possono essere inviate entro e non oltre le ore 14.00 del 30 giugno 2016.

      Per maggiori informazioni cliccare qui

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        “CASA SATELLITE”, DOVE I GENITORI SI ALLENANO AL DOPO DI NOI

        Vita.it – La legge sul “dopo di noi” approvata nei giorni scorsi afferma alcuni principi che già vengono sperimentati in molte realtà che si occupano di disabilità intellettiva relazionale (abbiamo presentato nei giorni scorsi diverse esperienze che hanno ispirato anche la legge nazionale). Il primo è il diritto di scegliere dove vivere e con chi vivere ovvero la possibilità, per me persona con disabilità, di creare uno spazio di vita dove non solo le “mie cose” trovano spazio ma dove posso sviluppare relazioni arricchenti con chi vive con me e intorno a me. Una casa vera, dove sono io il padrone della mia vita.

        Ma in che modo noi genitori possiamo aiutare i nostri figli a scegliere? In che modo possiamo capire di quanti e quali sostegni hanno bisogno? Come possiamo organizzarci e conoscerci, noi famiglie, in modo da poter garantire un futuro sereno a noi e ai nostri ragazzi? La convivenza non è un percorso senza ostacoli, ognuno di noi porta nella relazione la sua individualità, le sue abitudini, le sue capacità pratiche, per le persone con disabilità intellettiva/relazionale e le loro famiglie non è diverso. C’è bisogno perciò di un momento di conoscenza reciproca.

        Per rispondere a queste e ad altre domande Anffas Pavia onlus ha mutuato un progetto sperimentale creato da Anffas Trentino e l’ha adattato alle esigenze dei suoi soci e del suo territorio. È nata così “Casa Satellite”, un complesso percorso che coinvolge tutta la famiglia: iniziato nel 2010 come progetto sperimentale, è ora un servizio offerto dall’associazione. È attivo sul territorio del Comune di Pavia, risponde alla necessità di preparare alla vita indipendente le persone con disabilità intellettiva e/o relazionale ed è finalizzato a promuovere l’emancipazione delle persone adulte con disabilità dai genitori/familiari prevenendo e contrastando il rischio di fenomeni di istituzionalizzazione come previsto dalle linee di indirizzo delle politiche a sostegno della disabilità definite dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (art 19), dal DPR del 4 ottobre 2013 che promuove la deistituzionalizzazione e suggerisce la creazione di progetti propedeutici alla vita indipendente, dalle ultime disposizioni legislative di Regione Lombardia in materia di residenzialità per la disabilità e dalla legge, appena licenziata dal Parlamento italiano sul “Dopo di noi”, ” Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare” (art 4 d).

        “Casa Satellite” è un appartamento-scuola in cui, a piccoli gruppi e a turno, i ragazzi e le ragazze che hanno aderito al progetto trascorrono circa 5 giorni al mese organizzando, più o meno autonomamente, la loro vita quotidiana gestendo la spesa, cucinando, avendo cura di se stessi e dell’appartamento. I gruppi hanno intensità di sostegni diversi a secondo delle capacità che i ragazzi hanno sviluppato negli anni. Un’equipe multidisciplinare monitora il percorso di ogni ragazzo/a e modula gli interventi e i sostegni adeguandoli ai bisogni individuali e al Progetto Educativo Individuale. La peculiarità del progetto “Casa Satellite” consiste nel percorso che i genitori effettuano parallelamente ai propri figli. Il percorso, guidato e supportato da psicologi, ha lo scopo di consentire l’elaborazione e la riflessione sui propri sentimenti rispetto al distacco, la conoscenza reciproca e la valutazione su quale sia il supporto che ogni famiglia può mettere in campo nel momento in cui si manifesti la scelta dei figli di vivere al di fuori della famiglia d’origine.

        Da qualche anno anche i fratelli e le sorelle dei “Satelliti” hanno cominciato un percorso di conoscenza del progetto e dei partecipanti, acquisendo maggiore consapevolezza delle aspirazioni e delle possibilità che manifestano i loro fratelli. Allo scopo di rendere coeso il gruppo dei “Satelliti” e capire le dinamiche relazionali tra loro è attivo un laboratorio di teatro sociale che, alla fine del percorso annuale, porta in scena performance di grande impatto emotivo, molto apprezzata dalla cittadinanza, dove emergono i vissuti e il sentire dei ragazzi.

        L’inizio del percorso di “Casa Satellite” è stato facilitato dal co-finanziamento concesso da Fondazione Cariplo; successivamente il servizio ha beneficiato di una donazione da Fondazione Banca del Monte di Lombardia e da donazioni di privati. Per “Casa Satellite”, Anffas Pavia onlus, ha stipulato una convenzione con il Comune di Pavia grazie a cui riceve una piccola contribuzione annuale. Le famiglie contribuiscono con una retta mensile di 197 € che comprende la gestione ordinaria della casa (utenze, cibo ecc), gli operatori educativi e quelli di supporto (psicologo, psicodrammista e altri).

        Da anni Anffas si è resa conto che, per programmare la migliore qualità di vita per i figli dei propri soci, è necessario programmare momenti di formazione che coinvolgano tutta la famiglia. Specialmente in questo momento storico, dove la famiglia è “al centro” e sostiene sempre più il peso della presa in carico, è indispensabile studiare soluzioni per il “dopo di noi” che non inficino il lavoro svolto dai genitori sui propri figli, ma che possano garantire una ottima qualità di vita per tutta la famiglia. “Casa Satellite” vuole essere il luogo dove si prepara il futuro attraverso la formazione, la condivisione, la conoscenza, dove può essere definito il Progetto di Vita orchestrandolo con tutti i soggetti coinvolti, per non trovarsi impreparati quando, come genitori, non saremo più in grado di supportare adeguatamente i nostri figli, disegnando per loro e con loro, in anticipo, le condizioni che li renda cittadini pienamente inclusi nel tessuto della società.

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          RIFIUTO D’ATTI D’UFFICIO E LESIONI PERSONALI: NUOVI ORIZZONTI PER I COLLABORATORI SCOLASTICI

          La Corte di Cassazione, sez. VI Penale, con sentenza n° 22786/16 depositata il 30 Maggio 2016 ha recentemente confermato una condanna penale per “rifiuto d’atti d’ufficio” e il risarcimento del danno a tre collaboratrici scolastiche, di una scuola dell’infanzia, che si erano rifiutate di prestare assistenza igienica nel cambio del pannolino ad un’alunna con disabilità complessa. Nello specifico la Sentenza ribadisce che i compiti di assistenza per l’igiene personale degli alunni con disabilità sono di competenza dei collaboratori scolastici.

          Approfondiamo le ragioni del dibattito apertosi dopo tale pronunciamento riportando, per gentile concessione dell’autore, un interessante contributo dell’Avv. Francesco Marcellino*.

          L’articolo di approfondimento può essere scaricato cliccando qui

          Per consultare la Sentenza cliccare qui

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            PERSONE CON DISABILITÀ E LAVORO IN ITALIA. IL LUNGO PERCORSO

            Grusol.it – A partire da un’esperienza ultra trentennale in materia di inserimento lavorativo delle persone con disabilità, Carlo Lepri, Psicologo e docente presso l’Università di Genova,  riflette e analizza l’esperienza maturata in questi anni in un intervista pubblicata sul sito del Gruppo Solidarietà. Dalla fase pionieristica alla situazione attuale nella quale, in nome della sostenibilità economica, i servizi e i sostegni vengono tagliati.

            Per leggere l’articolo su grusol.it cliccare qui

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              IL GIOCO CHE METTE IN PRATICA L’INCLUSIONE

              Superando.it – Alcuni anni fa impazzava il dibattito, specie tra noi addetti ai lavori, sui termini giusti per indicare la disabilità. “Persona con handicap”, “diversabile”, “diversamente abile” e chi più ne ha più ne metta. Non ho assolutamente voglia di riaprire questo confronto, voglio solo farvi notare quanto la cultura della disabilità sia in continua evoluzione, in continuo aggiornamento.

              Così oggi, giustamente, si punta ad altro. Ad eliminare i prefissi. A lavorare per valorizzare le abilità, le abilità senza “dis”. Il mio amico Claudio Arrigoni la chiama semplicemente “cultura dell’ abilità, perché guardare le abilità vuol dire uscire dal pregiudizio. Esaltare la persona nella pienezza della sua esistenza”. Seguendo questa nuova cultura nasce un nuovo progetto “Play for inclusion” che per ora ha dato vita a Kibu. Un nascente gioco che non può non entrare a far parte della storia dell’inclusione del nostro Paese.

              A spiegare questo bellissimo nuovo progetto ci aiuta Antonio Malafarina, dal blog Invisibili del Corriere della Sera. “Il progetto, in buona sostanza, si propone di mettere al completo servizio della società anni di studio e ricerche. L’obiettivo è quello di andare incontro alle esigenze dei bambini con bisogni educativi speciali (bes), cioè bambini che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse.

              “Play for inclusion”, quindi, è una piattaforma che-continua Antonio- intende mettere la ricerca scientifica al servizio dei bambini ed il primo prodotto è Kibu, un videogioco per smartphone e tablet pensato per bambini dai cinque agli otto anni volto a potenziare le funzioni cognitive dell’utente calibrando la propria difficoltà sulle peculiarità del bambino. In parole povere il bambino giocando potenzia le sue capacità avendo a disposizione un gioco che è pensato per andare incontro alle esigenze di ogni bambino, inteso come essere unico ed irripetibile.”

              A riprendere in pieno il mio concetto iniziale, quello della cultura delle abilità ci pensa ancora Malafarina intervistando Francesca Postiglione, una delle ideatrici del progetto: “Io penso che se la didattica, l’insegnamento a scuola come quello professionale sul luogo di lavoro, applicasse questa metodologia-afferma la dottoressa Postiglione- non solo il termine inclusione non avrebbe finalmente più ragione di esistere ma avremmo costruito una società in grado di attingere alle risorse di tutti. E di svilupparle.” Un semplice enunciato che dipinge un mondo perfetto. E ci mostra che si può iniziare a costruirlo.

              Un gioco didattico, un gioco per tutti i bambini perché, oltrepassando il concetto di riabilitazione per abbracciare quello di abilitazione, vuole permettere ad ogni bambino di sviluppare al meglio le proprie potenzialità adattandosi al suo livello di sviluppo. Un passo fondamentale per iniziare a lavorare sulla cultura dell’abilità e della personalizzazione.

              Evidenziando la strada da percorrere, come riprende Arrigoni, “ecco il passaggio che la società deve fare: togliere le parole disabilità, integrazione, inclusione. Pensare e guardare alle abilità, quelle di ognuno secondo le sue capacità.”