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ASSICURAZIONI BLINDATE SUL DOPO DI NOI: PRESENTATO L’EMENDAMENTO

vita.it – La relatrice Anna Maria Parente ha presentato ieri un emendamento nato dal confronto con Vita e Anffas per ampliare le agevolazioni tributarie previste per le assicurazioni in favore di persone con disabilità. Le agevolazioni maggiori vanno insieme a più rigore dei prodotti, disegnati ad hoc per il dopo di noi. Stesse regole per i fondi pensione

Aveva tenuto aperta la porta, la senatrice Anna Maria Parente e ora ha messo la sua firma – di relatrice della legge sul dopo di noi – all’emendamento presentato ieri per ampliare le agevolazioni tributarie previste per le assicurazioni in favore di persone con disabilità, andando a modificare l’attuale articolo 5 della legge. Si tratta nel contempo di prevedere maggiori vincoli per queste assicurazioni, garantendone la destinazione esclusiva a beneficio del progetto di dopo di noi e allargando ai fondi pensione il ventaglio di strumenti tra cui le famiglie possono scegliere. Si tratta di una proposta maturata nel confronto con Vita e Anffas, nella direzione di raccogliere un’esigenza delle famiglie, che oggi lamentano l’esistenza di strumenti adeguati.

«È fondata la preoccupazione che legge sia un favore alle lobby assicurative?», avevamo chiesto a Roberto Speziale, presidente di Anffas, il giorno in cui la Camera approvò la legge: «Non c’è bufala più grande. Con questa legge, ho fatto i conti, si dà possibilità di dedurre dal reddito 40 euro: le pare che una famiglia deciderà di fare o non fare un’assicurazione in virtù di questo?», aveva risposto. «Dal nostro punto di vista anzi serviva un’agevolazione molto più significativa, nel confronto fatto con le nostre famiglie è emerso che le famiglie sarebbero felici di poter costruire situazioni che garantiscano il futuro dei loro figli, senza che venga meno l’obbligo dell’impegno pubblico? Perché non sostenerle? Già da tempo Anffas sta lavorando con Cattolica per mettere in piedi un prodotto assicurativo funzionale alle famiglie. Abbiamo fatto anche un ragionamento con il professor Marcello Esposito lì a Vita e un incontro con Unipol, stiamo costruendo cose che vanno nella direzione della corretta destinazione del patrimonio, non prestandoci ad alcun interesse delle assicurazioni di cercare nuovi clienti».
Parente Anna Maria

«Personalmente ritengo giusto intervenire in questo ambito per rafforzare la norma, è giusto che si ancori il beneficio della detraibilità ad alcune condizioni che nel testo della Camera non c’erano, come il fatto che gli assicurati debbano essere i genitori del beneficiario o le persone presso cui vive, che la prestazione sia una rendita vitalizia con rate mensili e che il riscatto totale sia possibile solo alla morte del genitore. Sono tutti correttivi che vanno nella direzione dello spirito della legge e del dopo di noi e creano una rendita per la persona disabile», ci aveva detto la relatrice Parente in una recente intervista.

«Credo che siano da accogliere per meglio sostenere le preoccupazioni dei genitori, tenendo conto che non si tratta di creare un regime tributario specifico ma di equiparare queste polizze al regime della previdenza complementare, prevedendo che possano diventare oneri deducibili. La logica è che il patrimonio che un genitore accantona con sacrificio per il futuro del figlio disabile non è solo la casa, ma anche l’investimento che fa nella polizza o nel fondo pensione».

Di seguito il testo integrale dell’emendamento presentato, il numero 5.100.

Sostituire l’articolo 5 con il seguente:

«Art. 5 (Agevolazioni tributarie per i fondi pensione e le assicurazioni in favore di persone affette da disabilità) – 1. A decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2016, i premi per le assicurazioni aventi per oggetto il rischio di morte finalizzate alla tutela delle persone con disabilità grave come definita dall’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertata secondo le modalità di cui all’articolo 4 della legge n. 104 citata, non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, e accertata con le modalità di cui all’articolo 4 della medesima legge, sono deducibili ai sensi dell’articolo 10 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, dal reddito complessivo per un importo non superiore, per ogni soggetto disabile beneficiario, alla misura massima stabilita dal comma 4 dell’articolo 8 del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, e successive modificazioni.

2. Le prestazioni assicurative sono imponibili per il loro ammontare complessivo al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta. Sulla parte imponibile delle prestazioni assicurative comunque erogate è operata una ritenuta a titolo d’imposta con l’aliquota del 9 per cento.

3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano nel caso in cui il contratto di assicurazione avente ad oggetto il rischio di morte preveda che:

a) il beneficiario sia una persona con disabilità grave, come definita dall’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertata secondo le modalità di cui all’articolo 4 della legge n. 104 citata, non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità;

b) gli assicurati siano i genitori del beneficiario o la persona presso il cui nucleo familiare sia inserito il beneficiario;

c) la prestazione contrattualmente prevista sia esclusivamente una rendita vitalizia con rate mensili o trimestrali;

d) gli eventi relativi alla vita degli assicurati siano il decesso o l’invalidità permanente;

e) non sia ammesso il riscatto totale se non in caso del verificarsi degli eventi di cui alla lettera d);

f) siano ammessi riscatti parziali, fino al massimo del 50 per cento del capitale accumulato, in caso di acquisto, manutenzione o adattamento di un’unità abitativa destinata all’assistenza della persona con disabilità gravi di cui alla lettera a), in caso di malattia grave del beneficiario.

4. All’articolo 8 del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, dopo il comma 6 è aggiunto il seguente:

“6-bis. In aggiunta alla deduzione dei contributi effettuata in base ai commi precedenti, i contributi versati in favore di persone con disabilità grave accertata con le modalità di cui all’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, come definita dall’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertata secondo le modalità di cui all’articolo 4 della legge n. 104 citata, non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, sono deducibili, ai sensi dell’articolo 10 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, dal reddito complessivo per un importo non superiore ad ulteriori euro 5.164,57 per ogni soggetto disabile beneficiario.”

5. Alla copertura delle minori entrate derivanti dal presente articolo, valutate in 35,7 milioni di euro per l’anno 2017 e in 20,4 milioni di euro annui a decorrere dal 2018, si provvede ai sensi dell’articolo 9.»

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    È TEMPO DI PROGETTI PERSONALIZZATI

    superando – «“Mettere al centro” la persona con disabilità – sottolineano dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – progettare in modo personalizzato e favorire l’integrazione degli interventi sono obiettivi e indicazioni che da tempo si trovano in leggi, delibere e piani operativi, ma che ancora oggi stentano ad affermarsi nella realtà. È tempo di trasformare in fatti quelle affermazioni di principio»: verterà su tali concetti il seminario del 5 e 12 maggio di Milano, organizzato dalla stessa LEDHA in collaborazione con l’Università Bicocca

    «“Mettere al centro” la persona con disabilità – sottolinea Giovanni Merlo, direttore della LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – progettare in modo personalizzato e favorire l’integrazione degli interventi sono obiettivi e indicazioni che da tempo si trovano in leggi, delibere e piani operativi, che però, ancora oggi, stentano ad affermarsi nella realtà in modo ordinario sistematico». «Il sistema della presa in carico per le persone con disabilità – aggiunge – funziona per risposte standardizzate, perché questo garantisce il funzionamento del sistema stesso, ma i princìpi base della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e della stessa riforma sociosanitaria della Regione Lombardia vanno in direzione opposta, verso cioè l’elaborazione di progetti personali. I tempi sono dunque maturi per trasformare in fatti queste affermazioni di principio».
    Ruoterà intorno a questi fondamentali concetti il seminario organizzato dalla LEDHA a Milano, in collaborazione con l’Università di Milano Bicocca, denominato Progettare personalmente. Una risposta alle esigenze e ai diritti delle persone con disabilità e articolato su due appuntamenti di grande sostanza, in programma il 5 e il 12 maggio.

    L’iniziativa, in sostanza, è stata promossa per confrontarsi e interrogarsi assieme ad operatori sociali, supervisori e studenti, offrendo strumenti sia di interpretazione della realtà in cui si opera, sia di natura culturale e tecnica per lo sviluppo di progetti realmente personalizzati.
    A condurre i lavori sarà lo stesso Giovanni Merlo, per parlare, nel corso del primo incontro, di Disabilità: regimi a confronto, Servizi sociali, sistemi sociosanitari e disabilità in Lombardia e Valutazione multidimensionale, mentre il secondo incontro sarà centrato sulla Presa in carico e progettazione personalizzata delle persone con disabilità, Budget di Salute (un possibile modello di intervento) e L’abitare delle persone con disabilità. (S.B.)

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      AUTISMO, LA PATOLOGIA CON IL PIÙ ALTO TASSO DI CRESCITA IN 40 ANNI

      repubblica.it – Un impegno della Fondazione Renato Piatti Onlus da mettere in pratica subito: sviluppare nuovi servizi dedicati all’autismo, affinchè sempre più bambini possano accedere a programmi di intervento qualificati. La campagna “Mio piccolo principe, non sarai più solo!” alla quale si può contribuire con un sms o con una chiamata da rete fissa al 45506 fino al 12 maggio prossimo.

      VARESE – Il progetto della Fondazione Renato Piatti onlus nasce due anni fa e sta ormai per vedere la luce. Secondo i programmi, il nuovo centro di Fondazione Piatti per minori con disturbi dello spettro autistico aprira? i battenti prima dell’estate. Avrà la medesima impronta di un altro centro che la fondazione gestisce a Milano da tre anni e farà tesoro di 16 anni di esperienza nel prendersi cura di persone con disabilità intellettiva e relazionale di tutte le età: 380 ospiti, a fine 2015, di cui 112 con disturbi dello spettro autistico (quasi il 30%), 85 dei quali minori.

      Di cosa si parla quando si parla di autismo. Crescere e imparare non è scontato per i bambini con autismo. Per apprendere anche un singolo gesto, come indicare un oggetto con un dito o lavarsi le mani, un bambino autistico ha bisogno di essere  continuamente abilitato. Purtroppo sono ancora ignote le cause della patologia, manca quindi la possibilità di una terapia. Inoltre esistono “tanti autismi”, per le diverse e uniche manifestazioni con cui questo disturbo si presenta. Solo interventi personalizzati, precoci e intensivi, che coinvolgano i familiari, la scuola e la società adulta, consentono di migliorare molte delle aree di sviluppo dei bambini con autismo, cambiando il loro futuro e quello delle loro famiglie.

      In Italia ne soffre un bambino su 160. Dati recenti mostrano che in Italia vi sono 100 mila bambini e adolescenti con autismo. Ne soffre un bambino ogni 160 (fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità) e i maschi sono i più colpiti: 4 volte più delle femmine, senza differenza tra le varie etnie e condizioni sociali. Secondo il Centers for disease control and prevention (organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti), l’autismo colpisce un bambino statunitense su 68, con tasso di incremento cresciuto di 10 volte negli ultimi 40 anni. Dati che mostrano come l’autismo sia la disabilità con il maggiore fattore di crescita.

      Cinquecentomila famiglie coinvolte. In Italia a confrontarsi quotidianamente con il problema dell’autismo sono circa 500 mila famiglie, ma alcune fonti citano numeri più elevati. La discordanza è dovuta alla difficoltà nella diagnosi precoce: il problema si manifesta con un complesso di comportamenti che possono confondersi con altre sindromi neuropsicologiche e talvolta i sintomi non vengono facilmente identificati in modo corretto dal pediatra o dal neuropsichiatra. A tutt’oggi non è possibile definire un’attendibile ipotesi unificante sulle cause dell’autismo. I dati rilevati dalle varie ricerche non sono in contraddizione tra loro, ma suggeriscono che non si debba pensare a “una causa” dell’autismo, ma a complesse catene causali di eventi in ambito neurobiologico che, combinati l’uno dopo l’altro, sfociano in questo disturbo come a una “via finale comune” di diverse patologie.

      Non si guarisce di autismo, ma non si muore. L’autismo non è solo infantile, ma dura tutta la vita e, malgrado l’autismo, anche attraverso di lui si diventa grandi. I bimbi con autismo saranno adolescenti, giovani, adulti, anziani con autismo. E’ dunque una disabilità psichica che va  affrontata in un’ottica che abbracci il ciclo di una vita.

      L’approccio della Fondazione Renato Piatti. “Prima le persone poi gli autismi, questo è l’approccio, che è poi quello della nostra casa madre Anffas – dice Cesarina Del Vecchio, Presidente di Fondazione Renato Piatti onlus – per i valori e la missione che animano la Fondazione, non possiamo far altro che pensare e guardare all’autismo come una modalità diversa di affrontare e incorporare il mondo, e in quanto tale “né giusta, né sbagliata”, ma unica. E’ una condizione da riconoscere, sostenere e attrezzare per una vita che sia il più possibile di qualità. La nostra attenzione agli autismi conferma ancora una volta la nostra grande attenzione alla persona, prima che alla disabilità”.

      La breve storia di Paolo. Paolo, il protagonista del nostro spot, è un bambino di 8 anni. E’ ospite del centro per l’autismo di Fondazione Piatti a Milano da un anno e mezzo, tre pomeriggi a settimana, mentre al mattino frequenta la terza classe della scuola elementare. Paolo ha un buon livello di funzionamento, usa il linguaggio in modo appropriato (“a casa addirittura esagera e ci sommerge con le parole”, dice il papà) ma ha difficoltà di relazione con gli altri e vive con grande ansia i momenti di snodo della giornata, provando molto disagio nelle attese.

      Progressi significativi. “Il suo percorso sta mostrando progressi significativi – dice il papà – e questo ci conforta. Qualche anno fa, forse, non avremmo scommesso sulle sue risorse ma oggi sì. Sappiamo che molti altri bambini con autismo partono con maggiori svantaggi rispetto a Paolo, ed è pensando a tutti loro che abbiamo acconsentito con piacere a questa iniziativa”. Il piccolo Paolo, al di là del consenso dei genitori, ha liberamente accettato di “giocare” con noi durante le riprese. Eseguire consegne, d’altra parte, rientra nella sua “tabella delle attività” e lui lo ha fatto davvero bene. Il suo sguardo tenero e profondo ha colpito tutti e speriamo che possa bucare il video così come è avvenuto dal vivo.

      Gli ambasciatori della Campagna. Fondazione Piatti ringrazia i tanti ambasciatori che in diversi modi stanno dando supporto alla campagna di comunicazione: Violante Placido, Tessa Gelisio, Mary Sarnataro, Raphael Gualazzi, Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Cristian Cocco, Margherita Zanatta, Paola Marella, Francesca Lancini, Elena Mearini e altri ancora.

      A proposito di Fondazione Renato Piatti onlus. Fondazione Renato Piatti onlus è stata costituita nel 1999 a Varese per volontà di alcuni soci della locale Anffas (Associazione Nazionale Famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) allo scopo di progettare, realizzare e gestire servizi a favore delle persone con disabilità intellettiva e relazionale e delle loro famiglie. Gestisce 15 unità di offerta nelle province di Varese e Milano, tutte accreditate presso Regione Lombardia, nelle quali si prende cura di circa 400 persone di tutte le età, grazie all’impegno di oltre 450 tra operatori e volontari.

      I centri. Nelle 15 unità di offerta della Fondazione si va dalla riabilitazione intensiva con i bambini (Centro Riabilitativo Semiresidenziale – CRS – Besozzo), con un focus sull’autismo e sui disturbi pervasivi dello sviluppo (Centro Terapeutico Riabilitativo Semiresidenziale – CTRS – Milano), all’intervento in comunità per minori con disagio (Comunità Terapeutica – CT – Fogliaro -Varese), all’assistenza alla persona disabile anziana (Residenze
      Sanitarie assistenziali per persone con Disabilità – RSD – San Fermo-Varese e Sesto Calende). Per adolescenti e adulti vengono offerte le soluzioni dei centri diurni e residenziali (comunità alloggio), dislocati a Varese, Besozzo, Sesto Calende, Busto Arsizio e Melegnano.

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        ASSICURAZIONI PER IL DOPO DI NOI: SONO DAVVERO UTILI?

        vita.it – Un emendamento presentato dalla relatrice e sostenuto da Vita e Anffas, disegna strumenti assicurativi dedicati al dopo di noi, per la destinazione vincolata del patrimonio a sostegno del progetto di vita per il dopo di noi. Roberto Speziale, presidente di Anffas, ne spiega le ragioni

        La relatrice per la legge sul dopo di noi, Anna Maria Parente, ha presentato un emendamento all’articolo 5 per ampliare le agevolazioni tributarie previste per le assicurazioni in favore di persone con disabilità. Le agevolazioni maggiori vanno insieme a un maggior rigore dei prodotti, disegnati ad hoc per il dopo di noi. Si tratta di un emendamento nato anche dal confronto della senatrice con Vita e Anffas Onlus, la più grande Associazione Nazionale di famiglie di disabili intellettivi e relazionali, ed anche una delle più grandi l’Europa, con 14mila famiglie associate distribuite in 180 Associazioni locali sparse in tutta Italia.

        Presidente Speziale, perché avete sostenuto questo emendamento?
        Rispetto all’originaria versione del testo dell’articolo 5, così come approvato dalla Camera, si tratta di un passo avanti. La versione attuale, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, rendeva improbabile che il vantaggio fiscale potesse indurre i genitori a scegliere di costruire il dopo di noi dei propri figli attraverso uno strumento di tipo assicurativo, perché il vantaggio fiscale era esiguo. Questo nuovo testo invece, estendendo la deduzione a un importo che supera i 5mila euro, diventa davvero un incentivo per questa formula, che noi riteniamo utile.

        Perché, concretamente, è uno strumento che giudica utile? Qual è l’esigenza delle famiglie?
        La famiglia, tramite i propri risparmi, garantirebbe alla persona con disabilità una rendita vitalizia, in rate mensili o trimestrali, che le consentirebbe di avere risorsa propria per avere la possibilità di decidere come e dove vivere, per costruire lei stessa il proprio progetto di vita indipendente: una quota personale che garantisce una personalizzazione ulteriore dei servizi. Ovviamente questo senza far venire mai il sostegno dello Stato, si tratta di una integrazione da parte delle famiglie, integrativa e non sostitutiva. La disabilità per noi è un tema sociale e non privato, ma all’interno di nuovi modelli di welfare che prevedono la partecipazione diretta delle famiglie, questa modalità è una modalità interessante. Le famiglie, tramite la rendita vincolata, avrebbero la certezza di dare ai propri risparmi un vincolo di destinazione per la persona con disabilità, una garanzia che le risorse proprie messe a disposizione della famiglia vadano nell’interesse del beneficiario.

        Una prima critica, già evidenziata ai tempi dell’esame alla Camera della proposta di legge, è che in questo modo si faccia un favore alle assicurazioni…
        Non è così. Come associazione tutto faremmo tranne che dare parere favorevole a un’iniziativa dove avessimo il minimo sospetto che ci sia un interesse esclusivo delle assicurazioni. Diverse compagnie stanno costruendo prodotti etici, che non siano finalizzati a fare lucro ma che siano davvero strumenti di protezione per la destinazione del patrimonio. Le dico però che sì, avevamo proposto anche un vincolo di destinazione ulteriore, ovvero che quella rendita non corrisposta per premorienza del beneficiario non venisse vanificata ma andasse nel Fondo per il Dopo di Noi: sarebbe l’ideale, perché quella risorsa verrebbe rimessa in circolo per altre persone.

        Un’altra critica possibile è quella che evidenzia come una parte importante del Fondo da 90 milioni di euro vada a coprire le minori entrate per queste agevolazioni, lasciando poco per i progetti e i servizi intesi come interventi sulla casa, ristrutturazioni ecc. Cosa risponde?
        Se si legge bene il testo, si vede chiaramente che si parla di 35,7 milioni di euro, una cifra identica a quella già oggi prevista all’art 5: con questo emendamento quindi non c’è un maggior impatto. Quindi direi che oggi, con l’articolo 5 attuale, abbiamo una soluzione poco produttiva, poco utile, mentre se passasse questo emendamento con un impatto economico uguale all’attuale avremmo uno strumento più vantaggioso

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          L’ISTAT E I DISEGNI DI LEGGE SUL “DOPO DI NOI”

          superando.it – Convocato in audizione al Senato, in relazione ai Disegni di Legge sul cosiddetto “Dopo di Noi”, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) ha fornito una stima della platea dei potenziali destinatari, presenti e futuri, della normativa in discussione, offrendo un quadro del sistema dei servizi sociali rivolti alle persone con disabilità sulla base delle ultime rilevazioni disponibili. E quanto riferito dall’Istituto risulta di particolare interesse, a partire dalla stessa difficoltà a individuare correttamente i beneficiari di quei Disegni di Legge

          Il 5 aprile scorso l’ISTAT è stato convocato in audizione dall’XI Commissione del Senato (Lavoro, Previdenza Sociale), in relazione all’esame di due Disegni di Legge (n. 2232 e n. 292) che prevedono disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare (il cosiddetto “Dopo di Noi”).
          Ebbene, nell’audizione del presidente dell’ISTAT Giorgio Alleva e nella successiva nota integrativa, i cui testi sono stati resi disponibili dall’Istituto Nazionale di Statistica, si fornisce una stima della platea dei potenziali destinatari, presenti e futuri, della norma in discussione, e si offre un quadro del sistema dei servizi sociali rivolti alle persone con disabilità sulla base delle ultime rilevazioni disponibili.
          Le indicazioni dell’ISTAT sono particolarmente rilevanti poiché dovrebbero costituire per la Commissione un’indicazione sul possibile impatto della norma e sull’adeguatezza delle risorse destinate al provvedimento.

          Come già evidenziato nel corso della precedente audizione dell’ISTAT alla XII Commissione della Camera (ottobre 2014), la prima difficoltà che si incontra, da un punto di vista informativo, riguarda la possibilità di quantificare in modo sufficientemente preciso i beneficiari, che i Disegni di Legge individuano nelle «persone con disabilità grave, non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché gli stessi non sono in grado di sostenere le responsabilità della loro assistenza».
          Lo stato di disabilità grave assunto a riferimento è infatti quello previsto dall’articolo 3, comma 3, della Legge 104/92 e tuttavia, ad oggi, i dati di fonte amministrativa (ASL e INPS) non permettono di conoscere, come denuncia lo stesso ISTAT, l’ammontare delle persone certificate in base a tale norma. Né tale dato può essere desunto dalle indagini ISTAT, che utilizzano una definizione di disabilità diversa da quella adottata nella Legge 104/92.
          Pertanto l’Istituto risponde in audizione usando, per approssimazione, le informazioni ad oggi disponibili provenienti da altre rilevazioni, ovvero da una parte il numero dei percettori di indennità di accompagnamento desunti dal casellario INPS, nell’ipotesi che vi sia una coincidenza fra i requisiti sanitari previsti per la concessione di quella provvidenza e la definizione di handicap grave ex lege 104/92. E dall’altra parte le condizioni di vita delle persone con limitazioni funzionali gravi che vivono in famiglia, come risultano dall’indagine ISTAT sulle condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari (ultima edizione: 2012-2013).

          Per identificare la platea dei beneficiari, l’ISTAT formula due ipotesi: che la gran parte delle disabilità gravi riferibili alla popolazione di 65 anni e oltre sia determinata dal naturale invecchiamento o da patologie ad esso connesse, e che i genitori di oltre 65 anni siano quelli che vivono le maggiori difficoltà nel sostenere le responsabilità di cura e assistenza dei loro figli con disabilità grave.
          A partire da queste due ipotesi, la popolazione dei potenziali destinatari è stata circoscritta ai percettori di indennità di accompagnamento di età inferiore ai 65 anni (circa 540.000 persone) e poiché tale collettivo risulta ben approssimato dall’indagine ISTAT sulle condizioni di salute – sia per numerosità che per distribuzione territoriale – sono state considerate le stime elaborate dall’Istituto relativamente alla situazione familiare delle persone con limitazioni funzionali gravi della stessa fascia di età.
          Immediatamente interessate dalle norme in discussione al Senato sarebbero dunque 127.000 persone con disabilità grave sotto i 65 anni, che abbiano perso entrambi i genitori e vivano da sole (38.000) o che vivano con genitori anziani (89.000). A queste l’ISTAT aggiunge – sulla base di calcoli che tengono conto della speranza di vita – una stima di coloro che nell’arco dei prossimi cinque anni entreranno a far parte della platea dei potenziali beneficiari perché perderanno tutti i familiari, ossia ulteriori 12.600 persone. Di queste il 63% è attualmente mantenuto economicamente dalla famiglia e il 50% dichiara di avere risorse economiche scarse o insufficienti.
          Nel computo non sono comprese le persone che attualmente sono già istituzionalizzate e per le quali il Disegno di Legge n. 2232 prevede di «favorire percorsi di de istituzionalizzazione».

          Stanti tali numeri, dunque, sarebbe opportuno riflettere sulla congruità delle risorse afferenti al Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, fissate – per la realizzazione dei servizi sui territori – a 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 milioni di euro per il 2017 e 56,1 milioni di euro a decorrere dal 2018 (articolo 3, comma 1, del Disegno di Legge n. 2232). Ossia, in media, circa 400 euro annue a persona per il cosiddetto “Dopo di Noi” (sempre escluse quelle già “istituzionalizzate”).
          È opportuno ricordare, a tal proposito, che la riduzione del Fondo, per un importo pari a 51,7 milioni di euro per l’anno 2017 e a 33,9 milioni di euro annui a decorrere dal 2018, è motivata dalla necessità di coprire le minori entrate derivanti dalla detraibilità delle spese sostenute per le polizze assicurative finalizzate alla tutela delle persone con disabilità grave e da quelle derivanti dalle esenzioni e agevolazioni tributarie connesse all’istituzione di trust a favore di persone con disabilità grave (articoli 5 e 6 del Disegno di Legge n. 2232) [il trust è un istituto giuridico mutuato dall’ordinamento anglosassone, con cui una o più persone, i “disponenti”, trasferiscono beni e diritti sotto la disponibilità del “trustee”, un tutore, che assume l’obbligo di amministrarli nell’interesse di un beneficiario, in questo caso la persona con disabilità, N.d.R.].

          A questo punto i dubbi sulla congruità di un importo di 400 euro annui a persona per la realizzazione di servizi e interventi rivolti al “Dopo di Noi” si innestano in uno scenario in cui l’ISTAT – sulla base di dati ancora provvisori – registra per il 2013 un’ulteriore riduzione della spesa sociale dei Comuni singoli e associati, pari al -2,7% rispetto al 2012 e al -4% rispetto al 2010, l’anno in cui si era toccato il massimo di spesa dall’inizio della rilevazione (2003). Riduzione che sembrerebbe investire, per la prima volta, anche la quota di spesa sociale comunale rivolta alla disabilità.
          Guardando dentro alle singole tipologie di servizi, l’ISTAT ci ricorda che nel 2012 i Comuni hanno speso oltre 142 milioni di euro per l’assistenza domiciliare socio-assistenziale rivolta alle persone con disabilità, per un importo di 3.666 euro ad utente, cui si aggiunge una compartecipazione media delle famiglie pari a 76 euro e del Servizio Sanitario Nazionale di 104 euro. Per l’assistenza domiciliare integrata con i servizi sanitari (ADI), i Comuni hanno speso circa 24,5 milioni di euro, pari a 2.300 euro ad utente con disabilità, cui si aggiunge la quota di compartecipazione delle famiglie e del Servizio Sanitario Nazionale per una media rispettivamente di 48 e 621 euro l’anno.
          Per quanto concerne invece i dati sulle strutture residenziali, nel 2013 i posti letto rivolti alle persone con disabilità risultano 32.330, nel 94% dei casi collocati in strutture di tipo comunitario, che non riproducono le condizioni di vita familiari. Nello stesso anno si registrano 49.536 ospiti tra i 18 e i 64 anni con disabilità e patologie psichiatriche e 2.658 minori con disabilità e disturbi mentali dell’età evolutiva.
          Non disponiamo di informazioni circa le ragioni dell’istituzionalizzazione, né sulle condizioni di vita e la situazione familiare degli utenti di tali strutture, ma sono senz’altro auspicabili anche per loro percorsi di deistituzionalizzazione e di ritorno nelle comunità di appartenenza. Ed è altrettanto ipotizzabile che una parte degli attuali ospiti possa vivere una condizione di gravità e di assenza del sostegno familiare, incrementando la platea dei potenziali beneficiari individuata dall’ISTAT.

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            “NON STIAMO CHIEDENDO L’IMPOSSIBILE. I DIRITTI UMANI SONO PER TUTTI GLI ESSERI UMANI.”

            e-include.eu – Ogni persona ha il diritto di scegliere dove e con chi vivere e di essere inclusa nella comunità. Eppure, quasi 1,2 milioni di persone in tutta Europa sono privati ​​di questo diritto umano fondamentale e ancora vivono in istituti, nascosti dal resto della società. Far vivere le persone in istituti è una violazione dei diritti umani. I residenti di una istituzione non hanno alcuna privacy o spazio personale. Non hanno la libertà di fare scelte personali, come ad esempio quando e cosa mangiare, quando andare a dormire o con cui trascorrere il proprio tempo.
            La deistituzionalizzazione è un passo necessario nella lotta contro la segregazione delle persone con disabilità, ma è solo il primo passo per garantire la loro inclusione nella comunità. Una transizione efficace dall’assistenza istituzionale all’assistenza basata sulla comunità è di fondamentale importanza per garantire una vita indipendente. Ciò dovrebbe includere la revisione della normativa che priva le persone con disabilità dal loro capacità giuridica e li pone sotto tutela. Le persone con disabilità soffrono l’impatto dell’istituzionalizzazione per tutta la vita, le persone che sono state rinchiuse in istituti hanno bisogno di un sostegno adeguato, servizi e reali opportunità di vivere la loro vita in modo indipendente. Tuttavia, la vita indipendente non è possibile senza un riconoscimento davanti alla legge sulla base dell’eguaglianza e della parità di diritti.
            Lo scorso Martedì a Ginevra, come parte della 15 ° sessione, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha organizzato una Giornata di Dibattito Generale sull’articolo 19, della Convenzione: il diritto di vivere in modo indipendente ed essere inclusi nella comunità. L’obiettivo di questo evento, che ha riunito esperti del mondo accademico e della società civile, è stato quello di discutere le mancanze nell’attuazione della vita indipendente e l’inclusione nella comunità e di scambio sugli standard per la vita indipendente. La discussione cercherà di aiutare i membri del comitato per lo sviluppo di un commento generale sull’articolo 19.

            Inclusion Europe opera per l’inclusione di tutte le persone con disabilità nella comunità. E ‘solo attraverso lo sviluppo di alternative basate sulla comunità che si può  rispondere alle esigenze e ai desideri di ogni individuo che siano in grado di garantire una vita indipendente per tutti.
            Senada Halilčević, Presidente della Piattaforma europea di auto-rappresentanti (EPSA) e vice-presidente di Inclusion Europe, è stata invitata dal Comitato CRPD a prendere parte alla discussione a proposito della deistituzionalizzazione e del servizio basato sulla comunità. Come una sopravvissutoa alla istituzionalizzazione, ha riportato le sue maggiori preoccupazioni sull’attuazione dell’articolo 19 della Convenzione, a sostegno per le pari opportunità per le persone con disabilità intellettive.
            “L’istruzione e l’occupazione sono fondamentali per vivere in modo indipendente. Dovremmo tutti chiedere che il CRPD vengo implementato in tutti i paesi. Le leggi esistenti devono cambiare per rispettare la CRPD“, ha detto Senada Halilčević nel richiedere azioni urgenti necessarie per garantire una vita indipendente. Avere un lavoro è un passo fondamentale verso la vita indipendente. Alla maggior parte delle persone con disabilità che hanno vissuto in istituti è stato negato l’accesso all’istruzione o hanno ricevuto una formazione inadeguata nelle scuole speciali, impedendo loro di ottenere qualifiche per  trovare un lavoro. Senada ha sottolineato, “Scuole speciali insegnano principalmente professioni che non rispecchiano le esigenze del mercato del lavoro. Le scuole speciali separano le persone con disabilità dai loro coetanei con pochissime opportunità di crescita personale e l’indipendenza nella vita futura.”
            Evidenziando la prospettiva e le esperienze delle persone con disabilità intellettive, Senada Halilčević ricorda che nessuno dovrebbe essere lasciato indietro sulla strada verso la piena indipendenza. Alle persone con esigenze complesse e gravi disabilità dovrebbero essere offerte le stesse opportunità. I servizi di supporto dovrebbero responsabilizzare le persone con disabilità intellettive e dare loro la libertà di esprimere le proprie opinioni e desideri. Nessuno può essere veramente indipendente quando gli viene impedito di prendere le proprie decisioni, gli viene negato l’accesso ai servizi pubblici regolari, e non può gestire il proprio denaro o avere un lavoro.
            La sua testimonianza mette in luce perfettamente l’importanza di un’autentica transizione dall’assistenza istituzionale all’assistenza basata sulla comunità: “Molte persone con disabilità intellettive ancora dipendono da istituzioni, servizi di supporto e genitori. Auto-rappresentanti lamentano del fatto che i servizi di supporto e il personale hanno ancora molto controllo su di loro. Spesso non rispettano opinioni e desideri auto-rappresentanti. Questo perché i vecchi modi di pensare, comuni per le istituzioni, sono ancora presenti in servizi di supporto. Sebbene il processo di trasformazione delle istituzioni in servizi di supporto per vivere nella comunità è un passo positivo in avanti, dobbiamo essere molto attenti. Invece di grandi istituzioni, potremmo finire con migliaia di “bed & breakfast” piccoli nella comunità dove la gente ancora non hanno la libertà di fare scelte “.
            Infine, Senada Halilčević ha sottolineato che le persone con disabilità dovrebbero essere coinvolte attivamente nella pianificazione, attuazione e monitoraggio dei progetti di deistituzionalizzazione e nella pianificazione dei servizi basati sulla comunità al fine di promuovere un cambiamento significativo: “Dobbiamo anche essere quelli che partecipano al processo politico attivamente nelle nostre comunità, in modo che possiamo essere la generazione che lascia la possibilità di altre generazioni a vivere in modo indipendente “.
            Potete leggere la testimonianza piena di Senada Halilčević qui.

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              SE SEI DISABILE, LA DISCRIMINAZIONE NON SI VEDE (MA SI SENTE)

              LEDHA.IT – La vicenda, ormai, è nota. Una classe di terza media di una scuola di Legnano (Va) si sta preparando alla gita scolastica. Ma i ragazzi non vogliono che una loro compagna di classe, affetta da autismo, partecipi alla gita con loro: nessuna delle compagne, infatti, la vuole come compagna di stanza. E così gli insegnanti chiedono ai genitori di tenere a casa la figlia durante i giorni della gita. Scoppia la polemica, prima sui giornali locali, poi su media nazionali. Infine interviene il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, che sospende la visita d’istruzione per tutti.
              In questi giorni quotidiani, radio e tv hanno dato spazio a tutte le voci: è stata data la parola agli insegnanti, ai genitori della studentessa esclusa, all’esperto che difende le ragioni della ragazza con disabilità e – infine – a un avvocato che ha difeso le ragioni dei ragazzi. Ineccepibile, da un punto di vista giornalistico.
              Ma.
              Ma se al posto di un gruppo di ragazzi preoccupati di passare una notte nella stessa camera con una compagna con autismo ci fossimo trovati davanti a un gruppo di ragazzi preoccupati di passare una notte nella stessa camera con un compagno:
              straniero, “perché siamo a disagio, è diverso da noi, non siamo preparati”;
              omosessuale, “perché potrebbe cercare di baciarci, non siamo preparati”;
              femmina, “perché potrebbe turbare i maschi, non siamo preparati”.

              Ecco se al posto di una bambina discriminata a causa della sua disabilità si fosse trattata di una bambina discriminata a causa della sua nazionalità, genere o orientamento sessuale le reazioni e la gestione da parte dei media sarebbero state le stesse?
              L’avvocato che ha diffuso la lettera dei genitori parla di semplici “problemi di comunicazione” tra la scuola e la famiglia della ragazza. Avrebbe usato gli stessi argomenti se la vittima fosse stata una ragazza omosessuale o di origine straniera?
              Avremmo avuto la stessa “comprensione”, non tanto per i ragazzi, ma per i loro pensieri e timori sulla disabilità che riflettono inevitabilmente quello degli adulti che li circondano?
              Perché possiamo comprendere l’errore dei ragazzi. Quello che non possiamo accettare è che gli adulti non abbiano svolto il proprio ruolo di educatori: avrebbero dovuto rassicurare i ragazzi, aiutarli a superare i loro pre-giudizi. La scelta (a priori) di escludere la ragazza con autismo dalla gita di classe è stata la soluzione più rapida. Una soluzione che rende ancora evidente la discriminazione.

              Una vicenda che provoca un danno gravissimo: rafforzare i pre-giudizi degli adolescenti nei confronti della loro compagna di classe.
              Saremo idealisti e dei pericolosi visionari ma noi continuiamo il nostro impegno per costruire una società dove sia del tutto normale e ovvio che tutti i bambini e ragazzi con disabilità vadano in gita con i loro compagni (come del resto capita tutti i giorni nelle scuole italiane) e che mettere in dubbio questa possibilità fosse considerata semplicemente una assurdità. Come in effetti è.
              Non c’è semplicemente nessuna buona ragione perché un ragazzo con disabilità non vada a scuola e anche in gita con i suoi compagni a causa della sua disabilità.
              Punto e a capo.