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Archivio giornaliero 9 Novembre 2021

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La Convenzione 15 anni dopo: quel che si è fatto e quel che resta da fare

Fonte www.superando.it – Tutti gli aspetti teorici e pratici che hanno ispirato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, a 15 anni dalla sua approvazione, sono stati approfonditi nel corso di un recente evento, considerando gli effetti positivi e ciò che invece manca ancora per l’effettiva applicazione di quello che è stato il primo atto normativo che ha consacrato i diritti delle persone con disabilità come diritti umani, da tutelare sempre e comunque. È accaduto a Torino, a cura dell’Associazione Abilitando, che ha potuto avvalersi della partecipazione di alcuni autorevoli esperti del settore.

15 anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilitàquesto il titolo dell’edizione 2021 del convegno organizzato annualmente dall’Associazione torinese Abilitando (Dove la tecnologia incontra la disabilità), svoltosi qualche settimana fa in modalità mista, sia online che in presenza, presso la Sala Conferenze Reale Mutua di Torino [se ne legga anche la nostra ampia presentazione a questo link, N.d.R.].
Abilitando, infatti, organizza da diversi  anni eventi sulle tematiche più attuali che impattano sulla disabilità e l’edizione di quest’anno è stata coordinata da Haydée Longo, avvocata, fondatrice di Lex4All.com e da Mauro Buzzi, socio fondatore della stessa Abilitando e presidente della FEDMAN (Federazione Disability Management).
Tra i relatori si sono alternati noti esperti del settore, come Vincenzo Falabella, presidente Nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), Giampiero Griffo, coordinatore del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, Franco Lepore, avvocato, già disability manager del Comune di Torino e dirigente dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechio e degli Ipovedenti), Nannerel Fiano, assegnista di ricerca all’Università Statale di Milano, Anna Revello di Reale LAB e Luca Rossin, segretario del Comitato Operativo di Reale Foundation.

I diversi aspetti teorici e pratici che hanno ispirato la Convenzione ONU, nei cinquanta articoli che la compongono, sono stati approfonditi nel corso dell’evento, considerando gli effetti positivi e ciò che invece manca ancora per l’effettiva applicazione di quello che è stato il primo atto normativo (ratificato dall’Italia con la Legge 18 del 2009) che ha consacrato i diritti delle persone con disabilità come diritti umani, da tutelare sempre e comunque. «Un passaggio fondamentale per l’introduzione di diritti che altrimenti non sarebbero arrivati a livello istituzionale degli Stati aderenti», ha affermato Haydèe Longo.
In particolare, nella Convenzione è stato introdotto il concetto di inclusione, in contrapposizione a quello di integrazione, ovvero progettare pensando alle persone con disabilità, non facendo in modo che queste vi si debbano adattare a posteriori, ed è stato introdotto il cosiddetto modello bio-psico-sociale delle condizioni delle persone con disabilità, non più legate al loro stato fisico, ma all’ambiente circostante.
Intervenuto durante la parte introduttiva del convegno di Torino, Lepore ha approfondito proprio quest’ultimo aspetto, affermando che il contesto può fare la differenza: un contesto favorevole può aiutare e dunque favorire, ma se è sfavorevole può danneggiare e dunque sfavorire. Ha concluso quindi con una frase emblematica: «Le persone con disabilità sono una parte del mondo e non un mondo a parte».

Dal canto suo Falabella ha ripercorso l’excursus storico della Convenzione, e ricordato il cammino difficile ma necessario che le persone e i movimenti  hanno percorso, in particolare attraverso un interlocutore autorevole quale la Federazione FISH, alla quale aderiscono  oltre quaranta Associazioni sia nazionali che regionali, di persone con diverse disabilità. «Prima arriva la persona e poi la sua disabilità – ha affermato  Falabella – un cambiamento culturale, questo, che in Italia non era scontato. Il nostro sistema di welfare era poggiato sulla protezione e sull’aspetto risarcitorio, ma il movimento associativo era pronto e maturo per cercare il cambiamento; oggi, subito dopo la Carta Costituzionale c’è la Convenzione ONU per rivendicare i diritti umani».
Il Presidente della FISH ha quindi sottolineato l’importante differenza tra il programma di azione e il piano di azione: le riforme non possono essere fatte a costo zero e il problema è che ad un programma di azione deve seguire un piano d’azione, stanziando le risorse opportune. «Purtroppo – ha concluso – durante la pandemia il  welfare risarcitorio ha fatto sentire tutto il suo limite e il Terzo Settore ha dovuto far fronte alle necessità delle persone con disabilità, sostituendosi in molti casi alle Istituzioni».

Il tema del welfare è stato ripreso da Giampiero Griffo, che lo ha approfondito sia a livello di organizzazione mondiale, citando DPI (Disabled Peopoles’ International), sia di Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, organismi di cui è parte attiva.
«Durante il periodo della pandemia – ha dichiarato – la stessa Commissaria Europea che si occupa di disabilità ha affermato che le persone con disabilità hanno subito un carico spropositato e ha condannato come violazione dei diritti umani la scelta del triage adottato, ovvero dell’esclusione dalle terapie urgenti delle persone anziane e di quelle con disabilità: ma il triage non va fatto sulle categorie di persone, bensì sulle loro condizioni cliniche!».
Griffo ha elencato quindi le molte criticità emerse durante la pandemia: i servizi di emergenza poco attenti, l’elevato numero di morti (41%) e addirittura di stupri tra i residenti nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite), la mancanza di interventi domiciliari, ciò che ha demandato il carico alle famiglie, il fallimento della didattica scolastica a distanza, quasi impossibile per molte persone con disabilità intellettive.
Riprendendo infine il concetto del fattore bio-psico-sociale introdotto dalla Convenzione ONU, che è legato ai diritti umani, Griffo ha affermato l’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute prodotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanitàò, attualmente non tiene conto dei fattori culturali e comunque non è legata ai diritti umani.

Altro importante concetto notoriamente introdotto dalla Convenzione ONU è quello dei cosiddetti “accomodamenti ragionevoli”, ovvero tutti quegli adattamenti, procedure personalizzate, modifiche hardware e/o software ecc., che con una spesa non spropositata consentono di abbattere una barriera e dunque di ridurre l’handicap. A tale scopo, la ministra per le Disabilità Erika Stefani ha istituito un gruppo di lavoro per progetti personalizzati a favore delle persone con disabilità, attraverso un budget di progetto che fa utilizzare tutte le risorse possibili per le persone stesso. Su tale tema Griffo ha assicurato che l’Osservatorio ne monitorerà l’iter, facendo in modo che si decida insieme alla persona, o a chi la rappresenta, quali accorgimenti ragionevoli adottare.
«Anche la nostra Federazione – ha dichiarato il presidente della FEDMAN Buzzi – è impegnata fortemente su questi temi e in particolare sta realizzando un portale sugli accomodamenti ragionevoli, lavorando istituzionalmente affinché venga ben definita la figura del disability manager quale punto di riferimento per l’inclusione lavorativa e sociale delle persone con disabilità».

Sono stati poi approfonditi i temi dell’intersezionalità e della doppia discriminazione delle donne con disabilità da Nannerel Fiano, con un intervento sul tema Importanza della Convenzione ONU e le discriminazioni multiple. In particolare la ricercatrice ha illustrato come diverse caratteristiche che si intersecano possano portare a discriminazioni multiple. Per fare qualche esempio, alcuni segmenti di donne presentano rischi di violenza maggiori di altre, tra cui le donne separate, divorziate, giovani e con disabilità.
Di tali problematiche si sta ampiamente occupando anche un gruppo di lavoro composto da donne afferenti alla FISH e, anche alla luce di quanto purtroppo accade quotidianamente, finalmente si stanno dedicando studi approfonditi nel diritto costituzionale e si sta prestando attenzione a livello legislativo ai temi della doppia discriminazione e dell’intersezionalità.

Durante il convegno sono stati trattati anche gli aspetti relativi agli ausili tecnologici, con Antonello Magaletti, Apple Distinguished Educator, Education Business Development Manager di C&C, partner tecnologico del Convegno, che ha mostrato con interessanti video e immagini le possibilità offerte dalla tecnologia pensata per tutti, fin dall’infanzia, e come sia importante la formazione tanto degli alunni/alunne quanto dei docenti, in modo particolare di quelli di sostegno.
Con la competenza nel campo della formazione che lo contraddistingue, Magaletti ha mostrato che tutti i dispositivi Apple hanno tra le impostazioni di accessibilità oltre 150 funzioni che li rendono compensativi e dispensativi, a seconda delle diversità e necessità: vi sono infatti funzioni di voce, ingrandimenti, mobilità, rallentamento e udito, come ausili a disabilità quali la cecità, l’ipovisione, la sordità, la disabilità agli arti superiori, i problemi cognitivi e intellettivi, l’autismo e la dislessia. Purtroppo, durante la didattica a distanza e la didattica digitale integrata, si è perso il 23% degli studenti con disabilità, per motivazioni diverse, come la mancanza di connessione internet, postazioni informatiche scolastiche inadeguate, ma soprattutto la fornitura di dispositivi senza alcuna formazione sull’utilizzo.

A concludere il convegno sono stati gli interventi di Anna Revello e Luca Rossin di Innovability – Reale LAB, partner dell’incontro, insieme all’Associazione Utensilia, che hanno illustrato le iniziative e i progetti continuativi di questa edizione di Abilitando 2021.
Iniziative sia nazionali che internazionali, quelle di Reale LAB sono fondate da quasi duecento anni fonda su principi di innovazione, quali valore del codice etico, sostenibilità e mutualità; e si lavora su numerosi progetti di inclusione, per colmare un gap non solo rispetto alla disabilità, ma anche di lingua e di etnia. Tra alcuni esempi pratici, la formazione e l’inclusione lavorativa di persone rifugiate (alcune presenti in sala durante il convegno). Nonché il Museo di Reale Mutua, mostrato durante la pausa pranzo, totalmente accessibile e gestito da una dipendente con disabilità visiva.
Reale Mutua, inoltre, crede molto anche nella ricerca scientifica: qui Rossin ha specificato in particolare come alcuni progetti studino aspetti della genetica e della medicina predittiva, per poter prevenire le malattie croniche che possono portare a disabilità.

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Legge 104. Prepensionamento caregiver: modalità e requisiti

Fonte www.disabili.com – Con quali forme i caregiver che si occupano di un familiare con disabilità possono uscire dal mondo del lavoro, accedere al prepensionamento e ricevere la pensione?

L’argomento pensioni è tra i temi più spinosi del nostro Paese: mentre si sta licenziando la manovra, e ciclicamente si ri-discute di età pensionabile, requisiti di prepensionamento, lavori usuranti e quant’altro, i cittadini cercano di capire quando riusciranno finalmente a godere della pensione.
A questo proposito, una domanda che spesso ci pongono i lettori è se ci sia la possibilità, visto il carico di lavoro e la assenza di ulteriori tutele, di prepensionamento per il caregiver di una persona con disabilità.

Chiariamo subito che non esiste una specifica norma che preveda il prepensionamento del caregiver, tuttavia, in presenza di determinati requisiti, si può accedere alla pensione anticipata secondo quanto previsto da due misure: l’APE social e la quota 41 per i lavoratori precoci.
In attesa di comprendere se queste misure verranno prorogate e/o modificate dalla riforma delle pensioni o da altri interventi normativi, qui sintetizziamo quanto è previsto al momento in cui pubblichiamo il presente articolo.

COS’È L’APE SOCIAL
L’Anticipo pensionistico previsto dall’acronimo APE Social è una misura sperimentale introdotta dalla legge di bilancio nel 2017 e confermata (finora) fino alla fine del 2021. Qualora in possesso dei requisiti richiesti, l’APE social consiste in una indennità che viene corrisposta al soggetto che ne faccia domanda, per portarlo fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, o della pensione anticipata o di un trattamento conseguito anticipatamente rispetto all’età per la vecchiaia.
L’anticipo pensionistico dell’APE Social si rivolge a lavoratori che abbiano svolto lavori particolarmente usuranti, oppure in condizioni particolarmente difficili, e in possesso di determinati requisiti, primo tra tutti, quello di aver compiuto almeno 63 anni di età e non essere già titolari di pensione diretta in Italia o all’estero.

REQUISITI CAREGIVER PER APE SOCIAL
Tra le varie categorie, possono fare domanda di anticipo pensionistico con APE social anche i caregiver di persone con grave disabilità, che abbiano questi requisiti:
– avere almeno 63 anni
– avere un’anzianità contributiva di almeno 30 anni
– essere caregiver da almeno 6 mesi (dal momento della richiesta)
I requisiti della persona che il caregiver assiste sono: essere il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 104, oppure un parente o un affine di secondo grado convivente qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 70 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Ricordiamo che lo stesso lavoratore con disabilità può accedere all’anticipo pensionistico previsto dall’APE social se in possesso di questi requisiti: avere una riduzione della capacità lavorativa superiore o uguale al 74%, accertata dalle commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, ed essere in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni.
Qui come richiedere APE Social

COS’È QUOTA 41 PRECOCI
La misura denominata Quota 41 precoci è stata istituita nel 2017 per consentire l’uscita anticipata del lavoro a coloro che hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni, e che rientrino in uno dei 5 profili individuati, ovvero: invalido, disoccupato, caregiver, con lavoro gravoso e lavoro usurante.

REQUISITI QUOTA 41 PRECOCI
I primi requisiti per poter accedere a questa uscita anticipata dal lavoro sono:
– 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica
– aver iniziato a lavorare prima dei 19 anni
– aver lavorato per almeno 12 mesi in modo effettivo anche non continuativi 
– in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 (cioè devono trovarsi in quello che viene chiamato sistema misto).
Fermi restando questi requisiti di partenza, come detto, vengono individuate 5 categorie di appartenenza. Rispetto alla categoria dei caregiver, il requisito è di assistere da almeno 6 mesi dal momento della domanda il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 oppure un parente o un affine di secondo grado convivente qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i settanta anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti. 

Riferimenti normativi:

APE Social
legge 232/2016 (legge di bilancio 2017) e DPCM 88/2017

Quota 41 precoci
legge 232/2016 e DPCM 87 del 23 maggio 2017