Cerca

Archivio giornaliero 8 Giugno 2014

Diadmin

Quattro associazioni hanno intrapreso un percorso di confronto. Primo incontro con Giorgia Wurth autrice de “L’accarezzatrice” e Fabrizio Quattrin, presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica, genitori e operatori

Fonte www.superabile.it ROMA – “Siamo quattro associazioni che si occupano di diverse disabilità, ma unite sui temi di affettività, amore e sessualità su cui abbiamo intrapreso un percorso comune di riflessione e discussione”. Così Elena Improta, presidente di Oltre Lo Sguardo Onlus descrive l’iniziativa avviata insieme alle associazioni romane Roda Onlus, Gruppo Asperger e Angsa (Ass. Naz. Genitori Soggetti Autistici). “Vogliamo aprire un tavolo permanente di discussione nel secondo municipio su questo tema, con particolare attenzione ai disabili cognitivi, i più penalizzati quando si parla di affettività e sessualità”. Il percorso per un “Tavolo permanente di discussione sull’assistenza sessuale” nel Secondo municipio di Roma ha preso il via con l’incontro “Riflessioni sull’affettività e sessualità delle persone con disabilità” che si è tenuto nei giorni scorsi nella Sala Cittadina del II Municipio di Roma, dove hanno sede le quattro associazioni.

Tra gli interventi, il presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma Fabrizio Quattrini ha fatto chiarezza sulle differenze con la prostituzione: “L’assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità, sottolinea Quattrini, permette a tutti gli esseri umani di vivere e condividere la propria esperienza erotico-sessuale a prescindere dalle difficoltà riscontrate nell’esperienza di vita, in piena libertà di scelta per se stessi e per l’altro”. L’assistente sessuale – sottolinea il sessuologo – non può essere confuso con l’escort perchè ha una preparazione adeguata e qualificante, e non concentra esclusivamente l’attenzione erotico sessuale sul processo meccanico della risposta sessuale”. “Inoltre promuove attentamente l’educazione sessuo-affettiva, indirizzando al meglio le energie intrappolate nella persona con disabilità, afferma Quattrini, evitando una scarica energetica negativa che altrimenti si tramuterebbe in aggressività”. Quattrini ha anche parlato del primo osservatorio nazionale su assistenza sessuale, promosso dal comitato “Love giver” (http://www.lovegiver.it ) “che sta esaminando vissuti per capire quali persone sono pronte a svolgere la funzione dell’assistente”. Innanzitutto però è necesario “combattere lo stereotipo negativo del sesso degli angeli” e “fare formazione nell’ambito del complesso rapporto con le famiglie, per questo è anche necessario trovare fondi”.

Simona Cherubini psicologa di CulturAutismo, ha evidenziato le necessità di particolare formazione per l’assistenza sessuale in soggetti con sindrome autistica, essendo il sesso una modalità di relazione con altre persone. In particolare l’importanza di “saper aiutare alla conoscenza del proprio corpo”. Giorgia Wurth, autrice del romanzo “L’Accarezzatrice” ha parlato della necessità della figura di assistente sessuale maschile per donne con disabilità, “ne conosco due in Svizzera, una figura ancora poco diffusa, per l’idea assolutamente falsa che ce ne sia meno bisogno e perchè c’è ancora vergogna sul tema”. E’ seguito un dibattito cui hanno partecipato numerosi genitori di persone con disabilità e operatori presenti in sala. Un genitore ha espresso disagio di fronte all’idea della soddisfazione sessuale attraverso l’assistente: “Bisogna che i nostri figli affrontino le difficoltà con cui sono nati, ha detto, anche la castità fa parte della sessualità”. Un operatore ha parlato delle difficoltà di fronte a episodi di masturbazione in classe di ragazzi con disabilità mentale: “Sto lavorando su questo con ragazzi autistici a basso funzionamento”, ha raccontato “dobbiamo anche noi accettare che ci sono diverse forme di soddisfazione sessuale, non per forza quelle che noi consideriamo tali”. (Ludovica Jona)

Diadmin

DISABILITA’: OCCORRE DIALOGO TRA SCUOLA E TERRITORIO PER PROGETTARE UN FUTURO DI PARTECIPAZIONE

Fonte www.disabili.com Il numero delle persone con disabilità è in costante aumento ma dopo la scuola sono relegate ai margini della vita sociale e professionale
Come avevamo evidenziato nei giorni scorsi, secondo una recente indagine del Censis, la percentuale di persone con disabilità è pari al 6,7% della popolazione totale, cioè 4,1 milioni di persone. Tale percentuale è destinata a salire ed entro il 2040 giungerà al 10,7%, 6,7 milioni.
Milioni di persone che, dopo la scuola, sono destinate all’invisibilità.
Nel nostro Paese il soggetto centrale della cura è la famiglia. Essa, fino alla minore età, può contare su una delle poche, se non l’unica, risposta istituzionale alla disabilità, cioè l’inclusione scolastica, che pur con tutti i suoi limiti, rappresenta un’importante o forse l’unica occasione di inclusione sociale.
I NUMERI DELLA SCUOLA – Gli alunni disabili nella scuola statale sono quasi 210 mila. Cosa accade nel tempo nelle situazioni di disabilità intellettiva? Nel caso della sindrome di Down, l’inclusione scolastica nella scuola dell’obbligo supera il 97%, ma tra i 15 e i 24 anni la percentuale scende a poco meno della metà. Più del 93% dei ragazzi con disturbi dello spettro autistico frequenta la scuola, ma il dato scende a circa il 67% tra i 14 e i 20 anni, e arriva a meno del 7% tra chi ha più di 20 anni.

I problemi più significatiti, dunque, nel caso della disabilità cognitiva, emergono con il raggiungimento dell’età adulta. Che è di questi ragazzi una volta compiuto il percorso scolastico? Nulla, restano a casa, con le famiglie.
Ma non si era parlato di progetto di vita?

Dopo l’età scolastica, gli adulti con autismo e con sindrome di Down scompaiono nelle loro case, ed hanno ridottissime opportunità di inserimento sociale e professionale. Nel mondo del lavoro, cioè, l’inclusione è pressoché inesistente. Ha un lavoro solo il 31,4% dei giovani con sindrome di Down, dei quali la maggioranza non ha un contratto di lavoro standard. Nella maggior parte dei casi lavorano in cooperative sociali e in oltre il 70% dei casi non ricevono nessun compenso o ne percepiscono uno minimo. Ancora più grave è la situazione per le persone autistiche: a lavorare è solo il 10% degli over 20.

DELEGA ALLA FAMIGLIA – I disabili adulti rimangono dunque in carico alle famiglie, con sostegni istituzionali limitati, centrati quasi esclusivamente su un carente supporto economico. Poco sviluppata è inoltre la spesa per i servizi, che rappresenta meno del 6% del totale. Alcuni frequentano i centri diurni, molti altri restano a casa ed i genitori impegnano circa 17 ore al giorno nell’assistenza diretta. Nel tempo aumenta il senso di abbandono e cresce lo sconforto delle famiglie, che lamentano di non poter contare sull’aiuto di nessuno, pensando alla prospettiva di vita futura dei propri figli. Se ancora essi si mostrano fiduciosi quando sono in età scolare, le speranze crollano poi drasticamente nel duro impatto con la realtà che li riguarda in età adulta.

BISOGNA FARE QUALCOSA – La scuola è importante, ma non basta. E’ ciò che di buono abbiamo, ma deve preparare al dopo, alla partecipazione attiva, al lavoro, alla massima autonomia possibile. Occorre che quel progetto di vita di cui tanto si parla non rimanga lettera morta negli archivi delle segreterie scolastiche ma diventi concreto programma di sviluppo delle potenzialità, dialogo costante con le risorse del territorio, in un’ottica di integrazione sociale e lavorativa: esperienze sul campo, tirocinio, apprendistato in età scolare? Parliamone, ma facciamo qualcosa!

Diadmin

SMENTITA LA BUFALA DEI “FALSI INVALIDI”

Negli ultimi anni giornali e TV sono stati permeati da “notizie” ad effetto sul fenomeno e sulla consistenza numerica dei cosiddetti “falsi invalidi”, sapientemente alimentate da “dati” ufficiali, da episodi eclatanti (cieco che guida, zoppo che balla, sordo che suona) e da una certa dose di malafede.

“Un invalido su quattro è falso”, “Il 23% degli invalidi è falso”, titoli sparati dopo le dichiarazioni del Presidente INPS Mastrapasqua e supinamente riprese da molti articolisti oltre che da molti parlamentari (tanto da finire agli Atti di Camera e Senato), contribuendo allo stigma e al pregiudizio dei confronti delle persone con disabilità. Dal 2009 al 2013 si è svolta una imponente campagna di controlli che ha interessato oltre 850.000 persone titolari di pensione o indennità di accompagnamento, sono stati quindi controllati circa un terzo degli interessati.

Era il momento di sapere effettivamente, al di là delle dichiarazioni ufficiose ed artefatte, come sono andati effettivamente questi controlli – invocati come ineludibili – e quale beneficio ne abbiano in effetti tratto l’Erario e i Cittadini.

L’ha chiesto con un’interrogazione a risposta scritta Donata Lenzi, capogruppo PD alla Commissione Affari Sociali della Camera. Ha risposto (seduta di Commissione del 29 maggio) il sottosegretario del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Franca Biondelli, (con delega alla famiglia, inclusione e politiche sociali, immigrazione e politiche di integrazione), riportando, pedissequamente, i dati forniti dall’INPS su taluni aspetti, volutamente, lacunosi. Precisa la risposta che sono state effettuate dall’INPS 854.192 verifiche straordinarie. Sono state revocate, per mancata conferma dei requisiti sanitari o assenza a visita medico legale, 67.225 provvidenze. Il che corrisponde al 7,9 per cento delle verifiche. Non il 23, quindi! Né un invalido ogni quattro.

Ma quello stesso dato relativo alle revoche è gonfiato ad arte. Ecco perché.

Vedendo diminuire l’efficacia dei suoi controlli, nel 2011 (Messaggio 16 marzo 2011, n. 6763) l’INPS stabilisce di includere nel Piano straordinario di verifica tutte le persone per le quali è già stata prevista una revisione della loro invalidità. Ad esempio, a molti malati oncologici viene riconosciuta l’indennità di accompagnamento per il periodo in cui seguono cicli di chemioterapia o nella fase di maggiore acuzie, riservando la possibilità di rivedere successivamente l’invalidità e di revocare, per via ordinaria, l’indennità di accompagnamento. Insomma, non sono “falsi invalidi” e ricevono normalmente un sussidio nella fase di maggiore necessità.

La scelta dell’INPS del 2011 offre all’Istituto un bacino di potenziali persone da controllare i cui contorni sono bene definiti e su cui sono più probabili le revoche delle provvidenze economiche che comunque avverrebbero, ma che in questo modo sarebbero attribuibili all’azione dell’INPS e non alla normale routinaria attività delle ASL.

Il disegno è smascherato dalla risposta all’interrogazione: le revoche di provvidenze ai malati oncologici passano dal 3% del 2009 al 33% del 2012! Quel 7,9 per cento di revoche è pertanto al lordo di quanto sarebbe comunque avvenuto per via ordinaria.

Quanto stima di aver ricavato l’INPS da questa gigantesca operazione di controllo? Lo dice la risposta all’interrogazione: 352,7 milioni di euro. Lordi, molto lordi. Infatti, per affrontare questa straordinaria mole di lavoro l’INPS è dovuto ricorrere anche a medici esterni: la spesa dichiarata dal 2009 al 2012 è di 101,2 milioni di euro. Il risparmio è quindi di 251,4 milioni. Ancora lordi, ma che rappresentano un risparmio dell’1,51 per cento della spesa annua per le provvidenze agli invalidi civili (16,6 miliardi secondo il bilancio sociale INPS, un miliardo e mezzo in meno secondo la Corte dei Conti).

Da questo “bottino”, vanno poi detratte le spese per il personale interno (che INPS non dichiara): altri medici, dirigenti, softwaristi, impiegati amministrativi, spese di struttura, spese di spedizione di 850.000 comunicazione.

Stima prudenziale: altri 70 milioni. Il risparmio scende a 181,4 milioni.

Non è finita. Come correttamente ricorda la risposta in Commissione, il risparmio va inteso al lordo del contenzioso. Tradotto: chi si vede revocare la pensione o l’indennità fa ricorso. Nel 45% dei casi l’INPS soccombe in giudizio ed è obbligato a restituire, con gli interessi, il “maltolto” pagandoci pure le spese legali.

Molto prudenzialmente è da ritenere che l’INPS (che oltretutto si serve in larga misura di legali esterni, come “lagnato” dalla Corte dei Conti) perda in questa operazione almeno altri 70 milioni. Il risparmio scende a 111,4 milioni. Questa cifra ridicola rappresenta lo 0,67 per cento della spesa annuale per pensioni e indennità. Per completezza, l’intera spesa 2012 per pensioni e indennità è pari all’1,1 per cento del PIL, una delle percentuali più basse d’Europa (sono dietro di noi solo Malta, Cipro e la Grecia).

A fronte di questi numeri fallimentari, ci sono i disagi patiti dalle persone invalide, spesso convocate a visita nonostante condizioni di salute gravissime, nonché la conseguente dilatazione dei tempi medi necessari per il riconoscimento delle prestazioni. La Corte dei Conti segnala nel suo più recente controllo ispettivo che gli invalidi attendono mediamente 299 giorni dalla data della domanda, i ciechi 338. Peggio ancora va ai sordi: 399 giorni.

“Ci auguriamo che gli organi di informazione ci aiutino a smantellare quello che appare in tutta evidenza un odioso pregiudizio, alimentato per anni. È quasi superfluo invocare il diritto di rettifica. – commenta Vincenzo Falabella, Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap* – Al Parlamento invece caldeggiamo una riflessione profonda: la Legge di stabilità per il 2013 (Legge 228/2012) ha previsto ulteriori 450.000 controlli da effettuarsi entro il 2015. Si fermi questo sperpero e si approfitti per ripensare in modo efficace ed inclusivo a nuovi criteri di accertamento della disabilità.”

*Cui Anffas Onlus aderisce

Per approfondire

Leggi alcune delle nostre news precedenti sul tema cliccando qui e qui

Diadmin

QUANDO LE APP ACCESSIBILI SI RIVELANO UNA BUFALA

Fonte www.west-info.eu – Ogni giorno il mercato propone nuove applicazioni per smartphone e tablet accessibili alle persone con disabilità. Che, tuttavia, alla prova dei fatti funzionano poco e male, a l punto da far pensare che persino tecnici esperti e sviluppatori informatici non rispettino, o non conoscano fino in fondo, le condizioni essenziali per far si che un’applicazione possa essere fruibile anche da utenti con disabilità.

A titolo esemplificativo va segnalato che, contrariamente a quanto sostenuto da più parti, il linguaggio HTML5 non è al momento una tecnologia “accessibility supported”, ossia in grado di garantire l’utilizzo di una app anche da parte di coloro che, per esigenze particolari, hanno bisogno di configurazioni specifiche o delle cosiddette “tecnologie assistive”, necessarie alle persone con disabilità (ad esempio gli screen reader, ovvero i software che leggono gli schermi con voce sintetica).

D’altronde su questo punto la normativa italiana parla chiaro. Il quarto principio delle linee guida WCAG2.0 (Web Content Accessibility Guidelines) ha introdotto, infatti, il concetto di “robustezza della tecnologia” per consentirne lo sviluppo. Caratteristica che al momento il linguaggio HTML5 non ha.

Una verità confermata, durante un recente seminario tenuto presso il Formez, da due dei principali esperti italiani di accessibilità del web: Roberto Scano – presidente dell’IWA (Associazione italiana dei Webmaster) – e Oreste Signore, rappresentante per l’Italia del W3C, il Consorzio internazionale del web.

Ne è emerso che “gli standard per l’accessibilità dell’HTML5 verranno pubblicati dal W3C non prima del prossimo autunno”. Le nuove App già costruite con tale linguaggio di programmazione, quindi, potrebbero risultare problematiche per gli utilizzatori con disabilità. Altro requisito importante, che dovrebbe tenere a mente chi va a produrre una nuova App, è che tra le caratteristiche tecniche appaia con evidenza l’informazione sull’eventuale accessibilità o meno. Banalmente, per evitare di scoprirlo con delusione a posteriori.

Come si testa l’accessibilità di una tecnologia? Esistono diversi strumenti per la validazione oggettiva, ma ciò dovrebbe costituire solo una prima fase. Laddove possibile, il miglior metodo è quello di coinvolgere già nelle fasi di progettazione e di test intermedio le persone con disabilità, invece che a lavoro terminato. È infatti noto che modificare codice software anche se di poco, comporta la necessità di nuovi test complessivi, in quanto le modifiche potrebbero aver generato altri errori prima inesistenti. È evidente che si tratta di un lavoro oneroso e costoso, pertanto spesso il risultato è che… si rinuncia a farlo.