Fonte www.disabili.com – Una legge del 2006 prevede tutela inibitoria e risarcitoria per le persone con disabilità vittime di discriminazioni, ma è stata poco applicata nelle vicende giudiziarie, anche scolastiche.
Spesso i genitori di bambini o ragazzi con disabilità raccontano, soprattutto nelle pagine dei social network, episodi riguardanti i loro figli che nella vita scolastica subiscono micro o macro esclusioni, o anche episodi più o meno gravi di vere e proprie discriminazioni. Si tratta di vicende molto eterogenee, che spaziano dalla routine scolastica alle uscite didattiche, dalle relazioni con i pari a quelle con i docenti, con i dirigenti ecc. e che, naturalmente, turbano profondamente la serenità ed il benessere dei loro figli. Non è raro che riportino anche atteggiamenti di chiusura o di palese ostilità da parte degli altri genitori, soprattutto se la situazione di disabilità vissuta dai loro figli è causa di comportamenti che vengono da essi percepiti come azione di disturbo delle attività scolastiche.
Molte famiglie cercano di informarsi, di capire se i loro figli siano effettivamente vittime di atteggiamenti discriminatori. Per tale ragione, acquisiscono nel tempo maggiori conoscenze, anche di tipo normativo, che comportano una maggiore consapevolezza dei diritti dei loro ragazzi, nella vita scolastica ed extrascolastica. Molti genitori, dunque, riescono oggi a rigettare richieste illecite come la non partecipazione ad una gita o la riduzione del tempo scuola, che inibiscono l’esercizio del diritto alla piena partecipazione alle attività scolastiche. Al tempo stesso, ricorrono spesso ai tribunali amministrativi quando invece non viene tutelato il diritto alla presenza adeguata del docente per le attività di sostegno se le amministrazioni assegnano risorse non sufficienti.
Tuttavia vi è un’importante legge che, benché nata proprio per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni, ha trovato fino ad oggi scarsa applicazione, anche in ambito scolastico. Si tratta della L. n. 67/06, che ha introdotto in Italia un vero e proprio mezzo per ottenere tutela dalle discriminazioni verso le persone disabili. Essa prevede che, se accertata la discriminazione, il giudice possa ordinare il risarcimento del danno subito e la cessazione della discriminazione (se ancora in corso). Può inoltre adottare provvedimenti idonei a rimuovere gli effetti della discriminazione ed ordinare la rimozione delle discriminazioni accertate. Le azioni di discriminazione contro cui è possibile ricorrere sono quella diretta – trattamento meno favorevole per motivi connessi alla disabilità – e quella indiretta – in cui un fatto apparentemente neutro mette una persona con disabilità in posizione di svantaggio. Inoltre, si può reagire anche contro le molestie e contro quei comportamenti posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona o creano un clima di intimidazione ed umiliazione nei suoi confronti.
Questa legge, però, è stata fino ad ora poco usata nei tribunali italiani, come abbiamo avuto modo di ricordare anche in questo nostro articolo. I dati del Centro antidiscriminazione Bomprezzi (CAFB) della Ledha, infatti, evidenziano che i ricorsi basati sulla legge 67 in oltre dieci anni sono stati solo 64. Tra luglio 2015 e giugno 2018 state oltre tremila le segnalazioni arrivate al centralino del CAFB e il 33% di esse ha riguardato proprio la scuola. La prevalenza di segnalazioni relativa al tema dell’inclusione scolastica è dovuta, da una parte, al buon livello di consapevolezza sui propri diritti raggiunto dalle famiglie su questo tema. Dall’altro, dalla presenza di un ampio quadro normativo cogente e vincolante, che ha consentito a numerosi Tribunali di accertare diverse condotte discriminatorie e di condannare i relativi responsabili, spiega l’avvocato L. Abet.
Tuttavia, i processi celebrati in base alla L. 67 sono pochissimi. Si tratta di uno strumento utile ed efficace per il contrasto alle discriminazioni, di cui però non sono state ancora sfruttate tutte le potenzialità. E’ importante, perciò, che le persone con disabilità e le loro famiglie possano conoscerlo e chiederne l’applicazione, qualora ravvisino atteggiamenti e comportamenti discriminatori lesivi verso la propria persona o quella di un loro congiunto, a scuola, nella vita lavorativa e sociale, nelle relazioni pubbliche o nell’esercizio dei diritti di cittadinanza.
Fonte www.vita.it – Nella giornata di ieri si sono tenute le audizioni presso la Prima Commissione del Senato sulla Riforma del Terzo settore. Per la piena realizzazione della Riforma occorre che vengano licenziati i decreti correttivi sulla nuova impresa sociale e il nuovo codice del Terzo settore entro i limiti previsti che sono ripesttivamente il 19 luglio e il 2 agosto. A Roma erano presenti gli esponenti delle realtà più significative del non profit italiano tra cui il Forum del Terzo Settore. La portavoce Claudia Fiaschi ha fatto il punto sullo stato dell’arte dei lavori.
Qual è il bilancio dell’audizione?
Positivo, abbiamo presentato quella che è la piattaforma condivisa sulle modifiche e sulle integrazioni degli emendamenti alla Riforma e al suo correttivo.
Quali sono le vostre principali preoccupazioni?
Innanzitutto abbiamo proposto di creare un’agibilità rispetto agli strumenti di finanza del Terzo settore per tutti gli Enti di Terzo Settore e non solo, com’è oggi, solo per quelli non commerciali. Perché questo consentirebbe di sostenere l’iniziativa sociale di tutti con leve finanziarie diverse per ciascuna realtà. Non ci sono motivi oggettivi per escluderne alcuni. Un’altra richiesta di modifica riguarda l’art. 30 perché non vengano escluse le cooperative sociali ma solo le imprese sociali da tutte le previsioni delle onlus. Oggi infatti rimarrebbero valide per tutte le ex onlus ma non per le onlus di diritto. Vorremmo evitare alcuni effetti che nascerebbero da una potenziale interpretazione restrittiva del codice. E poi la modifica dei criteri previsti nel rapporto tra numero dei lavoratori e degli associati per gli APS. Questo perché così com’è prevista li mette in difficoltà. Infine norme meno vincolanti per determinare i canoni concessori relative ai beni culturali in gestione a soggetti di Terzo Settore e modifiche per ridurre i margini interpretativi delle disposizoni finanziarie della norma 117 che riguarda tutti gli ETS.
Queste sono modifiche. Avete proposto anche delle integrazioni?
Sì, abbiamo chiesto circa l’art. 8, che tratta i limiti alle retribuzioni che le deroghe al rapporto 1 a 8 tra dirigenti e dipendenti, non siano limitate a particolari ambiti di intervento ma anche ad altri fattori, come per esempio competenze particolari. Poi sull’art. 9, che tratta l’evoluzione dei patrimoni degli ETS, siamo preoccupati perché l’attuale testo metterebbe in crisi i buoni rapporti tra alcuni ETS e gli ordini religiosi sulla messa a disposizione di beni e immobili. C’è poi il tema delle risorse delle ETS associative di volontariato e del loro autofinanziamento. Ad oggi è impedito a queste organizzazioni di fare attività di natura commerciale per autofinanziarsi. Vorremmo che queste attività possano essere fatte anche se rimanendo sottoposte a fiscalità ordinaria.
I decreti correttivi sulla nuova impresa sociale e il nuovo codice del Terzo settore dovranno essere licenziati obbligatoriamente entro rispettivamente il 19 luglio e il 2 agosto. Avete chiesto delle proroghe?
No, le date di riferimento rimangono quelle. L’unica proroga che abbiamo chiesto è quella per la modifica degli statuti. È secondo noi importante e utile dare qualche mese in più agli enti per poter convocare le assemblee statutarie.
Sono tempi molto stretti però, siete preoccupati?
Sì si tratta di tempi contingentati. Ma come abbiamo detto in audizione siamo convinti che il tempo a disposizione sia abbastanza per andare a correggere il decreto, trovare le opportune convergenze con le Regioni e a chiudere i lavori nei termini mettendo in sicurezza le attività delle ETS e dei Csv.
Attualmente manca ancora il nome del Sottosegretario. È stata materia di confronto in audizione?
No, non se ne è parlato e al momento non si è fatto alcun nome. Non ci sono ancora deleghe specifiche. Siamo in attesa
Che tipo di feedback avete dal Governo?
La collaborazione con i parlamentari di Lega e M5S nelle Commissioni sta andando bene. C’è grande attenzione e collaborazione. Il dialogo è ottimo e abbiamo sempre riscontrato grande disponibilità. Siamo molto fiduciosi
Fonte www.superando.it – «Le donne con disabilità intellettiva che hanno raggiunto buoni livelli di autonomia personale – scrive Simona Lancioni, che ha curato la versione in “linguaggio facile da leggere” del “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea” – sono in genere circondate da persone che hanno creduto e investito nelle loro potenzialità. Il “Secondo Manifesto” è un invito a credere e investire anche nella loro emancipazione, perché solo imparando a pensare a queste ultime come a donne libere e adulte, potremo dare loro l’opportunità di diventare tali».
Dopo la traduzione in lingua italiana, realizzata nel 2017 da chi scrive insieme a Mara Ruele, arriva la versione facile da leggere del Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea, il noto documento approvato nel 2011 dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità. Non vi è infatti alcun dubbio circa il fatto che un documento del genere dovesse essere reso accessibile anche alle persone – e in particolare alle ragazze e alle donne – con disabilità intellettiva. Prova ne sia che nello stesso, tra le altre cose, si può leggere la seguente indicazione: «I documenti relativi alle donne ed alle ragazze con disabilità ed ai loro diritti devono essere comprensibili e disponibili nelle lingue locali, nella lingua dei segni, in Braille, in formati di comunicazione aumentativa e alternativa, e in tutti gli altri modi, mezzi e formati di comunicazione accessibili, compresi quelli elettronici» (capitolo 3, paragrafo 3.13).
Le persone con disabilità intellettiva sono molto diverse tra loro, e diversa è anche la capacità di comprendere il linguaggio comune; tuttavia possiamo concordare sul fatto che il linguaggio utilizzato nel Secondo Manifesto non è accessibile per la maggior parte di loro. Gli elementi di complessità sono tantissimi.
Per una persona con disabilità intellettiva, ad esempio, settanta pagine di testo sono davvero troppe. La circostanza che il testo sia giustificato da entrambi i lati rende irregolare la spaziatura tra le parole, una caratteristica che ad alcune persone rende la lettura faticosa. Inoltre in esso è possibile trovare periodi lunghi, incisi e subordinate, numerose parole difficili e molti altri elementi che possono creare problemi a chi trova difficile leggere il linguaggio comune. Pertanto, l’unica strada per rendere accessibile il Secondo Manifesto è stata quello di semplificarlo in qualche modo.
Per procedere in tal senso, chi scrive ha utilizzato il manuale Informazioni per tutti. Linee guida europee per rendere l’informazione facile da leggere e da capire per tutti, pubblicato da Inclusion Europe in collaborazione con l’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), testo che si basa sui risultati del Progetto Percorsi di educazione permanente per persone con disabilità intellettiva, realizzato nel periodo 2007-2009.
Ma in concreto, cosa vuol dire semplificare? Non vuol dire – come qualcuno poco addentro in tali questioni potrebbe pensare – distinguere tra temi “adatti” alle persone con disabilità intellettiva, e temi “non adatti” per loro. Non ci sono temi “non adatti” alle persone con disabilità intellettiva adulte. Si tratta piuttosto di lavorare per abbassare l’asticella del linguaggio, stando bene attenti a tenere più alta possibile quella dei contenuti. Poi è ovvio che qualche persona recepirà tutto, qualche altra recepirà solo alcune cose, altre ancora non recepiranno nessun contenuto. Ma non è questo il punto. Il punto è che una persona adulta è una persona adulta, anche se ha una disabilità intellettiva, e da adulta va trattata. La qual cosa implica che si debba fare tutto ciò che è in nostro potere per mettere questa persona in condizione di accedere a qualsiasi tipo di informazione, senza una selezione preventiva, che sarebbe inevitabilmente discrezionale e potenzialmente discriminante.
La stessa Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/09) stabilisce che alle persone con disabilità debba essere garantito l’accesso all’informazione e alla comunicazione su base di uguaglianza con le altre persone (articolo 9), senza distinguere tra persone con diversi tipi di disabilità, né, tanto meno, tra diversi contenuti.
Pertanto, semplificare, nel nostro caso, ha semplicemente voluto dire che – non potendo scrivere un documento troppo lungo (perché la lunghezza è solitamente un fattore di inaccessibilità per le persone con disabilità intellettiva) – abbiamo dovuto distinguere tra temi portanti e temi secondari dell’opera, dando più spazio ai primi e meno ai secondi. Il tutto utilizzando un linguaggio il più semplice possibile, e cercando di mantenere inalterato il senso complessivo e lo spirito del documento originale.
Applicando questi criteri, dunque, è stata realizzata una prima bozza, supervisionata dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), che ha proposto diverse modifiche formali (tutte accolte), e che, a sua volta, l’ha sottoposta alla verifica di sette donne con sindrome di Down.
Dall’Associazione ci è stato riferito che le donne coinvolte hanno apprezzato il fatto di leggere un documento che le riguardasse, e che la lettura è stata occasione di confronto al loro interno. Il loro contributo è stato fondamentale per testare e migliorare l’accessibilità del testo.
A queste donne, e alle operatrici che le hanno supportate, va un caloroso ringraziamento. Un grazie particolare, inoltre, va ad Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’AIPD, per l’aiuto concreto e la disponibilità a fare da tramite con le donne che hanno collaborato alla verifica.
L’AIPD, è opportuno ricordarlo, è una delle Associazioni impegnate nel settore della disabilità che hanno ratificato il Secondo Manifesto.
Moltissime persone con disabilità intellettiva, formate all’autonomia e adeguatamente supportate, riescono a raggiungere importanti risultati nello studio, nel lavoro e nell’integrazione sociale. In alcuni casi riescono anche a formarsi una famiglia propria e ad avere figli e figlie.
Le donne con disabilità intellettiva – essendo esposte alla discriminazione multipla ingenerata dall’essere simultaneamente donne e persone con disabilità – incontrano maggiori ostacoli nei loro percorsi di autonomia e di emancipazione. Uno degli aspetti maggiormente penalizzanti per le persone con disabilità intellettiva, rispetto alle persone con altri tipi di disabilità, è il limitatissimo accesso alle informazioni. Esistono pregevoli progetti realizzati con l’impiego del linguaggio facile da leggere, progetti portati avanti per lo più per iniziativa di soggetti di Terzo Settore, ma siamo ben lontani dall’avere un servizio pubblico che garantisca a queste persone un accesso indiscriminato all’informazione.
In questo contesto, la versione facile da leggere del Secondo Manifesto mira a mettere a disposizione delle donne e delle ragazze con disabilità intellettiva informazioni alle quali ben difficilmente avrebbero acceso attraverso altri canali, e a fornire loro alcuni elementi utili ad acquisire una maggiore consapevolezza di se stesse e dei propri diritti.
Se osserviamo con attenzione le donne con disabilità intellettiva che hanno raggiunto buoni livelli di autonomia personale, e confrontiamo i loro percorsi, scopriamo che esse hanno qualcosa in comune: sono circondate da persone (i genitori, ma non solo) che hanno creduto e investito nelle loro potenzialità.
Ecco, il Secondo Manifesto è un invito a credere e investire nell’emancipazione di tutte le donne con disabilità, anche di quelle con disabilità intellettiva. Poiché solo imparando a pensare anche a queste ultime come a donne libere ed adulte, potremo dare loro l’opportunità di diventare tali.
Per approfondire ulteriormente il tema Donne e disabilità, oltreché fare riferimento al lungo elenco di testi da noi pubblicati, presente a questo link, nella colonnina a destra dell’articolo intitolato Voci di donne ancora sovrastate, se non zittite, si può anche accedere al sito di Informare un’h, alle Sezioni dedicate rispettivamente ai temi: Tutto sul Secondo Manifesto Europeo sui Diritti delle Donne e Ragazze con Disabilità e Donne con disabilità. Per ulteriori informazioni: info@informareunh.it.