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COME SI SOGNA (E SI AMA) CON UN CROMOSOMA IN PIÙ

Vanityfair.it – Marco è un bel ragazzo. Marco è un atleta. Marco cura molto il suo aspetto. Marco è sicuro di sé e un po’ donnaiolo. Marco vuole riaprire un vecchio cinema e diventare allenatore di nuoto. Marco ha la sindrome di Down, ma questo per lui è solo un dettaglio.

Marco si veste meglio di me, ha un taglio di capelli migliore del mio, nuota più veloce di me. Marco ha anche la sindrome di Down, ma tende a ricordarselo solo quando gli altri glielo ricordano. La sua identità è da un’altra parte: Marco è un atleta, capitano della squadra di nuoto, appassionato di cinema, fratello geloso, maschio vagamente donnaiolo. Quando lo incontro, in un ristorante all’Eur a Roma, insieme a sua sorella Gioia, ho già visto le foto di questo servizio, del quale Marco è protagonista, insieme ai suoi amici, e in qualche modo anche ispiratore e co-creatore. E di persona non è di una virgola diverso o meno sicuro di sé.

La sindrome di Down – causata dalla presenza di 47 cromosomi invece che 46, più precisamente di una terza copia del cromosoma 21, infatti è detta anche trisomia 21 – è una condizione con uno spettro molto ampio di conseguenze. In alcuni casi può causare una disabilità intellettiva grave, che richiede tutto l’aiuto del mondo. Però ci sono persone con la sindrome di Down e che sono diventate politici, musicisti, artisti, imprenditori. Persone come Marco Marzocchi, 33 anni e un diploma scientifico tecnologico, che come tutti vogliono avere un posto nella società, certi giorni litigarci, certi giorni essere pigri, certi altri svegliarsi con la voglia di cambiare il mondo. «La sindrome di Down è una condizione genetica democratica, c’è in tutte le razze, a tutte le latitudini». Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’Associazione italiana persone down, mi fa da guida in cosa è oggi in Italia avere la sindrome di Down (e non essere down, le parole sono importanti, i verbi soprattutto). Fino a pochi decenni fa, in Italia c’erano pochissimi adulti con la sindrome di Down. Negli anni ’40, l’aspettativa di vita era di 12 anni, oggi molte delle complicazioni congenite (cardiache, gastrointestinali, tiroidee) possono essere gestite e l’aspettativa di vita è salita a 62 anni. La conseguenza è che, delle quasi 40 mila persone con questa condizione in Italia, il 60% è composto da adulti. Che si affacciano alla società con necessità, con sogni, con la voglia di esserne parte e il bisogno di essere raccontati in modo diverso. «Almeno la metà di loro ha buone possibilità di inserimento sociale e lavorativo, ma quando la scuola dell’obbligo finisce, lo scenario è ancora troppo confuso». Soltanto il 12% degli adulti lavora, un numero molto più basso di quelli che potrebbero effettivamente farlo. «Fanno gli impiegati, i magazzinieri, gli scaffalisti nelle librerie, e ovunque hanno standard di produttività superiori a quelli medi delle aziende dove lavorano». Karen Gaffney è stata la prima persona con la sindrome di Down a tenere un TED Talk (i TED Talk sono quei discorsi in cui innovatori, filosofi, imprenditori raccontano la propria visione del mondo). Karen ha raccontato il suo primo giorno di scuola. Era il primo non solo per lei, bambina con la sindrome di Down, ma anche per la sua insegnante: «Non sapeva niente della sindrome di Down». L’incontro con l’altro, soprattutto a scuola, non è una passeggiata, ma ce l’hanno fatta: «Lei aveva voglia di insegnare, io avevo voglia di imparare». La maestra si è sposata, si è trasferita in Germania, Karen è andata avanti, è diventata una nuotatrice come Marco (ha attraversato la Manica a nuoto), è andata al college, ha aperto la sua fondazione. Anni dopo, quella maestra le ha scritto: «Sono incinta, aspetto un bambino, avrà la sindrome di Down». Il ginecologo le aveva parlato della possibilità di abortire, ma lei si era ricordata di quella bambina, del suo primo giorno di lavoro, del percorso fatto insieme. E ha portato avanti la gravidanza. «Le nostre vite contano, il nostro domani conta, esiste», dice Karen. La percezione sociale sta cambiando», spiega il dottor Aldo Moretti, direttore scientifico Fondazione Cepim, che lavora alla formazione e all’inserimento delle persone con la sindrome di Down: «Ci sono ancora pregiudizi, ma c’è più conoscenza. Il punto è che essere accettati non basta, molti di quelli che sono diventati adulti lo hanno fatto senza ricevere gli aiuti corretti». Secondo Moretti, il 40% delle persone con la sindrome di Down ha un ritardo abbastanza grave da rendere l’autonomia, parola chiave di questo mondo, quasi impossibile. «Ma gli altri, se educati all’autonomia fin da piccoli, potranno avere un lavoro, andare a vivere da soli, avere una vita affettiva». La malattia geneticamente è la stessa di quarant’anni fa, quando sono state abolite le classi ghetto in Italia, ma stanno cambiando la percezione e le metodologie. «Si dice sempre che a scuola e al lavoro sono precisi, quasi maniacali. Spesso si tende a formarli esasperando questo aspetto, ma è un errore, perché così diventano rigidi nelle loro reazioni, invece la vita è elastica e devono esserlo anche loro. Come per tutti, le loro menti subiscono i condizionamenti dell’ambiente, ma se stimolate hanno capacità di pensiero critico, di ironia e autoironia». Quando chiedo a Karen di spiegarmi come funziona la sua mente, me lo spiega così: «Mi ci vuole più tempo per imparare. A volte mi sforzo di rispondere subito invece di ascoltare davvero. Devo fare più attenzione, è una cosa su cui lavoro costantemente. Il mio apprendimento è sempre visivo», mi scrive. «Se sto studiando un libro di storia, vado su YouTube e cerco un documentario su quel periodo, perché mi aiuta a visualizzare. Se sto leggendo un romanzo, scrivo gli eventi che accadono su una timeline». Karen ha imparato alcune strategie a scuola, altre da sola. È l’evoluzione della metodologia di cui parla Moretti. Come scrive Amy Julia Becker, scrittrice e madre di una bimba con la sindrome di Down: «Senza occhiali molte persone sarebbero considerate disabili, la tecnologia ci permette di vedere quando la biologia ce lo impedisce. E per questi bambini, e per i loro problemi cognitivi, potrebbero esserci nuove soluzioni e diversi approcci didattici. Quella che si chiama disabilità può essere anche definita come una diffidenza che la nostra società non vuole superare». Ogni mente è frutto della sua biologia e degli stimoli che riceve. Marco si illumina quando parla dei viaggi che ha fatto con Gioia e la sua famiglia, della Statua della Libertà e di Atene, che è la sua capitale preferita: «Lì c’è la storia e prima di partire io avevo studiato il greco su YouTube senza dirlo a Gioia, quando siamo arrivati io lo parlavo e lei no». Gioia (che fa la conduttrice e l’attrice) lo porta d’estate a Ibiza, Marco ne apprezza il fuso orario, l’ora ibizenca: «Vuol dire che si va a letto tardi e ci si sveglia tardi, si pranza tardi e si fa tutto tardi». Ma la sorpresa e la scoperta sono sempre in due direzioni, lo vedo da come Gioia ride alle battute del fratello, si fa trascinare dal suo entusiasmo.

È quello che racconta anche Giacomo Mazzariol in Mio fratello rincorre i dinosauri, la storia di quanto quel fratello con la sindrome di Down, Giovanni, gli abbia cambiato e riempito la vita. Dentro c’è la scoperta dei limiti e delle paure di Giovanni, ma anche del talento, delle sorprese, dei gusti, della sua «vita obliqua». Un giorno, Giacomo porta Giovanni a conoscere il suo idolo, il rapper Moreno, e dopo avergli chiesto l’autografo, Giovanni ne firma uno a Moreno: «Pensava fosse uno scambio reciproco». Scrive Giacomo: «La vita con Gio è un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine». Marco parteciperà ai Trisome Games di Firenze a luglio. Dopo, lascerà la squadra, sogna di diventarne allenatore, vorrebbe trovare un lavoro: «Basta che mi pagano, per vivere, per sentirmi indipendente». Si prende cura, talvolta con impazienza, delle amiche Federica e Viola. E trabocca di sogni: vuole prendere in gestione un vecchio cinema di Spinaceto chiuso da anni: «Amo il cinema e non posso vederlo rovinato dai vandali. Io ci farei lavorare i ragazzi con un handicap e i miei amici che non hanno lavoro». Oppure mettere a posto e prendere in gestione la piscina di Tarquinia dove ha imparato a nuotare. Non pronuncia mai la parola Down. Quando lo faccio io, mi risponde: «Detesto le persone che mettono etichette ad altre persone, Down, gay, trans o nero. Le persone sono uguali, cambiano solo i gusti e il carattere». Marco, Giovanni, Karen, Viola, Federica: hanno tanti bisogni e una vita complicata. Hanno dovuto combattere per ogni singola cosa che hanno imparato. E hanno tutti un’esigenza: essere trattati come individui. Se non ne avete ancora incontrato uno, e vi dovesse capitare, vi do un consiglio. Chiedetegli: «Cosa ti piace?». Molto probabilmente, vi sorprenderà.

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DISABILITÀ E INCLUSIONE NELLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

Superando.it – «La tematica della Disabilità e Sviluppo è entrata a pieno titolo nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, approvata alle Nazioni Unite nel settembre dello scorso anno, che promuove lo sviluppo inclusivo e partecipativo attraverso il coordinamento tra gli Stati, le Organizzazioni della Società Civile, nazionali e internazionali, le Istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea, e gli attori territoriali. L’Agenda 2030 rilancia quindi una sfida molto impegnativa nel settore, che richiederà uno sforzo globale e al tempo stesso regionale e locale, oltre che un monitoraggio altrettanto articolato e costante per misurare i progressi. Con la Conferenza del 4 luglio a Firenze, intendiamo valorizzare i successi e le buone pratiche della Cooperazione Italiana, illustrate nella pubblicazione Inclusione, Disabilità, Cooperazione Internazionale. L’esperienza della Cooperazione Italiana 2009-2014. Forte infatti della sua lunga esperienza in materia di disabilità e inclusione, l’Italia è nella condizione di potere esprimere una leadership nel settore, grazie anche alle innovazioni introdotte dalla Legge di Riforma della Cooperazione [Legge 125/14, N.d.R.]».

È stata presentata così la conferenza intitolata Disabilità e inclusione nella cooperazione allo sviluppo, del 4 luglio a Firenze (Via Baldesi, 14, ore 9), tenutasi presso i Centro Didattico dell’Ufficio locale dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, a cura di quest’ultima, della RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo) e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione.

È effettivamente un lungo percorso, quello della Cooperazione Internazionale rivolta alla disabilità, un percorso che permette di constatare, talora sorprendentemente, la posizione di avanguardia del nostro Paese il quale, tra i primi al mondo, ha approvato nel 2013 un Piano d’Azione della Cooperazione Italiana sulla Disabilità, prevedendo – e attuando – varie iniziative nazionali e internazionali. Pochissimi, inoltre, sono anche gli Stati del mondo che hanno finora saputo mappare le iniziative di cooperazione dedicate al tema dell’inclusione delle persone con disabilità.

C’è un protagonista ben preciso, che ha contribuito a ottenere questi risultati, a fianco della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ed è la RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), alleanza strategica avviata nel 2011 da EducAid, dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), da DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ovvero da organizzazioni che si occupano prevalentemente di cooperazione allo sviluppo e da associazioni di persone con disabilità e delle loro famiglie. Insieme, collaborando sin dall’inizio in un Tavolo Tecnico avviato dal Ministero, si sono poste l’obiettivo di realizzare iniziative di informazione, formazione e consulenza in Italia e a livello internazionale, riconoscendo i rispettivi saperi e capacità e valorizzando in tal modo l’esperienza di progetti basati sul rispetto dei diritti umani delle stesse persone con disabilità, in linea con i princìpi della Convenzione ONU.

Ma perché, ci si potrebbe chiedere, è importante dare la maggior visibilità possibile ad azioni come quelle riguardanti la Cooperazione Internazionale dell’Italia nei confronti delle persone con disabilità? «Perché ogni volta che si riesce a rafforzare un’organizzazione nazionale di persone con disabilità – ricorda Giampiero Griffo, presidente della RIDS – si rafforzano i diritti di tutte le persone con disabilità del mondo».

Immagine tratta dalla mostra “Diritti accessibili. La partecipazione delle persone con disabilità per uno sviluppo inclusivo”

Un’altra immagine tratta dalla mostra “Diritti accessibili. La partecipazione delle persone con disabilità per uno sviluppo inclusivo”

Componente del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International), Griffo, lo ricordiamo, è anche il curatore di Inclusione, Disabilità, Cooperazione Internazionale, insieme a Mina Lomuscio del Ministero degli Esteri e Francesca Ortali della RIDS (con la collaborazione di Valentina Pescetti e Maria Elisa Marzotti), e in tal senso sottolinea come «l’Italia fosse già attiva in questo àmbito, ma l’apporto della RIDS, riconosciuta come interlocutore ufficiale dal Ministero, è stato decisamente importante, contribuendo a un sostanziale passo in avanti. E questo è accaduto perché si tratta di una rete quanto mai solida, tra organizzazioni non governative (AIFO ed EducAid) e associazioni di persone con disabilità a livello nazionale (FISH) e internazionale (DPI), la cui collaborazione favorisce riflessione e concretezza su temi quali l’inclusione, la non discriminazione e le pari opportunità, aspetti fondamentali anche per la cooperazione allo sviluppo».

Anche i dati, del resto, parlano chiaro: il 2,68%, infatti, di tutte le risorse stanziate dall’Italia per la Cooperazione Internazionale, va alle persone con disabilità, e si tratta di cifre non certo trascurabili, che in questo settore caratterizzano, come accennato, un ruolo internazionale d’avanguardia per il nostro Paese.

Ad aprire la conferenza del 4 luglio a Firenze sono stati Alfiero Ciampolini del FAIT (Forum Attività Internazionali della Toscana) e Sandra Capuzzi di ANCI Toscana (Associazione Nazionale Comune Italiani), seguiti da Laura Frigenti, che dirige l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, Giampaolo Cantini, responsabile della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il citato Griffo.

La prima parte, poi, dedicata al tema Il Piano d’Azione della Cooperazione Italiana sulla Disabilità e moderata da Cantini, ha previsto gli interventi delle citate Mina Lomuscio (Presentazione della pubblicazione “Inclusione, disabilità, Cooperazione Internazionale. L’esperienza della Cooperazione Italiana 2009-2014”. Prospettive future) e Francesca Ortali (Le attività del Progetto “Cooperare per Includere” Piano di Azione Disabilità) e di Alfredo Ferrante del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Obiettivi e risultati del Programma di Azione Biennale Disabilità del Governo Italiano – Osservatorio Nazionale Disabili).

Si è parlato quindi di Prospettive di collaborazione tra pubblico e privato nel settore della disabilità, nel corso di una sessione moderata da Frigenti, con la partecipazione di Umberto Murazio di Fiat Autonomy Firenze e Antonio Ridolfi di «Mobilità» (La mobilità individuale. Articolo 20 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità), Gianfranco Cattai del Forum Nazionale del Terzo Settore (L’impresa sociale nell’esperienza italiana), Pasqualino Carpensano e Nury Furlan dell’Ufficio di Firenze dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (L’esperienza del Progetto CaféyCaffè in parternariato con il COE Guatemala, in un’ottica di mainstreaming: Quesiti da risolvere e proposte d’inserimento lavorativo) e Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH e Silvia Bongiorno (Giochisport – I parchi giochi accessibili).

A concludere i lavori si svolta la tavola rotonda su Agenda 2030 e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), introdotta e moderata da Simone De Santi del Ministero degli Esteri, alla presenza di Griffo (RIDS il target disabilità a livello internazionale), Ivo Pazzagli di EducAid (La dimensione educativa delle persone con disabilita in cooperazione) e Mario Biggeri dell’Università di Firenze e di ArcoLab (SDGs e disabilità: una riflessione sulle potenzialità e criticità in termini di efficacia dell’aiuto).

In conclusione, che a corredo dell’evento è stata prevista anche un’interessante mostra fotografica, dedicata naturalmente al tema dello stesso, ovvero ai progetti di Cooperazione sulla Disabilità curati dal nostro Paese.

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ANCORA UNA PROVA DEL LEGAME TRA AUTISMO ED EPILESSIA

West-info.eu – Le persone con epilessia, così come i loro figli e fratelli, sono ad alto rischio autismo. A dirlo un nuovo studio, il più grande finora realizzato per esaminare il legame tra i due disturbi e appena pubblicato su Neurology.

“La spiegazione più probabile dei nostri risultati è che esista una connessione fisiopatologica, probabilmente genetica, alcuni comuni meccanismi di influenza di certi equilibri”, hanno detto gli autori della ricerca.

“Ci sono probabilmente diversi fattori che influenzano i processi fondamentali alla base di epilessia e autismo e che portano il paziente a un punto in cui uno o entrambi si sviluppano”, hanno aggiunto.

Inoltre, l’osservazione che fratelli e figli di persone con epilessia hanno una maggiore probabilità di avere l’autismo supporta l’opinione che queste due condizioni hanno una fisiopatologia condivisa.

Queste ultime scoperte sottolineano chiaramente l’importanza della diagnosi precoce di disturbi dello sviluppo neurologico in tutti i bambini con epilessia, nello specifico disturbi legati allo spettro autistico.

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EASY TO READ. ESSERE UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE

Inclusioninternational.org – L’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità (CRPD) sancisce che tutti hanno pari riconoscimento davanti alla legge. L’obiettivo delle Nazioni Unite è  quello aiutare i Paesi a capire che cosa significa, ma spesso capirlo risulta difficile.

Plena Inclusion e Inclusion Europe, entrambi membri di Inclusion International, hanno prodotto delle linee-guida facile da leggere (Easy to Read), in spagnolo e in inglese, per aiutare le persone a capire realmente che cosa significa “essere tutti uguali davanti alla legge” .

È possibile scaricare una copia qui di seguito:

In spagnolo

In inglese

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RIFIUTO D’ATTI D’UFFICIO E LESIONI PERSONALI: NUOVI ORIZZONTI PER I COLLABORATORI SCOLASTICI

La Corte di Cassazione, sez. VI Penale, con sentenza n° 22786/16 depositata il 30 Maggio 2016 ha recentemente confermato una condanna penale per “rifiuto d’atti d’ufficio” e il risarcimento del danno a tre collaboratrici scolastiche, di una scuola dell’infanzia, che si erano rifiutate di prestare assistenza igienica nel cambio del pannolino ad un’alunna con disabilità complessa. Nello specifico la Sentenza ribadisce che i compiti di assistenza per l’igiene personale degli alunni con disabilità sono di competenza dei collaboratori scolastici.

Approfondiamo le ragioni del dibattito apertosi dopo tale pronunciamento riportando, per gentile concessione dell’autore, un interessante contributo dell’Avv. Francesco Marcellino*.

L’articolo di approfondimento può essere scaricato cliccando qui

Per consultare la Sentenza cliccare qui

Per leggere la notizia pubblicata su Superando.it cliccare qui

* consulente Anffas Onlus

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REGNO UNITO. COME AIUTARE LE PERSONE CON SINDROME DELLO SPETTRO AUTISTICO A USARE IL BANCOMAT?

West-info.eu – Per le persone con sindrome dello spettro autistico può essere un problema gestire i risparmi o prelevare contanti col bancomat. Ecco perché è nato, in collaborazione la National Autistic Society, “Money Management”.

Si tratta di un programma online che guida gratuitamente le persone con sindrome dello spettro autistico a usare in modo consapevole le proprie risorse finanziarie.

Il servizio include contenuti informativi, esempi pratici, brevi video e simulazioni su diversi argomenti. Come ad esempio amministrare il proprio budget, creare una password o prelevare denaro in modo sicuro.

Alcuni moduli sono inoltre stampabili, come fossero mini guide, per poter essere sempre tenuti a portata di mano.

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EDUCATORE PROFESSIONALE SOCIO-PEDAGOGICO: LA CAMERA APPROVA LA LEGGE

Vita.it – Con 263 voti a favore, 2 contrari e 134 astenuti (Sinistra Italiana, Forza Italia, MoVimento 5 Stelle), la Camera ha approvato il testo unificato delle proposte di legge “Disciplina delle professioni di educatore professionale socio-pedagogico, educatore professionale socio-sanitario e pedagogista” (C. 2656-3247-A). «Finalmente viene riconosciuto a 150mila educatori e pedagogisti un ruolo adeguato, valorizzato e qualificato», ha detto la relatrice Milena Santerini (Democrazia Solidale-Centro Democratico). Due le sue sottolineature: «il fatto che si riconosca l’importanza dell’educazione e dei compiti educativi dedicati alla cura dello sviluppo della persona e il fatto che questa funzione indispensabile debba essere svolta da persone con una precisa competenza, frutto di una specifica cultura professionale».

La novità principale della legge infatti è che per svolgere la professione di educatore ci vorrà la laurea. La legge inoltre va a definire gli ambiti di intervento nel campo sociale, sanitario e sociosanitario anche in rapporto ad altre figure professionali (nello specifico gli educatori professionali) e disegna una fase transitoria per gli educatori attualmente in servizio, riconoscendo il valore della loro esperienza.

D’ora in poi quindi al posto degli attuali “educatori” (quelli che escono da Scienze dell’educazione e della formazione) e “educatori professionali” (quelli che escono dai corsi collegati alle facoltà di medicina) avremo l’educatore professionale socio-pedagogico (qualifica attribuita a seguito del rilascio del diploma di un corso di laurea della classe di laurea L-19, sotto la facoltà di Scienze dell’educazione e della formazione) e l’educatore professionale socio-sanitario (attribuita a seguito del rilascio del diploma di laurea abilitante di un corso di laurea della classe L/SNT2 delle professioni sanitarie della riabilitazione). Tutto questo era sostanzialmente già definito nei lavori in Commissione, tanto che a marzo sembrava ci fosse la possibilità di approvare la legge per via legislativa, senza passare dall’Aula.

Come sarà la fase transitoria? Chi all’entrata in vigore della legge ha già una laurea della classe L-19 si vedrà attribuita la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico mentre gli educatori senza laurea per i prossimi tre anni potranno completare la loro formazione e avere la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico frequentando un anno di corso intensivo (60 crediti, da svolgersi presso le università, anche tramite la formazione a distanza), a patto di avere uno di questi requisiti: un diploma magistrale rilasciato entro il 2002; lavorare come educatore nelle amministrazioni pubbliche a seguito del superamento di un pubblico concorso; aver svolto l’attività di educatore per non meno di tre anni, anche non continuativi. Gli educatori con contratto a tempo indeterminato che abbiano almeno 50 anni di età e almeno 10 anni di servizio oppure almeno 20 anni di servizio acquisiscono direttamente la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico. Chi ha svolto legittimamente l’attività di educatore per un periodo minimo di dodici mesi, anche non continuativi, documentata, può continuare ad esercitare l’attività di educatore (non c’è quindi obbligo di fare nè la laurea nè il corso intensivo) ma non può avvalersi della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico.

Per Milena Santerini si tratta di una transizione «molto equilibrata». Quanto all’unificazione dei due titoli professionali e dei percorsi formativi, «se ne è discusso, ma per il momento penso che questo sia già un buon traguardo». Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.