Fonte www.personecondisabilita.it – Chi si dovrebbe occupare di attivare l’assistenza educativa e il trasporto per gli studenti con disabilità delle scuole superiori? Le Province, almeno così dice la legge e lo hanno confermato sentenze del TAR e del Consiglio di Stato negli ultimi due anni. Chi deve garantire l’assistenza alla comunicazione per tutti gli alunni con disabilità sensoriale in tutti gli ordini di istruzione? Anche in questo caso le Province. Non c’è mai stato conflitto di attribuzione: nessuno lo contesta, visto che dagli anni Trenta del Novecento lo ha previsto a chiare lettere la normativa.
Problema: con la legge Delrio (n.56/2014) tutte le Province, in attesa di scomparire con la riforma del testo costituzionale, sono diventate “Enti di area vasta”, svuotati di molte delle precedenti competenze, tra cui quelle in ordine al diritto allo studio delle persone con disabilità. Il 5 agosto 2014, in sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni è stato approvato un Protocollo di intenti tra Governo, Regioni, Comuni e Province in cui “Stato e Regioni si impegnano ad avviare gli iter legislativi di rispettiva competenza, al fine di intraprendere tempestivamente il conseguente processo di riordino delle funzioni rientranti nelle materie di loro competenza, favorendo la piena applicazione dei principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione nell’allocazione delle funzioni, assicurando la continuità amministrativa, la semplificazione delle procedure, la razionalizzazione dei soggetti e la riduzione dei costi della pubblica amministrazione”.
L’11 settembre 2014, in una nuova riunione della Conferenza Unificata (che sulla base della legge Delrio avrebbe dovuto svolgersi due mesi prima, se si prescinde dall’attribuzione chiara dei compiti sulle minoranze linguistiche allo Stato) non si è sciolto il nodo sull’eventuale attribuzione da parte delle Regioni delle “altre” funzioni dismesse dalle nuove Province (v. art. 1 c.89 della Delrio) e si è affidato a ogni Regione il compito di decidere in merito, ovvero se lasciarle o meno alle nuove province o trasferirle ad altra competenza.
Cosa succede in Lombardia?
Massimo Sertori, presidente dell’Unione province lombarde (Upl) alla riunione del Direttivo convocata il 22 maggio 2014 aveva affermato, parlando della riforma Delrio: “Abbiamo osteggiato in tutti i modi questo provvedimento che non ha tenuto in alcun conto la specificità del sistema lombardo dove, a differenza di quanto accade in altre Regioni, le Province svolgono oltre 200 tra funzioni e attività. Anche adesso che nostro malgrado la frittata è fatta, non intendiamo comunque abbandonare i cittadini lombardi: per mero senso di responsabilità abbiamo dato a Regione Lombardia la nostra disponibilità ad istituire un Tavolo per vedere insieme quali sono le funzioni che rimangono in capo ai nuovi enti provinciali, quali andranno alla Regione e quali ai Comuni. Speriamo così di poter quantomeno limitare i danni e trovare soluzioni a tutela dei territori, arginando il comunque inevitabile caos istituzionale”.
Frasi pronunciate in presenza di Daniele Nava, sottosegretario della Regione Lombardia alle riforme istituzionali, enti locali e programmazione. Il 28 luglio 2014 in un successivo incontro congiunto tra lo stesso Daniele Nava, e i rappresentanti dei Comuni capoluogo, delle Province, di Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), Upi (Unione delle Province Italiane) e Upl (Unione delle Province Lombarde) sul tema dell’applicazione della riforma Delrio, Massimo Sertori ha dichiarato: “Una volta che sarà riconosciuta alle Regioni la facoltà di decidere autonomamente quali funzioni mantenere in capo alle Province – oltre alle quattro fondamentali fissate dalla legge Delrio – l’intenzione di Regione Lombardia, come condiviso con il presidente Maroni, è di lasciare in via sperimentale alle Province tutte le funzioni attuali, in base al principio di sussidiarietà, efficienza ed economicità, salvo eccezioni su singoli capitoli da valutare caso per caso”.
Sono passati due mesi e ancora non conosciamo le proposte condivise di modifica che Regione Lombardia, Anci e UPL, ovvero il “sistema lombardo delle autonomie” doveva presentare al Governo. Anzi, a giudicare dalle ultime esternazioni del Governatore, Roberto Maroni, sembra che la Regione non voglia assumersi alcuna responsabilità, rimbalzando la patata bollente allo Stato che non dà le risorse.
A proposito dell’argomento trasporto degli studenti con disabilità sollevato da una telespettatrice, il governatore della Lombardia Maroni, intervistato il 25 settembre da Telelombardia, ha osservato infatti come queste spese non siano “in capo alla Regione” e che “l’anno scorso, però, per evitare che ci potessero essere dei disagi agli utenti” la Regione è intervenuta erogando 12 milioni di euro alle Province per organizzare questo servizio. Non eravamo obbligati, ma abbiamo voluto farlo per evitare che certi problemi burocratici ricadessero sui ragazzi con disabilità”. Ha poi aggiunto: “Appena eletti i presidenti delle nuove Province, li convocherò per affrontare subito la situazione”. E ha concluso: “Con i cambiamenti imposti dalla riforma delle Province, temiamo ci sarà ulteriore caos e aspettiamo che, anche in questo caso, il Governo nazionale faccia chiarezza e dica chi si deve occupare della questione. Io non voglio che questa incertezza venga scaricata sugli utenti e non appena verranno eletti i nuovi presidenti delle Province, li convocherò per fare il punto della situazione”.
Dopo l’ultima tornata elettorale del 12 ottobre e l’insediamento delle nuove province lombarde, quanto tempo passerà perché ciò avvenga? Intanto gli alunni e gli studenti con disabilità, a un mese dall’inizio delle lezioni, saranno ancora completamente allo sbando, con tre ore di assistente educativo alla settimana, senza assistenti alla comunicazione, senza trasporto, senza nessun ente che dica: “Mi riguarda”. Stritolati da un rimpallo di competenze non degno di uno paese civile.
Lo ripetiamo: le risorse per educatori e trasporto non sono un costo da gestire con la spending review o da falcidiare con tagli lineari, né una competenza da rimbalzare vergognosamente da un Ente all’altro. Ma una spesa necessaria per soddisfare un diritto incomprimibile, che gli enti pubblici devono mettere in bilancio sulla base dei bisogni effettivi, largamente documentati, programmando in tempo utile gli interventi.
Le famiglie e le scuole devono finalmente sapere chi fa che cosa, chi si occupa dei loro figli e dei loro studenti più in difficoltà.
Fonte www.edscuola.eu – Quest’anno le scuole riceveranno appena 19 milioni di euro per il potenziamento dell’offerta formativa. Lo scorso anno questo “tesoretto”, introdotto nel 1997 con la legge 440 per rafforzare l’autonomia progettuale degli istituti, valeva 78 milioni. Nel 2012 circa 93 milioni, e così a ritroso fino all’anno di inizio delle erogazioni dei fondi, il 1999, quando le risorse a disposizione delle scuole toccavano addirittura quota 345,6 milioni di euro (convertendo in euro la cifra originaria espressa in lire).
Praticamente nel giro di 16 anni il finanziamento alla legge 440 si è di fatto prosciugato. Dimezzati i fondi per l’alternanza scuola-lavoro Una grave perdita per gli istituti visto che stiamo parlando di risorse che vengono spese per far fronte ai diversi bisogni degli alunni con disabilità, per la formazione dei docenti, per programmare interventi contro l’abbandono e la dispersione scolastica, per organizzare l’alternanza scuola-lavoro alle superiori.
Quest’ultima voce è, per così dire, emblematica della situazione: nel 2013 poteva contare su 21 milioni, una cifra più o meno stabile nel tempo. Quest’anno, invece, arriveranno appena 11 milioni (dei 19 milioni totali) e con questi fondi si riuscirà a mala pena a coprire le ore obbligatorie di alternanza negli istituti professionali. E nei tecnici? A queste scuole, per ora, rimane solo la promessa contenuta nel dossier «La Buona Scuola» di Matteo Renzi di un impegno del governo a mettere sul piatto 100 milioni di euro l’anno per rendere obbligatorie 200 ore di alternanza scuola-lavoro nell’ultimo triennio (oggi sono circa 100 ore).
Una promessa non da poco conto, visto il livello attuale di soldi a disposizione degli istituti (l’unica speranza sono le risorse in più che usciranno dalla spending review e verranno inserite in legge di Stabilità).
Pozzo di san Patrizio
Ma come è stato possibile arrivare al quasi azzeramento della legge 440? Perchè negli anni i vari governi hanno sempre utilizzato questi soldi come un “pozzo di san Patrizio” a cui attingere. Diversi gli esempi. Nel 2010 mancavano le risorse per rifinanziare le missioni internazionali o serviva far recuperare ad Anas lo stop al caro pedaggi: si è “pescato” dalla legge 440. Dal 2013 a quest’anno c’è stato un calo di 59 milioni (da 78 a 19 milioni). Beh: 39 milioni sono stati utilizzati per recuperare le posizioni economiche Ata e altri 20 milioni sono serviti per affrontare il problema dei circa 11mila esuberi di addetti alle pulizie delle scuole (ex Lsu). Tutte motivazioni urgenti ma che hanno tolto risorse destinate agli alunni.
«Un peccato – ha commentato Noemi Ranieri della Uil Scuola – perchè gli istituti avevano dimostrato di saper fare buon uso di questi fondi. È chiaro che ora parlare di autonomia e sostegno alla didattica ha sempre meno senso».
Fonte www.vita.it – Il detto popolare “sulla salute non si risparmia” può essere archiviato con buona pace di tutti, forse. Dalla 17° edizione del Rapporto PIT Salute “(Sanità) in cerca di cura”, presentato oggi a Roma dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, emerge con grande evidenza che le difficoltà economiche, i costi crescenti dei servizi sanitari e le difficoltà di accesso spingono i cittadini a rinunciare alle cure e a sacrificare la propria salute.
Su oltre 24mila segnalazioni giunte nel 2013 ai PIT salute nazionale e regionali e alle sedi locali del Tribunale per i diritti del malato, quasi un quarto (23,7%, +5,3% rispetto al 2012) riguarda le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie determinate da liste di attesa (58,3%, -16% sul 2012), peso dei ticket (31,4%, +21%) e dall’intramoenia insostenibile (10,1%, – 5,3%). Dunque, quello che allontana sempre più i cittadini dalle cure e dalla sanità pubblica è il peso dei ticket: obbligati a “sopportare” la lista di attesa si rinuncia all’intramoenia troppo costosa, e il ticket proprio non va giù.
«I cittadini oggi hanno bisogno di un SSN pubblico forte, che offra le risposte giuste al momento giusto e che non aggravi la situazione difficile dei redditi familiari. È un punto di partenza imprescindibile per impostare la cura appropriata per il SSN, che non può essere messa a punto senza il coinvolgimento delle organizzazioni dei cittadini», ha spiegato Tonino Aceti, Coordinatore Nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, «Dobbiamo innanzitutto ridurre i ticket, scongiurare nuovi tagli al Fondo Sanitario Nazionale e governare seriamente i tempi di attesa di tutte le prestazioni sanitarie, e non solo di alcune come accade ora, mettendo nero su bianco un nuovo Piano di Governo dei tempi di attesa, fermo al 2012. E ancora, affrontare l’affanno che ospedali e servizi territoriali stanno vivendo: per questo accanto agli standard ospedalieri, è necessario procedere subito con quelli di personale e definire gli standard nazionali dell’assistenza territoriale, non previsti neanche dal recente Patto per la Salute. Infine, non per ordine di importanza, è fondamentale agire seriamente sui LEA, aggiornandoli dopo 14 anni, oltre che strutturare e implementare un nuovo sistema di monitoraggio che fotografi la reale accessibilità degli stessi per i cittadini.
Non riusciamo a capire come sia possibile che per il Ministero della Salute le regioni stiano migliorando nella capacità di erogare i LEA, mentre aumentano le difficoltà di accesso per cittadini: il sistema di monitoraggio non sembra fotografare la realtà vissuta dalle persone. Per questo chiediamo che i rappresentanti delle Organizzazioni dei cittadini entrino a far parte formalmente del Comitato di verifica dei LEA. La revisione in atto della normativa sui ticket e dei LEA, stando ad indiscrezioni, profila un gioco al ribasso per i diritti dei cittadini. Per questo le misure devono essere oggetto di confronto e consultazione pubblica».
Per leggere l’articolo integrale clicca qui
Fonte www.vita.it – La riforma del Terzo settore scalda i motori: partirà infatti la discussione parlamentare in commissione Affari Sociali alla Camera. Come relatore della Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale (esame C. 2617 Governo) è stato indicata Donata Lenzi del Partito Democratico (qui le sueproposte di legge presentate come primo firmatario) Sono diversi i curricula con esperienze all’interno del mondo non profit fra i membri della XII Commissione di Montecitorio, presieduta da Pierpaolo Vargiu di Scelta Civica. Fra questi: Eugenia Roccella (Nuovo Centrodestra), Ileana Argentin (Partito democratico); Paolo Beni (Partito democratico); Giulia De Vita (Movimento 5 Stelle); Filippo Fossati (Partito democratico).
Nel piani del Governo la discussione in commissione Affari Sociale dovrebbe essere abbastanza spedita e dopo i pareri delle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali, il testo dovrebbe approdare in aula nella prima metà di novembre. Da qui il passaggio in Senato, anche questo con una tempistica relativamente breve. Non ci dovrebbero essere infatti particolari ostacoli. Almeno questo è quello che si augurano Palazzo Chigi e il ministero del Welfare (da dove il sottosegretario Luigi Bobba sta tenendo la regia del lavori). Anche se i rumors parlano di tre possibili scogli: l’apertura o meno del servizio civile agli stranieri (ma su questo punto è attesa a breve una sentenza “definitiva” della Corte di Cassazione); il posizionamento dell’asticella per la remunerazione del capitale investito nelle nuove imprese sociali e i compiti da dare alla nuova struttura di missione che dovrebbe sostituire la vecchia Agenzia per il Terzo settore.
Per approfondire
Leggi qui il commento di Anffas sulla riforma
Leggi l’articolo “Ma cosa intendiamo per terzo settore?” Partito il cammino della riforma”
Fonte www.grusol.it – Era confinato in una sola delle 138 pagine delle (ambiziose e ottimiste) linee guida governative sulla “Buona scuola”. Ma il riferimento, semplice e aperto, alle esigenze degli alunni con disabilità ci era piaciuto; sommersi com’eravamo nel 2012 e 2013 dalle astruse e spesso tra loro contraddittorie direttive e circolari ministeriali sui Bisogni educativi speciali (Bes).
Nel silenzio assordante dell’ultimo anno avevamo sperato, come associazioni di persone con disabilità, che si stesse passando dalle parole ai fatti. Traducendo in azioni le sigle sbocciate nei documenti ministeriali: “GLI”, “PAI”, “PDP” e così via. Che si attivassero percorsi di formazione obbligatoria per tutti i docenti, che ci fosse un impiego diffuso delle nuove tecnologie. E soprattutto progettualità nel predisporre le risorse occorrenti alle necessità assistenziali, educative e didattiche dell’alunno con disabilità. Che, ancor più dei suoi compagni con altri bisogni educativi speciali, ha bisogno di figure di riferimento stabili, non solo preparate nella singola patologia, ma umanamente accoglienti e disposte a fare da “rete” di collegamento tra tutti gli attori dell’inclusione (dirigenti, insegnanti curricolari e di sostegno, figure sanitarie, assistenti ad personam e assistenti di base).
Risultato? Si è fatta formazione, soprattutto per i neo-assunti. Si è avviata e presto conclusa una positiva stagione di formazione in servizio per tutti gli insegnanti che volevano sapere cosa fossero i BES e come lavorare in classi affollate di alunni con disabilità, disturbi dell’attenzione, dell’apprendimento, del comportamento e problematiche linguistiche. Purtroppo, gli insegnanti più demotivati e i meno sensibili al tema, proprio quelli che ne avrebbero più avuto bisogno, sono mancati all’appello.
Ma torniamo alla “Buona scuola “. A pagina 78 si parla della necessità del sostegno specializzato, riconosciuta dalla Commissione collegiale Asl, specificando che all’handicap grave va riconosciuto il rapporto 1:1, all’handicap medio l’1:2 e a quello lieve il rapporto di 1:4. La realtà dei fatti, però, ci racconta una situazione ben diversa . Per farsene un’idea è sufficiente leggere gli articoli che compaiono in questi primi giorni di scuola sui quotidiani, oppure parlare con i nostri genitori, con i docenti, gli educatori e con i funzionari degli Uffici scolastici alle prese con le nomine ancora in corso . Non solo sono in ritardo le nomine, c’è penuria diffusa di insegnanti specializzati. Alla richiesta di sostegno certificata, non solo nella Diagnosi Funzionale ma anche nel PEI (come previsto nell’inattuato art.10,c.5 della Legge 122/2010), è corrisposta solo in pochi casi l’attribuzione di una docenza di sostegno adeguata. Spesso, per dare ad alcuni il sostegno richiesto dalle famiglie con azioni legali e faticosi ricorsi, si è tolto ad altri, che neppure lo sanno e non conoscono i loro diritti.
Eppure, già dalla fine di febbraio scorso si conosceva l’entità del bisogno, rapportato all’incremento delle certificazioni che, nonostante “La scuola in chiaro” e le più raffinate tecnologie informatiche, non vengono rese note al grande pubblico. Nel testo si parla anche di stabilizzazione per gli insegnanti di sostegno, ovvero delle nomine a tempo indeterminato di docenti di sostegno precari previsti dal Piano Carrozza (L.n. 128/2013). E del passaggio dall’organico di fatto all’organico di diritto di un folto manipolo di docenti, già in servizio, iniziato lo scorso anno con 4.447 nomine in ruolo, proseguito questa estate con 13.342 assegnazioni e che dovrà essere completato entro l’anno scolastico 2015/6 con la nomina di altri 8.895 docenti.
Sicuramente, le nomine in ruolo di 26.684 docenti, che porteranno nel 2015/6 l’organico di diritto a poco più di 90mila docenti (su di un totale di 110.216 nell’anno scolastico 2013/4), offriranno più continuità didattica e maggiore stabilità nell’organico di sostegno “anche tra reti di scuole”.
Ci si augura che la scelta di questo canale di assunzione per molti di loro sia libera, convinta e motivata, come in passato lo era per gli insegnanti delle scuole speciali che abbiamo conosciuto e apprezzato, anche quando, all’indomani della Legge 517/1977, la maggior parte di loro è transitata nelle scuole integrate portando in eredità il suo patrimonio di competenze e umanità nella scuola di tutti.
Nelle linee guida “Buona scuola” c’è anche un positivo riferimento alla necessità dell’instaurazione di un “rapporto di fiducia” tra i docenti, le famiglie e i ragazzi. Ma è grave che nel documento non si parli dell’apporto e della corresponsabilizzazione dei docenti curricolari e degli educatori, totalmente ignorati come indispensabili coadiutori della realizzazione del PEI. Occorre che il Ministero si occupi anche di queste figure, indispensabili per la realizzazione del diritto allo studio degli alunni con disabilità.
Le linee guida della “Buona Scuola” ignorano totalmente gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione, nominati dagli Enti locali e necessari per la piena integrazione e la conquista delle autonomie personali e sociali dell’alunno e dello studente con disabilità. Quasi che la competenza della nomina, non ministeriale, ne facesse un corpo “separato” e opzionale del progetto di integrazione. Ignorano anche che altre risorse, come l’abbattimento delle barriere architettoniche e percettive, il trasporto gratuito e la disponibilità di ausili e sussidi tecnologici, concorrono allo stesso scopo.
Le nostre associazioni hanno lanciato un allarme preoccupato sia sui massicci tagli del personale educativo-assistenziale sia sulla mancata erogazione del trasporto, rivolgendo un appello chiedendo al Consiglio regionale lombardo “di adottare tutte le misure e gli adempimenti necessari al fine di garantire, in tempi utili e certi, il diritto allo studio degli alunni con disabilità delle scuole di ogni ordine e grado”.
Una scuola che include chi ha più bisogno si occupa di tutti i bisogni della persona, nessuno escluso!
Fonte www.superando.it – Un invito a tutti i Sindaci, al fine di «avviare, se già non è stato fatto, le attività necessarie per l’adozione nei Comuni dei Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA) e, soprattutto, a sollecitare e impegnare gli organi comunali preposti perché sia assicurata la piena fruibilità degli spazi pubblici da parte di tutti i cittadini». Lo scrive Piero Fassino, presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), in una lettera indirizzata a tutti i Sindaci d’Italia, dopo avere ricordato come «dalle Associazioni di tutela dei diritti delle persone con disabilità riceviamo ripetute segnalazioni sulla mancata adozione, da parte di molti Comuni, dei Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche/PEBA», la cui adozione era stata «prevista dalla Legge 41 del 1986».
«In quanto amministratori locali – precisa poi Fassino – conosciamo bene le difficoltà in cui versano i nostri enti a causa dei pesanti tagli nei trasferimenti subiti negli ultimi anni e sappiamo altrettanto bene che la rigidità del Patto di Stabilità rende difficile, per la gran parte dei Comuni, anche lo stanziamento dei fondi necessari per le manutenzioni ordinarie. Non possiamo però esimerci dall’obbligo di operare fattivamente per una concreta tutela del diritto all’inclusione sociale, alla vita indipendente e all’accessibilità, secondo il principio delle pari opportunità, delle persone con disabilita».
«Ritengo infine importante – conclude il Presidente dell’ANCI – che si dia corso ad un’adeguata e continuativa opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica, nella quale intendo ovviamente impegnare l’ANCI Nazionale, sul tema dell’eliminazione delle barriere architettoniche in quanto ostacoli che impediscono o rendono difficoltosa la piena partecipazione delle persone in situazione di disabilità alle attività economiche e sociali».
Per leggere l’articolo integrale clicca qui
Fonte comunicato stampa Fish* – Il movimento internazionale delle persone con disabilità e delle loro famiglie è sempre stato contrario a tutte le guerre, perché incrementano il numero di persone con disabilità le quali, durante i conflitti, sono quelle che stanno peggio, insieme ai vecchi e ai bambini. Per questo DPI Italia e la FISH aderiscono alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi del 19 ottobre, invitando a parteciparvi tutte le persone con disabilità e le loro associazioni e chiunque voglia vivere in un mondo senza guerre.
Nel mondo sono in corso situazioni di guerra in trentasei Paesi e i conflitti ormai colpiscono quasi esclusivamente le popolazioni civili. Se infatti nella prima guerra mondiale, a fronte di 10.298.699 vittime militari, furono 7.081.074 quelle civili, già nella seconda guerra mondiale il rapporto si era invertito (48.525.113 civili e “solo” 9.564.947 militari). Questo trend è cresciuto negli ultimi anni con l’uso di sofisticate tecnologie belliche, al punto che ormai mentre i morti inermi crescono a dismisura, si contano nell’ordine di poche centinaia o migliaia quelli militari.
Tutto il movimento internazionale delle persone con disabilità e delle loro famiglie è sempre stato contrario a qualsiasi guerra, perché incrementa il numero di persone con disabilità, crea condizioni nelle quali le persone meno tutelate e discriminate sono quelle più soggette a violenze e violazione di diritti umani, perché anche nel momento dell’intervento umanitario di emergenza, ci si dimentica che vi sono persone con esigenze particolari. In poche parole, le persone con disabilità, come i vecchi e i bambini, sono i più colpiti dagli effetti devastanti di una guerra.
Durante la guerra in Kosovo, ad esempio, le persone non autonome venivano abbandonate nelle fughe precipitose. In molti Paesi con conflitti, le persone rinchiuse in istituti – spesso incapaci di rappresentarsi da sole – hanno visto mancar loro progressivamente l’assistenza, la cura e il cibo. E ancora, nei campi profughi completamente inaccessibili, le persone con disabilità sono prigioniere nelle loro tende, non possono andare in bagno, non ricevono diete alimentari speciali a loro necessarie, non hanno alcuna assistenza. Nella recente guerra, infine, che ha coinvolto la Striscia di Gaza, nello Stato di Palestina, le persone con disabilità non potevano fuggire dalle loro case durante i bombardamenti.
A queste condizioni terribili si aggiungono le conseguenze che colpiscono le persone con disabilità nei Paesi che entrano in guerra: infatti, l’attenzione verso le esigenze del conflitto, le risorse economiche ingenti che quest’ultimo ingoia, l’abitudine a un “mondo a due dimensioni”, fatto solo “di chi è con noi e di chi è contro di noi”, produce disattenzione e spesso cancellazione delle azioni e delle politiche necessarie a garantire alle persone con disabilità la lotta all’esclusione sociale, la non discriminazione e la pari opportunità nell’accesso ai diritti.
L’inclusione sociale che le persone con disabilità rivendicano in tutto il mondo, come metodo e obiettivo delle società rispettose dei diritti umani di tutti, richiede un dialogo continuo, la messa a disposizione di strumenti di empowerment e di politiche pubbliche di mainstreaming, il coinvolgimento di tutti gli attori sociali competenti, la messa a disposizione di soluzioni legate alla personalizzazione degli interventi e alla trasformazione degli ambienti di vita e di relazione.
Tutto questo durante la guerra viene messo in secondo piano, a volte totalmente cancellato dalle agende politiche, dai mass media e dalla coscienza della gente comune. Per questo DPI (Disabled Peoples’ International), organizzazione per la tutela dei diritti umani delle persone con disabilità, presente in centoquarantadue Paesi del mondo, e la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap*), hanno deciso di aderire alla Marcia per la Pace Perugia – Assisi del 19 ottobre prossimo, invitando a parteciparvi tutte le persone con disabilità e le loro associazioni e tutti coloro che vogliono vivere in un mondo senza guerre.
Maggiori informazioni sul sito www.perlapace.it
*Cui Anffas Onlus aderisce