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AUTISMO. OLTRE LA METÀ DEL RISCHIO SEMBRA DIPENDERE DA VARIANTI GENETICHE

Fonte www.quotidanosanita.it Maggior parte del rischio di sviluppare l’autismo sembra dipendere da fattori genetici, che dunque supererebbero quelli ambientali. E il 49% di questo rischio è legato a geni comuni, piuttosto che a varianti rare o a mutazioni spontanee.

Ad affermarlo è uno studio*, pubblicato su Nature Genetics, condotto da un gruppo di ricercatori appartenenti al Population-Based-Autism Genetics and Environment Study (PAGES) Consortium. In generale, fino a poco tempo fa sia la genetica che altri fattori, quali quelli ambientali, risultavano essere complici della malattia, anche se il peso di questi fattori e i confini dell’architettura genetica rimanevano vaghi.

I ricercatori hanno effettuato un’analisi a partire dai dati del Registro di salute universale della Svezia, effettuando un confronto su circa 3000 individui, tra cui persone affette da autismo e persone sane, in un ampio studio sulla caratterizzazione del rischio genetico. Inoltre, i ricercatori sono stati in grado di confrontare i risultati con quelli di 1,6 milioni di famiglie svedesi, considerando dati relativi a fratelli gemelli e cugini, ma anche altri fattori quali l’età, l’età del padre al momento della nascita del figlio e la storia psichiatrica dei genitori.

Per leggere l’articolo integrale clicca qui

* Trent Gaugler et al., “Most genetic risk for autism resides with common variation”, Nature Genetics doi:10.1038/ng.3039

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FRAZIONABILITÀ DEI PERMESSI RETRIBUITI EX LEGGE 104/1992

Fonte www.personecondisabilita.it – Chi deve assistere un figlio o un familiare con disabilità sa bene che, talvolta, sono necessari pochi minuti per svolgere alcune incombenze come la prenotazione e il ritiro di esami clinici, l’accompagnamento a scuola e così via.

Chi volesse usufruire dei permessi retribuiti ex art. 33 Legge 104/1992, può anche frazionarli: in mezze giornate, in ore o frazioni di ora. È quanto si legge nel documento redatto dagli avvocati Laura Abet e Giulia Grazioli del Servizio Legale Ledha (qui la versione integrale e in allegato il PDF ottimizzato per la stampa) dopo aver ricevuto varie segnalazioni e richieste di chiarimento al riguardo.

La situazione è disciplinata dagli enti previdenziali con circolari proprie. La possibilità di usufruire dei tre giorni, frazionandoli in ore, è prevista. Ma non è invece esplicitato se sia ammessa la fruizione per “frazioni di ora”. Occorre però sottolineare che la ratio dell’articolo 33 della Legge 104/1992 è quella di eliminare gli ostacoli presenti tra le persone con disabilità e la loro piena integrazione nel mondo del lavoro e inclusione nella società, attraverso la predisposizione precisa di una serie di agevolazioni lavorative per le persone con disabilità stesse e per i familiari che prestano assistenza e che l’andamento delle interpretazioni giurisprudenziali e normative è quello di estendere l’uso delle agevolazioni.

Questo, evidenzia il Servizio Legale Ledha, anche alla luce della legge n. 53 dell’8 marzo 2000 che ha promosso la sperimentazione di azioni positive per la conciliazione sul luogo di lavoro, sensibilizzando in tal senso aziende e parti sociali e prevedendo nuovi sistemi di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro (part time, orario flessibile in entrata e uscita, flessibilità su turni etc etc).

“Per svolgere attività collaterali e di aiuto alle persone, spesso sono sufficienti pochi minuti, o comunque periodi di tempo nettamente inferiori a trenta o sessanta minuti, quindi – concludono gli avvocati Abet e Grazioli – non risulta conforme allo spirito della Legge 104/1992 porre a priori un limite alla fruizione dei permessi retribuiti senza ammettere la fruibilità anche per frazioni di ora”. Inoltre, aggiungono poi i legali non risulta rispettoso del dettato dell’articolo 2 della Convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità che richiama la necessità di far sempre ricorso a quell’accomodamento ragionevole che permette di rispettare gli interessi e i diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari”.

Consulta il testo del parere legale

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COME SI DIVENTA INSEGNANTI SPECIALIZZATI PER IL SOSTEGNO?

Fonte www.disabili.com – Si è spesso parlato dei compiti, delle competenze e della penuria dei docenti di sostegno nella scuola italiana, nonché della precarizzazione che negli ultimi anni ha riguardato questa professione. Qual è però il percorso formativo necessario per accedere ad essa? E’ opportuno sottolineare che oggi il requisito indispensabile per accedere alle selezioni preliminari alla frequenza dei corsi di specializzazione è il possesso dell’abilitazione all’insegnamento e che essi consentono, una volta conseguito il titolo, l’iscrizione negli elenchi aggiuntivi del sostegno solo per la classe di concorso in cui si è abilitati.

Occorre perciò in primo luogo chiarire come si consegue l’abilitazione all’insegnamento, necessaria per l’accesso ai ruoli.

Il Regolamento sulla formazione iniziale dei docenti, DM 249/10, ha definito i nuovi percorsi universitari per acquisire l’abilitazione, a numero programmato e con selezione iniziale: laurea quinquennale, comprensiva di tirocinio per la Scuola dell’Infanzia e Primaria e laurea magistrale seguita da un anno di Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per le Scuole Secondarie. Attualmente, quindi, chi voglia conseguire l’abilitazione all’insegnamento, dovrà frequentare il corso di laurea in Scienza della Formazione Primaria (SFP), se interessato alla scuola dell’Infanzia o Primaria, o frequentare il TFA per le diverse classi di concorso delle scuole secondarie, se in possesso di una laurea specifica e comprensiva dei crediti necessari per l’accesso ad esse.

Permane il valore abilitante del diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/02.

Il docente in possesso di abilitazione può partecipare alle selezioni per accedere ai corsi di specializzazione per il sostegno.

Come si consegue la specializzazione per le attività di sostegno?

Fino a qualche anno fa, in base al D.M. del 26/05/98, era previsto un modulo di 400 ore, aggiuntivo al corso di laurea in SFP ed alle Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS). Il citato DM 249/10 ha poi ridefinito i criteri dei corsi di specializzazione, prevedendo la selezione iniziale, il requisito dell’abilitazione, il numero programmato e l’attivazione affidata ai diversi atenei. Tali criteri sono stati poi indicati nel dettaglio dal D.M. del 30/09/11. Nel 2013, dunque, i diversi atenei hanno attivato corsi di specializzazione per tutti gli ordini, selezionando docenti abilitati in base ai numeri programmati dal D.M. 706/13, attualmente in corso.

Non solo: nel Maggio scorso il D.M. 312/14, con cui è stato attivato il secondo ciclo del TFA, ha autorizzato anche i percorsi formativi per il conseguimento del titolo di specializzazione per altri 6602 docenti in possesso di abilitazione, suddivisi nelle diverse regioni (). Con un successivo avviso, il MIUR ha chiarito che il test preliminare per l’accesso al corso di specializzazione si svolgerà con modalità differenti rispetto a quella del TFA ordinario. I bandi, con le relative modalità di accesso, saranno pubblicati dalle diverse Università.

I docenti in possesso di abilitazione ed interessati al conseguimento della specializzazione per il sostegno dovranno quindi vigilare, in attesa dei bandi da parte degli atenei.

Si ricorda infine che sono ancora aperte le iscrizioni alle selezioni per i corsi di specializzazione del 2013/14 riguardanti le Scuole Secondarie, in Val d’Aosta.

Approfondimenti

Come si accede alla docenza?

http://www.flcgil.it/scuola/precari/come-si-diventa-insegnanti.flc

Specializzazione per il sostegno

http://diventareinsegnanti.orizzontescuola.it/tag/sostegno

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POVERTÀ: IL FORUM TERZO SETTORE* COMMENTA I DATI ISTAT

Cresce in Italia il numero di persone che vivono in povertà relativa e raddoppia – in soli 4 anni – la povertà assoluta che tocca i 6 milioni di persone. “Un quadro sconfortante quello presentato questa mattina dall’ISTAT – dichiara il Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore che si impone alla nostra attenzione per la gravità della situazione, soprattutto nel Mezzogiorno dove l’incidenza della povertà assoluta è salita dal 9,8% al 12,6%, con 303mila famiglie coinvolte.

Siamo molto preoccupati perché senza l’attuazione di politiche adeguate di contrasto e di sostegno alla povertà questi numeri continueranno a crescere drammaticamente.

La povertà, lo sappiamo, genera esclusione sociale e mancanza di dignità. Costi sociali troppo alti di cui il terzo settore da solo, nonostante il suo incessante lavoro volto alla infrastrutturazione sociale, non può farsi carico. Abbiamo già da tempo lanciato con Acli, Caritas ed altre organizzazioni la proposta di introduzione del ‘reddito di inclusione sociale’ per le persone in povertà assoluta e di un piano nazionale strutturato e con risorse adeguate. Il Paese è al collasso ed è necessario che Governo e Istituzioni prendano seriamente in considerazione il problema avviando serie politiche di contrasto alla povertà” conclude il Portavoce Pietro Barbieri.

Per maggiori informazioni e per consultare il report Istat www.istat.it

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MINORI STRANIERI, QUANTI PRESENTANO UNA DISABILITÀ?

Fonte personecondisabilita.it – Viaggiano soli, senza genitori né parenti. I più grandicelli hanno 16, 17 anni. Ma ci sono anche ragazzini di 14 e persino 13 anni seduti nei barconi e nei pescherecci che attraversano il Mediterraneo.

I minori stranieri non accompagnati in arrivo in Italia rappresentano una presenza costante, superiore al 10% dei migranti arrivati via mare. Nel 2013, su un totale di circa 43mila persone, i minori erano 8.336. Di questi, ben 5.232 erano soli. Una tendenza che si sta confermando anche per il 2014: secondo le stime a disposizione, su un totale di circa 59mila migranti (arrivati tra il 1° gennaio e il 22 giugno 2014) i minori non accompagnati erano oltre 6mila.

I Paesi d’origine sono prevalentemente l’Eritrea, la Somalia, l’Egitto e altri Paesi dell’Africa sub-sahariana, la Siria: tutte aree caratterizzate da conflitti, emergenze umanitarie, o situazioni di grave pericolo. In occasione del semestre italiano di presidenza del Consiglio Ue, le più importanti organizzazioni per la tutela dei diritti dei minori migranti (AiBi, Amnesty international, Caritas, Centro Astalli, Cir, Cnca, Cncm, Sant’Egidio, Emergency, Intersos, Save the children Italia, Terre des hommes) si sono mobilitate per porre alcune richieste al Governo e al Parlamento italiano.

Nel loro appello, le associazioni chiedono al Governo italiano di assumere piena e diretta responsabilità sul sistema di prima accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, assicurando condizioni dignitose di ospitalità, standard di qualità omogenei e tali da evitare il sovraffollamento. Come Ledha vogliamo sottoscrivere e rilanciare questo appello di civiltà che ci riguarda tutti. Ma che ci riguarda anche come associazione: non possiamo ignorare il fatto che i minori stranieri che arrivano nel nostro Paese ci siano ragazzi che presentano una qualche forma di disabilità.

“Chi come noi è abituato a indagare ed identificare le violazioni dei diritti umani che subiscono le persone con disabilità, sa benissimo che i conflitti e le emergenze umanitarie sono causa di disabilità”, commenta Luisella Bosisio Fazzi, membro del consiglio direttivo di Ledha. Risulta però impossibile fare un’analisi attenta e articolata del fenomeno. È impossibile sapere quanti siano i minori stranieri non accompagnati (ma anche quelli che viaggiano con le famiglie) che manifestano una qualche forma di disabilità, di quali patologie soffrano e in quali condizioni vengano accolti.

“L’Italia è famosa per l’assenza di dati sui fenomeni sociali. E questo caso non fa eccezione – conclude Luisella Bosisio Fazzi -. E’ pero necessario uno sforzo titanico per intercettare questi ragazzi con l’obiettivo di offrire loro un progetto individuale basato sui bisogni personali fornendo i sostegni necessari al superamento degli ostacoli determinati dalla condizione di disabilità”.

A questo link è possibile leggere il testo completo dell’analisi di Luisella Bosisio Fazzi

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“MENO TAVOLI TECNICI E PIÙ CONCRETEZZA”

Fonte www.superabile.it – È trascorso un anno dalla conferenza nazionale sulla disabilità di Bologna, che doveva dare gambe al Piano d’azione biennale. A metà della strada e del tempo trascorso per l’attuazione del Piano, e ripercorrendo le “140 azioni” che l’allora ministro del Lavoro e delle politiche sociali Enrico Giovannini spronava a “mettere in sequenza e monitorare, individuando le priorità da attuare e non cambiandole in corsa”, abbiamo cercato di capire qual è lo stato dell’arte, cosa si è realizzato in questi 365 giorni e cosa è in fase di realizzazione di quei punti, cosa invece è fermo e perché, quali sono le azioni prioritarie per l’attuale governo.

Ne parliamo con la sottosegretaria alle Politiche sociali, integrazione e famiglia Franca Biondelli, nel ruolo dal 7 maggio 2014 come lei stessa tiene a ricordare. “Il Piano biennale è ben fatto, ma anche molto ambizioso” esordisce Biondelli. Reduce da convegni nei giorni scorsi tenutisi in Sicilia e Calabria con il mondo delle associazioni, afferma la volontà di proseguire a incontrare tutte le organizzazioni che glielo chiedono “per capire meglio le criticità” grazie al continuo confronto. Ed è un risultato la riattivazione dell’Osservatorio nazionale sulla disabilità, che “era fermo”.

Biondelli sintetizza in tre punti le priorità e “le volontà” del governo sul fronte disabilità: innanzitutto snellire la burocrazia, “sburocratizzare, abbreviare i tempi per gli accertamenti e l’ottenimento di accompagnamento e indennità, soprattutto davanti a diagnosi certe”. Seconda priorità, il Fondo nazionale non autosufficienza: “Chiederò al governo un ulteriore sforzo. Del resto si è partiti da zero, dopo il governo Prodi c’è stato un azzeramento del fondo, poi un ripresa si è avuta con Letta e ora un incremento con il governo Renzi. Il Fondo – prosegue – è ora di 350 milioni di euro che non bastano assolutamente. Ci vorrebbero più soldi, ma davvero il governo sta facendo grossi sforzi in un momento di grande difficoltà”.

Biondelli assicura “ l’attenzione del ministro e di tutto il governo” nel “riprendere in mano le fragilità”. E tra queste cita, oltre alle persone disabili e non autosufficienti, le difficoltà che in questi anni hanno gravato sulla famiglia, “costretta a fare da ammortizzatore sociale”, e ricorda che si sta preparando per l’autunno la conferenza nazionale ad essa dedicata.

Ribadisce “l’attenzione particolare di questo governo verso il sociale” come “non c’è stata nell’ultimo decennio”. Terza priorità in merito alla disabilità è il “dopo di noi”: ricorda che “in 12ma Commissione alla Camera si sta andando avanti con un disegno di legge unificato sul tema” e che il dopo di noi rappresenta “una visione sentita e ampia”.

A Bologna un anno fa l’ex ministro Giovannini annunciò lo stanziamento di 12 milioni per favorire l’accesso dei disabili al lavoro nel 2013 e di 22 milioni per il 2014. Che ne è di quell’annuncio?

“Si è fermi”, risponde Biondelli. “Abbiamo preso coscienza della bocciatura dell’Unione europea sull’inserimento lavorativo dei disabili di un anno fa – dice -, noi abbiamo le leggi e poi non le applichiamo. Dobbiamo porre attenzione soprattutto alla pubblica amministrazione”.

Secondo Fish Lazio* che sta per depositare un esposto alla Procura contro la Pa, anche all’interno degli stessi uffici della presidenza del Consiglio dei ministri sembrerebbe che non si sia in regola con le assunzioni delle persone con disabilità: “Dobbiamo cominciare dall’alto”, è il commento della sottosegretaria Biondelli, che conclude: “Dobbiamo fare magari poche cose alla volta ma concretamente e in maniera incisiva, meno tavoli tecnici e più azioni. Se già attuassimo quei tre punti di cui parlavo, sarei non dico felice ma un pochino soddisfatta”.

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IL TERZO SETTORE? ORA NON PUÒ PIÙ VIVERE DI RENDITA

Fonte www.vita.it – Mentre il governo fra il fine settimana e lunedì metterà a punto la versione definitiva della delega di riforma del Terzo Settore, che martedì sarà illustrata alla stampa dal ministro del Welfare Giuliano Poletti, ma che Vita.it è già stata in grado di anticipare ieri (vd qui), vale la pena tirare un primo bilancio e dare uno sguardo sul prossimo orizzonte con il sottosegretario con delega al non profit, Gigi Bobba, uno dei, se non il padre di questa Riforma.

Partiamo dai tempi: quando sarà operativa la nuova legge?

Abbiamo fatto il primo passo nella giusta direzione, il passaggio in Cdm è un trampolino fondamentale. Ora mi auguro che le Camere approvino la delega in tempi brevi, diciamo entro fine anno in modo da mettersi al lavoro con i decreti delegati a inizio 2015 e produrre i primi risultati entro la primavera, mettendo in cima all’agenda, penso all’impresa sociale, i temi su cui il confronto anche parlamentare è già a buon punto. Le materie più complesse, come quella della fiscalità, saranno invece regolamentate più con calma in modo da avere il tempo di completare l’analisi e il confronto. Mi sembra però che al di là dei singoli passaggi il testo uscito dal cdm però segni anche un punto di non ritorno: il non profit diventa un soggetto centrale per la comunità Italia. Mi sbaglio?

Quando Renzi ha detto che il Terzo Settore in realtà è il primo voleva dire che è finita l’epoca in cui questo segmento della società era da considerare come una ruota di scorta, oppure come “quei bravi ragazzi che fanno del bene”. Osservate bene: questo Governo nei suoi primi mesi di lavoro ha messo in cantiere quattro riforme: lavoro, pubblica amministrazione, riforma istituzionale e terzo settore. Ognuna di loro è completa le altre. Il terzo settore diventa protagonista della rinascita e della speranza di questo Paese nell’immaginare un nuovo welfare partecipato e di una nuova economia sociale capace di produrre ricchezza e coesione sociale.

Questo cosa comporta per le organizzazioni?

Per dirlo con uno slogan: che da oggi in poi il Terzo settore non può più vivere di rendita, ma deve mettersi nelle condizioni di proporre nuovi percorsi e nuovi luoghi in cui operare.

*Cui Anffas Onlus aderisce