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PYEONGCHANG 2018: SI AVVICINA L’INIZIO DEI GIOCHI PARALIMPICI INVERNALI

Con l’inaugurazione della Paralympic Countdown Tower, presso il centro di addestramento Icheon del Comitato Paralimpico Coreano, è iniziato ufficialmente il conto alla rovescia che porterà ai dodicesimi Giochi Paralimpici Invernali. Alla cerimonia hanno preso parte il Presidente del Comitato Organizzatore Hee-beom Lee, gli atleti della Nazionale di curling della Corea del Sud e importanti membri delle istituzioni coreane.

“I Giochi Paralimpici rappresentano una celebrazione dello sport e della cultura per tutti – ha dichiarato Hee-beom Lee – il nostro obiettivo è quello di incoraggiare più persone possibili a venire a vedere in azione questi fantastici atleti”.

“Puntiamo a realizzare i Giochi più accessibili di sempre – assicura il Presidente del POCOG – e a educare i coreani agli sport paralimpici, in modo da poter aprire nuovi orizzonti e offrire nuove opportunità a tutti di essere maggiormente coinvolti negli sport paralimpici, prima, durante e dopo i Giochi”.

“Al termine dell’evento lasceremo in eredità alla popolazione spazi all’avanguardia – sottolinea – per permettere alla gente di provare in prima persona il brivido di divertirsi sulla neve e sul ghiaccio, indipendentemente dalla abilità e dall’età”.

“Non vedo l’ora che inizi l’avventura di PyeongChang 2018 – esordisce Andrew Parsons, Presidente dell’International Paralympic Committee – ho avuto modo di visitare i siti di gara di recente e sono entusiasta del lavoro svolto dal comitato organizzatore”. “Vorrei invitare tutti i coreani e gli amanti dello sport di tutto il mondo ad assistere ai Giochi Paralimpici Invernali – osserva Parsons – a sperimentare in prima persona le trasformazioni che un movimento come il nostro può portare in una città, in una Paese e in tutta la società”. “Poi, naturalmente, vorrei dire a tutti di venire perché si tratta di un’occasione unica di vedere in gara i migliori atleti al mondo”.

Le celebrazioni continueranno con le attività della Federazione della Disabilità, una associazione culturale e artistica coreana che organizza a Seoul un festival delle arti. I Giochi Paralimpici Invernali si svolgeranno dal 9 al 18 marzo 2018.

L’Italia è stata la prima Nazione ad aver scelto il suo portabandiera. Si tratta del campione di para ice hockey Florian Planker, vincitore, con la Nazionale Italiana, di una medaglia d’oro e una d’argento ai Campionati Europei, oltre ad aver conquistato una medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Salt Lake City del 2002 nella disciplina dello sci alpino.

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Crescono le adesioni al Manifesto sui diritti delle donne con disabilità

Fonte www.superando.it Solo qualche mese fa avevamo auspicato l’adesione del maggior numero di organizzazioni possibili al “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea” e anche di quelle non strettamente legate al mondo della disabilità: il messaggio sembra stia cominciando a diffondersi, vista la continua crescita di adesioni all’importante documento, la cui traduzione italiana è ora disponibile anche nel sito del Forum Europeo sulla Disabilità, a fianco delle versioni in inglese, francese e spagnolo.

Ci sono due importanti notizie riguardanti il Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea, per il quale, solo qualche mese fa, avevamo auspicato da queste stesse pagine l’adesione del maggior numero di organizzazioni possibili, anche quelle non strettamente legate al mondo della disabilità.
Innanzitutto va segnalato che la traduzione in italiano è ora direttamente scaricabile dal sito dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, attraverso uno specifico link inserito nella sottosezione Altre pubblicazioni, a fianco dei link delle precedenti versioni in inglese, francese e spagnolo.
«Si tratta – come sottolinea Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h di Peccioli (Pisa) e curatrice insieme a Mara Ruele di quella stessa versione italiana – della logica formalizzazione dell’approvazione, da parte dello stesso EDF, della traduzione in lingua italiana, avvenuta nel settembre dello scorso anno. Un’approvazione che ha portato diversi enti italiani ad aderire all’importante documento».

A tal proposito – ed è la seconda notizia – le ultime due adesioni al Secondo Manifesto (in calce riportiamo l’elenco completo e aggiornato) sono arrivate dall’AUS Montecatone (Associazione Utenti Unità Spinale Montecatone) di Imola (Bologna), che ha voluto in questo modo porre in evidenza come la parità di genere sia un’istanza sentita e rivendicata anche dalle stesse persone con disabilità, e dal Dipartimento Politiche di Genere della CGIL di Catania, «un’iniziativa quanto mai apprezzabile – secondo Lancioni – se consideriamo che secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, lavora solo il 35,1% delle donne con limitazioni funzionali, invalidità o cronicità gravi, contro il 52,5% degli uomini nelle stesse condizioni».

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@informareunh.it.

Le organizzazioni che hanno aderito finora al Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea:
° ADV (Associazione Disabili Visivi)
° Associazione Femminile Maschile Plurale, Ravenna
° AUS Montecatone (Associazione Utenti Unità Spinale Montecatone), Imola (Bologna)
° Casa delle donne, Ravenna
° CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità)
° CGIL Catania, Dipartimento Politiche di Genere
° Collagene VI Italia
° FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)
° UDI Catania (Unione Donne in Italia)
° UILDM Nazionale (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare)

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Di fronte al diritto allo studio, non c’è “ragione di bilancio” che tenga!

Fonte www.superando.it «Assistenza alla comunicazione, assistenza “ad personam” e trasporto sono diritti esigibili per i quali tocca ai Comuni far fronte. Quello delle questioni economiche è un tema certamente rilevante, ma va gestito all’interno della dialettica tra istituzioni locali e non può impattare sui diritti degli alunni e degli studenti con disabilità»: a sottolinearlo è la Federazione lombarda LEDHA, dopo una nuova, ulteriore Sentenza, che ha accolto il ricorso dei genitori di una giovane con disabilità, cui il Comune aveva drasticamente ridotte le ore di assistenza educativa a scuola.

«Questa nuova Sentenza ribadisce quello che avevamo già rilevato in diverse occasioni, ovvero che la Legge Regionale della Lombardia ha attribuito ai Comuni l’onere di erogare i servizi di assistenza allo studio, fondamentali per garantire il diritto all’istruzione degli alunni e studenti con disabilità. E questo indipendentemente dai tempi, modi e intensità del supporto economico regionale»: è visibilmente soddisfatta, Laura Abet, avvocato del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), nel commentare la recente Sentenza con cui il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) della Lombardia ha accolto il ricorso dei genitori di una ragazza che frequenta l’ultimo anno del Liceo Linguistico di Mortara (Vigevano), ribadendo quando già sancito da numerosi altri provvedimenti, e cioè che nessuna “ragione di bilancio” può essere invocata per giustificare la riduzione dei servizi deputati a garantire il diritto allo studio.

«Ottimi voti e una grande voglia di studiare, la ragazza – riferiscono dalla LEDHA – è affetta da tetraparesi spastico distonica e per questo motivo ha bisogno di essere seguita, anche a scuola, da un assistente educativo. Il PEI (Piano Educativo Individualizzato) adottato dal GLHO (Gruppo di Lavoro Handicap Operativo) dell’Istituto scolastico frequentato dalla giovane ne aveva indicato il fabbisogno in 28 ore settimanali di assistenza educativa, ma il suo Comune di residenza (Parona, in provincia di Pavia), aveva deciso di assegnarle solo 12 ore, facendo riferimento alle Linee Guida della Regione Lombardia, secondo le quali, di norma, possono essere concesse al massimo 10 ore di assistenza settimanali». E tuttavia, puntualizza Abet, «quelle stesse Linee Guida Regionali affermano, in modo chiaro, che agli studenti con disabilità complessa o in situazione di particolare bisogno è riconosciuto un monte ore aggiuntivo».
«Il TAR – aggiungono dal canto loro gli avvocati Livio Neri e Ilaria Adinolfi, che hanno curato il ricorso – ha confermato che il diritto fondamentale all’istruzione e alla formazione per le persone con disabilità non soggiace alla previsione di tetti massimi di spesa e dev’essere tutelato nella misura e con le forme previste nel PEI di ciascuno studente con disabilità».

«Assistenza alla comunicazione – concludono quindi dalla LEDHA -, assistenza ad personam e trasporto sono diritti esigibili per i quali tocca ai Comuni far fronte. Quello delle questioni economiche è un tema certamente rilevante, ma dev’essere gestito all’interno della dialettica tra istituzioni locali e non può – in nessun caso – impattare sui diritti degli alunni e degli studenti con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it.

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Non autosufficienza: la spesa delle famiglie

Fonte www.superando.it Tra le famiglie che sostengono spese di assistenza legate alla non autosufficienza, solo un quarto è in grado di coprire interamente tali spese, o con il proprio reddito o intaccando i risparmi o ricorrendo all’aiuto di amici e parenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, si tratta di famiglie che devono fare delle rinunce: è questo uno dei dati che emergono dal primo Rapporto dell’Osservatorio sul Bilancio di Welfare delle Famiglie Italiane, recentemente presentato a Roma.

Il 7 novembre scorso è stato presentato a Roma il primo Rapporto dell’Osservatorio sul Bilancio di Welfare delle Famiglie Italiane (il file che lo contiene, tra l’altro, è solo parzialmente accessibile alle persone con disabilità), promosso da MBS Consulting. Lo studio è stato realizzato dalla Società Innovation Team, attraverso la conduzione di due fasi di indagine: una in profondità, che ha coinvolto 302 famiglie, e una estensiva su un campione di 2.007 famiglie.
L’obiettivo della ricerca è stato quello di ricostruire il bilancio di welfare delle famiglie italiane, attraverso la misurazione delle voci di entrata e di uscita riferibili alle seguenti aree:
° Salute: le spese sanitarie dirette delle famiglie e i premi pagati per le assicurazioni contro le malattie e gli infortuni.
° Supporti per il lavoro: i costi di trasporto e ristorazione che i membri della famiglia sostengono per poter lavorare.
° Istruzione: le rette e le spese per i servizi prescolari (asili e scuola materna) e per l’istruzione a tutti i livelli, comprese le spese di trasporto, la mensa, l’acquisto di libri e di altri prodotti per la didattica.
° Assistenza: i servizi e le spese per la cura dei familiari anziani e non autosufficienti, dei figli minori e della casa.
° Cultura e tempo libero: le spese per l’editoria, lo spettacolo e le altre attività culturali, lo sport e la cura del corpo.
° Previdenza e protezione: le polizze pensionistiche e i versamenti individuali volontari nei fondi pensione integrativi, le assicurazioni vita di protezione, le assicurazioni per la casa e la famiglia diverse da quelle per la salute.

Da tale indagine, dunque, emerge che il welfare familiare vale oggi, in Italia, 109,3 miliardi di euro, ovvero il 6,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Di quella cifra, 14,4 miliardi sono destinati all’assistenza, ossia alle spese familiari per la cura residenziale e domiciliare delle persone non autosufficienti, per l’aiuto domestico (colf) e per la cura a domicilio dei bambini (baby sitter).
È proprio sulla spesa assistenziale delle famiglie italiane che in questa sede intendiamo concentrare la nostra attenzione, e in particolare sulla spesa che le famiglie destinano alla cura dei propri componenti non autosufficienti.

Dei 14,4 miliardi del welfare familiare impiegati per la voce assistenza, 7,4 miliardi vengono spesi per le colf (51,4%), 4,9 per la non autosufficienza (34%) e 2,1 per i servizi di baby sitting (14,6%). Tali uscite interessano 2,9 milioni di famiglie, con una spesa media di 4.989 euro. Tuttavia solo il 28,1% (pari a circa 810.000 famiglie) riceve un supporto pubblico, a copertura del 74,5% delle spese. In molti casi, invece (il 42,3%, pari a 1,2 milioni di famiglie), si ricorre all’aiuto di parenti o amici, il cui contributo risulta pari all’82% delle spese sostenute.

L’area assistenziale che viene considerata più critica è quella della non autosufficienza. A tal proposito lo studio in oggetto stima che nel 79% dei casi le famiglie con componenti non autosufficienti internalizzino la funzione di cura, che viene prestata da un altro familiare, senza ricevere alcun aiuto esterno. Tale valore arriva all’87,5% nelle famiglie in condizione di debolezza economica, ma risulta comunque superiore all’80% nelle famiglie di tutte le condizioni economiche, tranne quelle benestanti e agiate.
Esiste, quindi, una correlazione tra la ricchezza familiare e le scelte di cura delle persone non autosufficienti. Nella maggior parte dei casi, la motivazione per cui si rinuncia ai servizi di cura è di natura economica (50,2%). Seguono poi il rifiuto da parte della persona non autosufficiente (22,9%), la non soddisfacente qualità dei servizi (17,6%) e la loro indisponibilità (9,3%). L’inadeguatezza dell’offerta emerge soprattutto al Sud, dove la qualità dei servizi è giudicata non sufficiente nel 35,7% dei casi.

A fronte del 79% di famiglie che prestano direttamente assistenza ai propri componenti non autosufficienti, il 21% ricorrere invece all’acquisto di servizi di cura, per un importo medio di 8.627 euro. In particolare, il servizio più diffuso è quello delle badanti, cui ricorre l’11,5% delle famiglie con persone non autosufficienti, per una spesa media di 10.348 euro. Seguono gli Ausiliari Socio Assistenziali (7,1% delle famiglie, per una spesa media di 5.756 euro) e l’assistenza in strutture residenziali (2,3% delle famiglie, per una spesa media di 8.904 euro).

Le spese di cura per la non autosufficienza incidono significativamente sul bilancio familiare: molto o moltissimo per il 31% delle famiglie che vi ricorrono, abbastanza per il 44,4%, poco o per niente per il restante 25%.
La spesa per l’assistenza, nel 73,9% dei casi, viene sostenuta per intero dalle famiglie, senza poter contare su alcun contributo economico da parte dello Stato. Il 15,3% delle famiglie riceve invece trasferimenti che coprono interamente le spese, mentre il 10,7% può contare su contributi solo parziali.
La percentuale di chi riceve sussidi totali o parziali è maggiore tra le famiglie in condizioni di debolezza economica (42,5%) e si riduce, fino ad annullarsi, all’aumentare dei livelli di benessere. È tuttavia interessante notare che, anche nella fascia della debolezza, la maggioranza delle famiglie (57,5%) sostiene interamente a proprio carico le spese di assistenza ai propri componenti non autosufficienti. Inoltre, non in linea con le attese è il dato per cui solo il 14,6% delle famiglie in condizioni di debolezza economica riceve contributi a totale copertura delle spese di assistenza, a fronte del 27,9% di chi invece può contare su contributi parziali. Ciò risulta di difficile interpretazione, considerando che le famiglie con migliori condizioni economiche (livello economico medio-basso e medio) possono contare sulla copertura totale delle spese, rispettivamente, nel 41,1% e nel 27,5% dei casi. Occorrerebbe quindi un approfondimento capace di fornire un’interpretazione ai dati rilevati.

Complessivamente, tra le famiglie che hanno sostenuto spese di assistenza legate alla non autosufficienza, solo il 23,8% ha potuto coprire interamente tali spese, o con il proprio reddito (14,3%) o intaccando i risparmi (29,1%) o ricorrendo all’aiuto di amici e parenti (56,6%). Nella stragrande maggioranza dei casi, invece (76,2%), le famiglie hanno dovuto fare delle rinunce. In particolare, hanno rinunciato a un maggiore livello di assistenza per la persona non autosufficiente (40,4%) oppure hanno ridotto le spese per la salute (26,4%) o per i consumi alimentari (33,2%).

Responsabile del portale «Condicio.it – Dati e cifre sulla condizione delle persone con disabilità», spazio di comunicazione che è il frutto di un progetto della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e nel quale il presente contributo è già apparso (con il titolo “La spesa delle famiglie per la non autosufficienza”). Viene qui ripreso – con alcuni minimi riadattamenti, alla luce del diverso contenitore – per gentile concessione.

Per ulteriori approfondimenti sui temi trattati nella presente nota, suggeriamo anche la consultazione dei focus presenti nel portale «Condicio.it – Dati e cifre sulla condizione delle persone con disabilità», dedicati rispettivamente al Lavoro di cura e a Colf e badanti.

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La vita indipendente è una sfida che sa di futuro

Fonte www.superando.it «Con questo incontro vogliamo soprattutto rilanciare la riflessione sul diritto alla vita indipendente delle persone con disabilità, che può essere garantito solo con l’impegno delle reti istituzionali, cui devono necessariamente affiancarsi le reti sociali. Alimentare queste reti è un imperativo etico, prima che un obbligo di legge, una sfida importante, che sa di futuro e che va vinta a tutti i costi»: così Alessia Brunetti, presidente dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, presenta il convegno del 13 dicembre a Fano (Pesaro-Urbino), intitolato “Io protagonista del mio domani”

Io protagonista del mio domani, ovvero Il Dopo di Noi Durante Noi. Inclusione lavorativa e vita indipendente nei giovani con disabilità, che sono rispettivamente il titolo e il sottotitolo del convegno pubblico in programma per il 13 dicembre a Fano (Pesaro-Urbino), presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, incontro promosso dall’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, grazie all’impegno del proprio Gruppo Territoriale di Fano, insieme alle altre Associazioni Omphalos (Autismo & Famiglie) e Banca del Gratuito, in collaborazione con il CSV Marche (Centro Servizi per il Volontariato).
L’obiettivo è quello di ragionare insieme ad esperti, famiglie ed enti locali sul tema del “Dopo di Noi Durante Noi”, con particolare riferimento a progetti di inclusione lavorativa e di vita indipendente per giovani con disabilità.

«Le Associazioni coinvolte – si legge nella presentazione dell’iniziativa – conoscono bene le problematiche incontrate da ragazzi e adulti con disabilità, una volta usciti dal mondo della scuola, per entrare nel mondo del lavoro. E quindi, dopo i progetti sull’autonomia e sull’integrazione sviluppati a scuola, quelle persone meritano un inserimento lavorativo che garantisca una vita sociale piena e adeguata alle loro capacità e che consenta loro un percorso di vita da “veri adulti”. Con l’impegno e la collaborazione di tutti, famiglie e istituzioni, occorre fare in modo che la loro presenza sia un punto di forza per la collettività».

Di progetti di autonomia, quindi, sia in àmbito scuola che di lavoro, ma anche del contesto normativo e delle proposte provenienti dalle Istituzioni, si parlerà il 13 dicembre a Fano, con la partecipazione di Marina Bargnesi, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Fano, Alessia Brunetti, presidente dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, Cecilia Marchisio, ricercatrice in Didattica e Pedagogia Speciale dell’Università di Torino, Giovanni Santarelli, dirigente del Servizio Politiche Sociali e Sport della Regione Marche e Riccardo Borini, coordinatore dell’Ambito Territoriale Sociale n. 6 delle Marche (Comune Capofila Fano).

Nata nel 1993 da un gruppo di famiglie, l’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, aderente alla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ha come obiettivo quello di riunire e aiutare chi vive questa condizione, oltreché di contribuire allo studio e all’informazione aggiornata su questa realtà, promuovendo l’inserimento scolastico, lavorativo e sociale delle persone con sindrome X Fragile, che costituisce, va ricordato, una delle cause più diffuse di deficit cognitivo, insieme alla sindrome di Down.
«Siamo molto soddisfatti e grati – dichiara Alessia Brunetti, presidente dell’Associazione – dell’impegno del nostro Gruppo Territoriale Marchigiano, per la realizzazione di questo evento, che rilancia la riflessione sul diritto alla vita indipendente delle persone con disabilità, riconosciuto dalla Convenzione ONU sui Diritti delle stesse. Un diritto che può essere garantito solo con l’impegno delle reti istituzionali, alle quale devono necessariamente affiancarsi le reti sociali. Alimentare queste reti è un imperativo etico, prima che un obbligo di legge. Una sfida importante, che sa di futuro e che va vinta a tutti i costi».

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Stranieri disabili, per la cittadinanza non serve il giuramento. Sentenza della Consulta

Fonte www.superabile.it Storico pronunciamento della Corte costituzionale, che ha definito “discriminatoria” l’imposizione del giuramento per l’acquisizione della cittadinanza italiana, qualora il richiedente sia impedito da una disabilità. La questione era stata posta da un giudice di Modena, che aveva dovuto negare la cittadinanza a una giovane, per via delle norme vigenti.

Per avere la cittadinanza italiana, non serve il giuramento, se chi la chiede ha una disabilità: lo ha detto chiaramente la sentenza della Corte costituzionale n. 258, depositata il 7 dicembre scorso, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 10 della legge n. 91/1992, sulla cittadinanza. In altre parole, “l’imposizione allo straniero disabile del giuramento di fedeltà alla Repubblica come condizione per acquisire la cittadinanza rappresenta una forma di ‘discriminazione’ e di ‘emarginazione sociale’, che ostacola il processo di inserimento del disabile nella società e nella comunità politica italiana. E tale ostacolo – si legge nella sentenza – dev’essere rimosso dalla Repubblica, ai sensi dell’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, per proteggere l’inviolabilità dei diritti fondamentali spettanti anche agli stranieri”. Questo significa che “le norme vigenti sulla cittadinanza sono incostituzionali là dove non esonerano dal giuramento il disabile incapace di soddisfare tale adempimento in ragione di una grave e accertata condizione di disabilità”.

La questione è stata posta dal giudice tutelare del tribunale di Modena, chiamato a decidere sulla richiesta di un amministratore di sostegno, padre di un’aspirante cittadina italiana, di autorizzare la trascrizione del decreto concessivo della cittadinanza in favore della figlia, pur senza il prescritto giuramento di adesione ai valori costituzionali. La figlia, infatti, non era in condizione di prestarlo, a causa di una grave patologia psichica. Il giudice, dichiarando l’impossibilità di esonerare dal giuramento la ragazza a causa delle norme vigenti, ha sollevato questione di legittimità costituzionale delle stesse. E la Corte ha accolto la sua richiesta.

La sentenza fa riferimento alla legge n. 104/92, in base a cui non va garantita solo l’assistenza alla persona con disabilità, ma va anche favorita l’integrazione sociale. Secondo la Corte “questo inserimento, quando siano soddisfatte le altre condizioni previste dalla legge che regola l’acquisizione della cittadinanza, è evidentemente impedito dall’imposizione normativa del giuramento alla persona che, in ragione di patologie psichiche di particolari gravità, sia incapace di prestarlo”. Perciò la sua imposizione può provocare una “forma di emarginazione sociale” che esclude “irragionevolmente” il portatore di gravi disabilità dal godimento della cittadinanza, “intesa quale condizione generale di appartenenza alla comunità nazionale. Può inoltre determinare – aggiunge la Corte – un’ulteriore e possibile forma di emarginazione, anche rispetto ad altri familiari che abbiano conseguito la cittadinanza”. Di qui la dichiarazione di incostituzionalità e la precisazione che “l’esonero dal giuramento deve operare a prescindere dal “tipo” di incapacità giuridicamente rilevante. Ciò che rileva è l’impossibilità materiale di compiere l’atto in ragione di una grave patologia”.

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DISABILITÀ: QUANDO IL PREGIUDIZIO DIVENTA FAKE NEWS

Fonte comunicato stampa Fish* – Dalla Gran Bretagna arriva un esempio di come il pregiudizio verso la disabilità, e forse la malafede politica, possano contribuire alla diffusione di fake news con un potenziale enorme danno per i bersagli di tali manovre.

Giovedì scorso Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro) del Governo May, audito dalla Commissione parlamentare tentava di giustificare il basso tasso di crescita (0,1%) dell’ultimo trimestre con evidenti difficoltà a motivare l’impasse delle politiche economiche dei Tories. E nelle sue dichiarazioni non trovava di meglio che addossare la responsabilità di tale frenata all’immissione nel mercato del lavoro di molti lavoratori con disabilità. Va detto, per comprendere il contesto, che negli ultimi 10 anni specifiche politiche (iniziate ben prima del Governo May) e un ripensamento dei servizi per l’impiego hanno prodotto una occupazione di circa un milione di persone con disabilità.

Il gap è ancora notevole: sono occupati il 47,6 % delle persone con disabilità inglesi (più o meno il doppio di quelli italiani) contro il 79,2% della restante popolazione in età lavorativa, ma proprio in questi giorni è stato lanciato un programma per intervenire anche su questa disparità con l’obiettivo di annullarla entro il 2020. Superfluo dire che questi interventi sono maldigeriti da taluni ambienti pseudoliberisti e la subdola dichiarazione di Hammond, che contestualmente si dice orgoglioso di tali politiche inclusive, ne è la testimonianza.

Ma abbiamo un secondo esempio dal Regno Unito e cioè di come dovrebbero reagire la politica e la società civile a queste dichiarazioni e pregiudizi. Nelle 48 ore successive alle dichiarazioni di Hammond, non c’è stata testata giornalistica che non abbia stigmatizzato la sua infelice uscita, e inoltre ci sono state decine di dichiarazioni di organizzazioni del movimento, smentite di studiosi, con numeri e cifre e soprattutto una presa di distanza di tutte le forze politiche, compresi gli ambienti governativi.

L’affermazione sulla presunta improduttività delle persone con disabilità non solo è da rigettare sotto il profilo etico, ma è dimostratamente un falso, numeri, cifre, storie, trend alla mano.

“Come italiani quelle dichiarazioni, riprovevoli, non ci stupiscono – commenta Vincenzo Falabella, Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – È ancora vivo il ricordo di un ministro dell’economia nostrano che si interrogava provocatoriamente su come l’Italia potesse essere competitiva avendo in carico 3 milioni di persone con disabilità. E mantiene ancora vividi i suoi colori la copertina di uno dei settimanali più diffusi che rappresentava la persona con disabilità come un pinocchio bugiardo. Insomma in quanto a bufale e a pregiudizi nulla abbiamo da insegnare in Europa e Oltremanica. Dagli inglesi invece abbiamo da imparare come si reagisce a tutto ciò.”

*Cui Anffas Onlus aderisce