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Disabilità. Alle Regioni servono più risorse per politiche sociali e non autosufficienze

Fonte www.disabili.com – Dalla audizione in Senato della Conferenza Regioni su sociale e disabilità: “ Dobbiamo rispondere subito alla crescente domanda di servizi sociali e assistenziali dovuti alla pandemia

Si è tenuta il 14 luglio in videoconferenza un’audizione al Senato della Conferenza delle Regioni in materia di disabilità presso la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. La delegazione, guidata da Michele Marone (assessore regione Molise), coordinatore della Commissione politiche sociali nell’ambito della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, ha fatto il punto sulla legge quadro n. 328/2000 e la legge 112/2016 (quella per il “Dopo di noi”, ndr), rispetto a risorse e attività delle Regioni.

LEGGE QUADRO 328/2000 (INTERVENTI E SERVIZI SOCIALI)
Il sistema integrato di interventi e servizi sociali previsti dalla Legge quadro 328 – spiega Marone – vede impegnate le Regioni a rafforzare i diritti di cittadinanza sul territorio, secondo principi di coordinamento e di integrazione tra gli interventi sanitari e dell’istruzione e le politiche attive del lavoro.
Marone ha ricordato le competenze delle Regioni: “Il nuovo Titolo V della Costituzione assume l’assistenza sociale tra le materie di competenza residuale esclusiva delle Regioni, allo Stato va la competenza esclusiva nel determinare i livelli essenziali delle prestazioni. Le Regioni esercitano quindi – spiega Marone – le funzioni di programmazione, coordinamento ed indirizzo degli interventi sociali e definiscono, in apposite leggi, le funzioni trasferite o delegate ai Comuni.

Sono state  poi sottolineate le criticità delle risorse non sufficienti. Così Marone: “Per l’attuazione della legge 328 sono subito mancate le risorse necessarie, evidenziando la contraddizione di non poter garantire i livelli di prestazione richiesti. Basti pensare che si è passati dal miliardo di euro stanziati sul bilancio statale del 2004 ai soli 10 milioni del 2012”.
Continua Marone: “Il decreto legislativo 147 del 2017 ha permesso di superare alcune contraddizioni. Sono state definite le linee guida degli interventi e soprattutto introdotte risorse economiche strutturate. Le Regioni hanno così potuto programmare, adottando uno o più Piani sociali triennali o Piani socio sanitari triennali e una gestione associata dei servizi”.

L’assessore ha fatto poi il punto sul nuovo Piano Nazionale: “Un altro importante traguardo è stato raggiunto con l’adozione del primo Piano Sociale Nazionale che ha visto una graduale introduzione su tutto il territorio nazionale di livelli essenziali di assistenza.
Il Piano è stato finanziato con 276 milioni di euro nel 2018 e 281 dal 2019, successivamente la Legge di Bilancio 2019 ha stanziato ulteriori risorse per il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (FNPS), portandolo a quasi 394 milioni per il 2019. C’è poi il cofinanziamento regionale, che in alcuni casi è più elevato della quota del Fondo Nazionale”.

Si è poi sottolineata la necessità di stanziare nuove risorse. Così Marone: “Permangono comunque differenze territoriali nella spesa sociale e ci sono anche ritardi nell’erogazione delle risorse da parte dello Stato. Queste sperequazioni vanno rimosse al fine di garantire la piena uniformità dei servizi.
E’ ormai evidente che non possa essere più rimandata la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere frutto di confronto e di intesa istituzionale. Non si può fare a meno dell’apporto di Regioni e Autonomie nel garantire i livelli essenziali, che devono essere affiancati dalle necessarie coperture finanziarie.
E’ indispensabile incrementare il Fondo Nazionale delle Politiche Sociali e il Fondo per le non autosufficienze, come la Conferenza delle Regioni ha più volte evidenziato. Dobbiamo rispondere subito alla crescente domanda di servizi sociali e assistenziali dovuti alla pandemia”.

LEGGE 112/2016 SUL DOPO DI NOI
Per quanto riguarda la Legge 112 del 2016, definita “Dopo di noi”, le Regioni forniscono Progetti individuali per le persone con disabilità gravi, promuovendo sul territorio misure di assistenza, cura e protezione ai soggetti privi di sostegno familiare.
Ha ricordato Marone che “Per il “Dopo di noi” sono stati stanziati 90 milioni per il 2016; 38,3 per il 2017 e 56,1 milioni di euro a decorrere dal 2018 (ridotti nel 2018 a 51 milioni per i tagli sul bilancio dello Stato).
Seppur con comportamenti non uniformi, rispetto agli obiettivi regionali, la maggior parte dei fondi sono stati trasferiti agli Ambiti Territoriali Sociali, responsabili della programmazione, e attivati processi di condivisione e di informazione alle famiglie e ai disabili.
Le Regioni, in base al principio della leale collaborazione istituzionale, hanno realizzato il monitoraggio delle attività realizzate e dei progetti finanziati. Nel 2018 il 57% dei beneficiari sono maschi e i tre quarti dei disabili interessati hanno tra i 25 e i 65 anni. Il 6% dei progetti personalizzati ammessi a finanziamento prevedevano una rivalutazione delle condizioni abitative, il 20% l’uscita dal nucleo familiare e il 74% percorsi programmati di accompagnamento verso l’autonomia e l’uscita dal nucleo familiare. Sono il 15% le persone prive di risorse economiche proprie e di entrambi i genitori. Ma la maggioranza non è in grado di assicurare il proprio sostegno, non per ragioni economiche ma per motivi di età e di salute.
La valutazione operativa è sostanzialmente positiva e le stesse risorse rese disponibili dallo Stato nella prima triennalità sono state confermate anche per il prossimo triennio”.

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Forum del terzo settore sul piede di guerra, strutture al collasso, la Calabria dimentica i bisognosi.

Il Forum del Terzo Settore della Calabria, tenuto conto della catastrofica situazione che si è generata per i rimpalli di responsabilità tra Comuni capi ambito e Regione nella applicazione della legge 328 del 2000, non applicata a distanza di 20 anni dalla sua emanazione, proclama lo stato di agitazione generale a difesa e tutela delle persone più povere e fragili della popolazione calabrese.

Riteniamo sia gravemente irresponsabile, oltreché vergognoso, non impegnare tutte le energie possibili per uscire dalla situazione di stallo che si è creata. I minori, gli anziani, le famiglie, i disabili, i poveri patiscono più che mai la colpevole disattenzione di chi dovrebbe farsi carico della loro fragilità e delle loro difficoltà.

 Le strutture socio assistenziali della Calabria nelle quali queste persone vivono sono al collasso, perché attendono da ben 7 mesi che venga loro erogato quanto dovuto per i servizi resi. Ma la loro, è una voce che grida nel deserto di una sensibilità istituzionale che non c’è. Inoltre, questa immorale situazione impoverisce anche una fascia necessaria di lavoratori e lavoratrici del sociale e le loro famiglie.

 Oggi, qualsiasi opzione o riserva rispetto all’applicazione integrale della Delibera Regionale 503, che finalmente dopo anni ed anni di attesa è stata varata, risulta essere un diversivo inaccettabile.

Il Forum del Terzo Settore della Calabria ritiene che non ci sia più tempo per i tentennamenti.

Abbiamo seguito nei precedenti 5 anni, passo dopo passo, l’attuazione della Riforma del Welfare in Calabria. Possiamo testimoniare sulle numerose riunioni fatte con i Comuni, sugli appelli che più e più volte sono stati fatti perché come vuole la legge si facessero carico di ciò che la stessa loro assegna.

 Perfino ANCI Federsanità è stata chiamata, perché potessero giovarsi di un buon supporto.

Come Forum del Terzo Settore in questi ultimi anni abbiamo collaborato con tutte le Istituzioni senza mai tirarci indietro affinché la Riforma, applicata in tutte le regioni d’Italia tranne che in Calabria, potesse finalmente trovare applicazione. Purtroppo, con la D.R. 503 si fa semplicemente il primo passo. Niente di più.

Il tempo per prepararsi ed attuare la riforma c’è stato: ma non tutti i comuni hanno responsabilmente utilizzato tempo e risorse per adeguarsi … anzi, e ne daremo conto, molti fondi non sono stati spesi, restituiti al mittente o accantonati e molti servizi non attuati.

Abbiamo sentito dire che permangono dubbi di natura tecnico-giuridica. Non ci risulta che siano stati posti rapidamente quesiti anche ad altri attori istituzionali per trovare le soluzioni.

Sappiamo che alcuni comuni virtuosi stanno procedendo con celerità e senso di responsabilità per superare lo stallo e pervenire alla firma delle convenzioni.

Riteniamo come Forum del Terzo Settore diffidare i comuni che perseverano nell’attendismo e non avremo remore a sporgere denunce alle procure competenti per mancata tutela delle fasce più fragili della popolazione calabrese.

Non è giustificabile che si parli ancora di abbassamento delle rette. La spesa sociale pro-capite in Calabria è di 31 euro, rispetto alla media nazionale di 120 euro.

Non è giustificabile che chi nasce in Calabria debba usufruire di servizi di gran lunga minori come numero rispetto ad altre aree del paese.

Non è dunque più tollerabile che si dica che occorre ridimensionare la spesa sociale proprio nella regione dove più alto è il tasso di povertà.

È incomprensibile e ingiustificabile che per talune spese (es. vitalizi) si trovino subito i fondi, mentre per il sociale la spesa è bloccata da decenni.

Come Forum del Terzo Settore della Calabria, unico organismo di rappresentanza riconosciuto per legge, vigileremo e intraprenderemo tutte le iniziative che si renderanno necessarie per dare diritti e dignità ai più deboli di questa nostra regione.

Gianni Pensabene Portavoce Terzo Settore Calabria     

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Stop all’isolamento delle persone con disabilità nelle strutture residenziali

Fonte www.superando.it – Come già anticipato nei giorni scorsi, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha inviato una lettera ai Presidenti di tutte le Regioni, per far sì che ogni eventuale situazione di confinamento delle persone con disabilità in strutture residenziali non si protragga ulteriormente. Vi si chiede tra l’altro «di sollecitare un controllo, o laddove necessario una revisione, sulla corretta applicazione delle nuove regole che definiscono le modalità di contatto tra gli ospiti delle strutture delle residenze per persone con disabilità e i loro cari»

Come avevamo anticipato nei giorni scorsi, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha avviato un’interlocuzione con tutti i Presidenti delle Regioni, per far sì che ogni eventuale situazione di confinamento delle persone con disabilità in strutture residenziali non si protragga ulteriormente.
A tal proposito è stata ora resa pubblica la lettera inviata dal Garante agli stessi Presidenti delle Regioni, volta appunto «a sollecitare un controllo, o laddove necessario una revisione, sulla corretta applicazione delle nuove regole che definiscono le modalità di contatto tra gli ospiti delle strutture delle residenze per persone anziane o con disabilità e i loro cari».

«La totale chiusura delle strutture – si legge in una nota diffusa dall’Ufficio del Garante – a seguito delle norme emanate al primo manifestarsi della pandemia, le aveva trasformate in luoghi rientranti nell’àmbito del nostro mandato di vigilanza, in quanto di fatto privativi della libertà: da qui non solo il monitoraggio della diffusione del contagio da Covid-19, ma anche la vigilanza sulle condizioni di ospitalità delle persone e sulle misure adottate per affrontare l’emergenza sanitaria».
Dal Garante viene dunque reso noto che numerose sono state le segnalazioni giunte sul fatto che «ancora oggi, in molte strutture, le persone anziane o con disabilità non hanno la possibilità di incontrare le persone care o di riferimento; in altre tale possibilità è estremamente ridotta e talmente rigida da rendere difficile la significatività dei contatti. E in molti casi, soprattutto per persone con disabilità, l’assenza di relazioni anche gestuali dirette determina una regressione cognitiva con forte rischio di istituzionalizzazione».

Nella lettera inviata ai Presidenti delle Regioni, il Garante ha evidenziato quindi «il rischio che la cosiddetta fase 2 continui a mantenere in queste strutture un sorta di separatezza prolungata che così si trasformerebbe in una ordinarietà caratterizzata dall’isolamento dal mondo esterno e dalla rarefazione degli incontri con le persone care. Ciò può così configurarsi, inoltre, come forma di discriminazione in ordine all’età della persona o al grado di disabilità».

Su tale questione, lo ricordiamo, nei giorni scorsi il Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA – la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) -, aveva preannunciato il possibile ricorso alle vie legali, di fronte alla situazione riguardante la Lombardia, mentre proprio ieri avevamo raccolto sulle nostre pagine la denuncia di Gianfranco Vitale, genitore di una persona con disturbo dello spettro autistico, che tramite il proprio legale aveva inviato una lettera di diffida a una struttura del Piemonte e a tutte le Istituzioni competenti, chiedendo il ripristino immediato dei suoi contatti con il figlio, come avveniva prima dell’emergenza da coronavirus.

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Non confondiamo turismo sostenibile e turismo accessibile

Fonte www.superando.it – «Perché il mondo del turismo – scrive Roberto Vitali – fatica ancora a credere nel turismo accessibile?» «Innanzitutto – sottolinea – non vanno confusi il turismo accessibile e quello sostenibile: se quest’ultimo, infatti, è quello attento al consumo delle risorse ambientali e all’inquinamento di un territorio, il turismo accessibile coinvolge i diritti umani e dovrebbe essere l’elemento centrale di ogni politica di turismo sostenibile e responsabile, oltre ad essere un’eccezionale opportunità commerciale e un vantaggio non solo per le persone con disabilità, ma per tutti»

Perché il mondo del turismo, a parte pochi imprenditori illuminati, fatica ancora a credere nel turismo accessibile? La domanda fondamentale da porsi è questa, nonostante le piccole, grandi conquiste di questi ultimi vent’anni.

Proviamo a partire da alcuni “macro-temi”. Il 28 maggio scorso l’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) – agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento delle politiche turistiche e che promuove lo sviluppo di un turismo responsabile e sostenibile – ha pubblicato le proprie Linee Guida per far ripartire il turismo post-coronavirus.
In esse ci si sofferma sostanzialmente su sette puntigarantire liquidità economica e proteggere i lavori; recuperare fiducia attraverso la sicurezza; favorire la collaborazione tra settore pubblico e settore privato per un’efficiente riapertura; aprire i confini con responsabilità; armonizzare e coordinare i protocolli e le procedure di sicurezza; conferire valore aggiunto ai lavori svolti all’insegna delle nuove tecnologie; basare le proprie azioni sui concetti di innovazione e sostenibilità.
Ebbene, a un’attenta lettura del documento, si rileva che esso, purtroppo, non spende una sola parola in più a favore dell’accessibilità e dell’inclusione. Si parla infatti sempre di sostenibilità e innovazione, ma le parole accessibilità inclusione non compaiono una sola volta in un testo che tra l’altro è stato reso pubblico in un formato non leggibile da parte di una persona con disabilità visiva.
In realtà, come si accennava, negli ultimi anni il mondo del turismo professionale sta dando sempre più attenzione, anche a livello nazionale, al turismo accessibile, parlandone nei convegni, producendo documenti e istituendo anche un premio per i Paesi maggiormente impegnati in questo àmbito. E tuttavia, nel passaggio dalle dichiarazioni di principio ai fatti, manca sempre la parte pratica e applicativa, cosicché alla prima occasione in cui a livello mondiale si poteva parlare universalmente di accessibilità l’occasione è stata persa.

Ma perché il turismo accessibile va considerato come un’innovazione? Perché esso racchiude in sé più di un elemento di estremo valore.
Facciamo riferimento, ad esempio, ai 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile presenti nell’Agenda ONU 2030 e vediamo in quali di essi si parla espressamente di inclusione:
– Obiettivo n. 4: Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva e opportunità di apprendimento per tutti.
– Obiettivo n. 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti.
– Obiettivo n. 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.
– Obiettivo n. 16: Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli.

In ognuno di questi Obiettivi si parla espressamente di “inclusione” e per quanto riguarda il turismo accessibile, sicuramente ci sentiamo a nostro agio con l’Obiettivo n. 11, senza però escludere tutti gli altri.
L’approccio che viene proposto, però, è sempre quello dell’etica, mentre io vorrei tentare di spostare lo sguardo dall’Etica (pur con la E maiuscola) al Business (Business Travel), così come viene descritto, ad esempio, da Taleb Rifai, segretario generale UNWTO.
«L’accessibilità – ha dichiarato infatti – è un elemento centrale per qualsiasi politica di turismo responsabile e sostenibile. È un imperativo in àmbito di diritti umani, ma anche un’eccezionale opportunità commerciale. Soprattutto bisogna capire che il turismo accessibile non giova solo alle persone con disabilità o in generale con bisogni speciali, ma è un vantaggio per tutti noi».

Pubblicando alla fine dello scorso anno la sua graduatoria sui principali trend commerciali per il 2020, l’organizzazione Euromonitor International ha inserito al quarto posto proprio l’inclusione per tutti, con la seguente motivazione: «Le disabilità si presentano in una miriade di forme e le persone hanno spesso esigenze specifiche per poter affrontare la vita di tutti i giorni. Le aziende, nei loro modelli di business, tendono ad evitare di prestare attenzione a quello che richiedono questi clienti, ma dovrebbero prestar loro più attenzione, perché essi esprimono esigenze più complesse. Invece le aziende che comprendono le esigenze di questi consumatori, mettendo la comunità delle persone con disabilità al centro dello sviluppo dei loro prodotti, sono più attente all’ascolto di tutti i clienti e creano prodotti per tutti. La diversità diventerà una misura della pertinenza di un Marchio e Inclusive for All sarà la nuova norma».

A questo possiamo aggiungere alcuni dati.
Nel 2019 il 18% della popolazione mondiale aveva più di 65 anni (701,5 milioni di persone), mentre 676 milioni di bambini e bambine avevano meno di 4 anni, tendenze in crescita. In Europa si stima che nel 2030 saranno il 33% le persone con più di 65 anni.
Sono circa un miliardo le persone con una qualche forma di disabilità.
Vi sono poi tutte le persone con disabilità temporanee dovute a incidenti, interventi chirurgici o altro.
Molte persone, infine, hanno disabilità cosiddette “invisibili”.

Restando al nostro Paese, ci sono imprenditori, come Marco Maggia, proprietario dell’Ermitage Bel Air Medical Hotel di Abano Terme (Padova), che segnalano questo: «Negli ultimi tre anni l’incidenza nei ricavi del segmento Turismo Accessibile è passata dal 5% al 25% e l’aumento complessivo è stato del 20% nel triennio. La permanenza media in hotel di questi clienti è del doppio rispetto agli altri ospiti, con una disponibilità all’acquisto di servizi superiore del 30%.».
Dal canto suo, Gianfranco Vitali, proprietario dell’Holiday Village Florenz di Comacchio (Ferrara) sottolinea che «l’incidenza dei ricavi nel segmento del Turismo Accessibile è pari all’11%, con un aumento, nell’ultimo quinquennio, dell’8,5% annuo».
Né si può dimenticare che vi sono interi territori i quali hanno scelto di diventare Destination4All (“destinazione per tutti”), come la località di Bibione (Venezia), dove l’Organizzazione di Gestione della Destinazione Turistica (DMO di Bibione e San Michele al Tagliamento) ha deciso di investire in un progetto pluriennale finalizzato ad acquisire le conoscenze e le competenze sul turismo accessibile, da parte di imprenditori e collaboratori del sistema della ristorazione e del commercio, nonché del sistema dei trasporti intermodali e di coloro che creano i prodotti turistici [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

A questo punto torniamo alla nostra domanda iniziale: perché il mondo del turismo, a parte pochi imprenditori illuminati, fatica a credere nel turismo accessibile?
Abbiamo visto più volte Bandi Europei o Ministeriali (Tax Credit), Bandi Camerali ecc., voluti per incentivare l’accessibilità, andare letteralmente deserti, nonostante la disponibilità di risorse economiche, mentre tutti si “mettono in fila” per ricevere contributi destinati alla sostenibilità.
La sostenibilità, questa parola magica che muove milioni di persone, ma non sempre con le giuste intenzioni. Pensiamo semplicemente al greenwashing, ovvero a quella strategia di comunicazione volta a sostenere e valorizzare la reputazione ambientale di un’impresa tramite un uso disinvolto di richiami all’ambiente nella comunicazione istituzionale e di prodotto, non supportato, però, da risultati reali e credibili sul fronte del miglioramento dei processi produttivi adottati o dei prodotti realizzati. A tal proposito, quante sono le etichette e i riconoscimenti che vengono dati basandosi sulla sola autocertificazione, senza che poi nessuno controlli la veridicità di quanto viene affermato? In alcuni casi estremi, si arriva a promuovere la semplice sostituzione di qualche lampadina, di qualche pannello solare o l’installazione di cestini per i rifiuti colorati…
Ogni rispetto, naturalmente, va alla parte ambientale della sostenibilità, ma ben pochi sono quelli che arrivano fino alla parte dell’accessibilità e dell’inclusione.
Non facciamo quindi confusione tra turismo accessibile e turismo sostenibile: se quest’ultimo, infatti, è quello attento al consumo delle risorse ambientali e all’inquinamento di un territorio, il turismo accessibile coinvolge i diritti umani e dovrebbe essere l’elemento centrale di ogni politica di turismo sostenibile e responsabile, come sottolineato dal citato Taleb Rifai.

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INPS comunica: benefici invalidità civile e handicap anche con verbali scaduti e soggetti a revisione

Fonte www.disabili.com – L’INPS precisa che i benefici si conservano anche a verbale scaduto, fino a prossima visita di revisione invalidità.

Dopo la sospensione, a causa delle emergenza pandemica da Covid19, delle attività dei Centri medico legali dell’Inps per le visite di primo accertamento e di revisione dell’invalidità civile, cecità civile, sordità, handicap e disabilità, dal 22 giugno sono riprese le attività di verifica

In particolare, l’INPS fa sapere in un comunicato stampa che le visite di revisione già calendarizzate durante i mesi di sospensione dell’attività saranno recuperate nei mesi a venire, secondo un calendario parametrato in base alle nuove norme di sicurezza.

Nel frattempo, l’Istituto ricorda che chi è in possesso di verbali scaduti e in attesa di rivedibilità mantiene i benefici acquisiti. Lo prevede la legge 114/2014 “nelle more dell’effettuazione delle eventuali visite di revisione e del relativo iter di verifica, i minorati civili e le persone con handicap in possesso di verbali in cui sia prevista rivedibilità conservano tutti i diritti acquisiti in materia di benefìci, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura” (articolo 25, comma 6bis).
Fino all’avvenuta conclusione dell’accertamento sanitario, pertanto, anche i soggetti in possesso di un verbale con visita di revisione scaduta mantengono tutti i benefici e le agevolazioni di cui hanno usufruito fino a quel momento.

L’INPS precisa inoltre che, laddove necessario, le sedi Inps possono rilasciare una dichiarazione che riconosce la validità del verbale sanitario scaduto, nelle more della convocazione a visita

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Linee guida per il rientro a scuola: cosa si prevede per gli alunni con disabilità e altri BES?

Fonte www.disabili.com – Tra luci ed ombre si prova a pianificare il non facile rientro a scuola a settembre. Il MIUR, sentito il parere del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) propone delle linee guida per la riapertura

Il 26 giugno il MIUR ha pubblicato il Piano scuola 2020-2021, vale a dire il documento di pianificazione per il rientro in classe nel prossimo anno scolastico.

Nella premessa di tale documento possiamo leggere che nel mese di settembre 2020, le attività scolastiche riprenderanno su tutto il territorio nazionale in presenza nel rispetto delle indicazioni finalizzate alla prevenzione del contagio contenute nel Documento tecnico, elaborato dal Comitato tecnico scientifico (CTS) istituito presso il Dipartimento della Protezione civile.
La ripresa delle attività deve essere effettuata in un complesso equilibrio tra sicurezza, in termini di contenimento del rischio di contagio, benessere socio emotivo di studenti e lavoratori della scuola, qualità dei contesti e dei processi di apprendimento e rispetto dei diritti costituzionali alla salute e all’istruzione. Centrale, pertanto, sarà il ruolo delle singole scuole, accompagnate dall’Amministrazione centrale e periferica e dagli Enti Locali, nel tradurre le indicazioni nello specifico contesto di azione, al fine di definire soluzioni concrete e realizzabili.
In ciascuna Regione l’organizzazione dell’avvio dell’anno scolastico sarà articolata, in primo luogo, con la istituzione di appositi Tavoli regionali operativi, insediati presso gli Uffici Scolastici Regionali del Ministero dell’Istruzione. Compito dei Tavoli regionali, attraverso un confronto costante, sarà quello di monitorare le azioni poste in essere dalle Conferenze dei servizi a livello territoriale e dai diversi attori coinvolti nell’organizzazione delle attività scolastiche. Inoltre, a livello provinciale, metropolitano e/o comunale, si organizzeranno apposite Conferenze dei servizi, su iniziativa dell’Ente locale competente, con il coinvolgimento dei dirigenti scolastici, finalizzate ad analizzare le criticità. Tutti gli interventi straordinari che si rendessero necessari per assicurare la soluzione di criticità emerse in vista dell’avvio dell’anno scolastico, e che non siano già previsti, dovranno trovare adeguata copertura finanziaria.

Per ciò che concerne le misure contenitive, organizzative e di prevenzione e protezione da attuare nelle singole istituzioni scolastiche per la ripartenza, si fa esclusivo rinvio al Documento tecnico del CTS del 28 maggio 2020 e ai successivi aggiornamenti, allegati alle linee guida. In esso, in particolare, si prevede che il distanziamento fisico (inteso come 1 metro fra le rime buccali degli alunni), rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione. Il CTS, almeno 2 settimane prima dell’inizio dell’anno scolastico, aggiornerà, in considerazione del quadro epidemiologico, le proprie indicazioni in merito all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale per gli alunni e per gli insegnanti.

Il documento si sofferma poi sulla valorizzazione delle forme di flessibilità derivanti dall’Autonomia scolastica, arrivando a prevedere eventuale riconfigurazione del gruppo classe in più gruppi di apprendimentoarticolazione modulare di gruppi di alunni, frequenza scolastica in turni differenziati, fruizione per gli studenti, opportunamente pianificata, di attività didattica in presenza e, in via complementare, di didattica digitale integrataaggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari o una diversa modulazione settimanale del tempo scuola.

Prosegue poi concentrandosi sulla sussidiarietà e corresponsabilità educativa, sul ruolo delle comunità territoriali per la ripresa delle attività scolastiche.

In merito alla disabilità e all’inclusione scolastica, nelle linee guida possiamo leggere che priorità irrinunciabile sarà quella di garantire, adottando tutte le misure organizzative ordinarie e straordinarie possibili, sentite le famiglie e le associazioni per le persone con disabilità, la presenza quotidiana a scuola degli alunni con Bisogni educativi speciali, in particolar modo di quelli con disabilità, in una dimensione inclusiva vera e partecipata. Per alcune tipologie di disabilità sarà opportuno studiare accomodamenti ragionevoli, sempre nel rispetto delle specifiche indicazioni del Documento tecnico del CTS, di seguito riportate: “Nel rispetto delle indicazioni sul distanziamento fisico, la gestione degli alunni con disabilità certificata dovrà essere pianificata anche in riferimento alla numerosità, alla tipologia di disabilità, alle risorse professionali specificatamente dedicate, garantendo in via prioritaria la didattica in presenza… Non sono soggetti all’obbligo di utilizzo della mascherina gli studenti con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina. Per l’assistenza di studenti con disabilità certificata, non essendo sempre possibile garantire il distanziamento fisico dallo studente, potrà essere previsto per il personale l’utilizzo di ulteriori dispositivi. Nello specifico in questi casi il lavoratore potrà usare unitamente alla mascherina chirurgica, fatto salvo i casi sopra menzionati, guanti in nitrile e dispositivi di protezione per occhi, viso e mucose. Nell’applicazione delle misure di prevenzione e protezione si dovrà necessariamente tener conto delle diverse disabilità presenti”.

Molti sono ancora gli aspetti affrontati dal documento, tra cui le indicazioni per la scuola in ospedale e per l’istruzione domiciliare. Di essi ci occuperemo nei prossimi giorni.