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Si può fare molto contro gli “impostori” dei parcheggi

Fonte www.superando.it Priorità nel controllo dei parcheggi riservati alle persone con disabilità, rafforzamento del servizio di rimozione dei veicoli “in difetto”, norme uniformi per tutti i Comuni: sono solo alcune delle proposte contenute in una lettera inviata al Presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) dai componenti del Gruppo di Facebook “Fotografa l’impostore”, nato per documentare e combattere il triste fenomeno di chi occupa abusivamente i parcheggi riservati alle persone con disabilità

«Oggi siamo 2.478 membri e abbiamo ricevuto ben 2.649 foto di auto di persone che non hanno diritto a parcheggiare sui posti riservati ai disabili. Le scriviamo quindi questa lettera nella speranza che possa intervenire in tutti i Comuni italiani con un comunicato relativo agli “impostori” che parcheggiano sugli stalli per disabili senza averne diritto».
Inizia così la lettera inviata a Piero Fassino, presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), dai promotori del Gruppo di Facebook significativamente denominato
Fotografa l’impostore, avviato nel novembre dello scorso anno. In essa si chiedono «alcuni interventi che possono trovare applicazione assai velocemente e a costo zero» ed è con vero piacere che qui di seguito pubblichiamo i contenuti di tali proposte in versione pressoché integrale. (S.B.)

«Crediamo che agli Amministratori Comunali si possano chiedere alcuni interventi che trovino applicazione assai velocemente e a costo zero:
1) L’ordine di servizio ai vigili: priorità nel controllo dei posti riservati alle persone con disabilità e delle situazioni che generano grave intralcio al traffico pedonale. Alcuni Sindaci l’hanno già fatto (purtroppo sono pochi).
Chiediamo inoltre che si estenda agli ausiliari del traffico, che sono molti in ogni città, la possibilità di elevare contravvenzioni a chi occupa abusivamente i parcheggi per disabili senza averne diritto, anche nei supermercati e nei centri commerciali, siano essi aree private ad uso pubblico, dove vige l’applicazione del Codice della Strada, sia in quelli classificati come aree private e quindi dove le Forze dell’Ordine non possono intervenire per far rispettare le leggi.
Se poi lo si vuole, si può presentare un emendamento per modificare gli assurdi regolamenti presenti nei centri commerciali, ove regna un’anarchia assoluta sulla pelle dei disabili, che non trovano mai un posto libero per l’auto.
E ancora, una menzione particolare va riservata a ciò che riguarda i posti per disabili dati in concessione al singolo portatore di handicap nei pressi della propria residenza: abbiamo infatti più volte riscontrato che questi stalli, oltre ad essere occupati da “impostori”, vengono utilizzati anche da persone con disabilità che non notano il numero di concessione riservato personale, scritto sul cartello verticale. Qui si potrebbe pensare di fare scrivere anche sul pavimento stradale una R (RISERVATO), con il numero di concessione, per far notare meglio l’occupazione indebita. Esistono infatti altri modi per non fare occupare tali posti (barriere o blocchi), ma molto più onerosi, e crediamo che con una semplice verniciatura di alcuni numeri e lettere sul manto stradale si possano già ottenere dei risultati.

2) Chiediamo un rafforzamento del servizio di rimozione delle auto dei cosiddetti “impostori”, con estensione anche alle ore notturne – magari a periodi – e attivabile anche da altre forze pubbliche del territorio (che il carro attrezzi convenzionato con il Comune possa cioè essere attivato anche da Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza o altri corpi).
Un argomento interessante per i Comuni è che questo genere di servizio non genera costi, ma semmai produce introiti. E alla rimozione notturna o festiva si può anche applicare un sovrapprezzo.
Alcune esperienze ci insegnano del resto che se il servizio di controllo è efficace e veloce, le segnalazioni fatte dai cittadini alle Forze dell’Ordine possono essere effettuate usando la tecnologia disponibile, dal cellulare allo smartphone. Per fare questo si potrebbe attribuire un numero a ciascun parcheggio, utile alla segnalazione a un numero telefonico unico comunale e si potrebbe anche usare un cartello verticale di rinforzo accanto o nello stesso posto per disabili, con una dicitura tipo: “Potete segnalare l’occupazione abusiva di questo parcheggio telefonando al numero…”.
A parte l’effetto deterrente, il sistema funzionerebbe se effettivamente la Polizia Municipale o chi per essa uscisse velocemente, elevasse la contravvenzione (consentendo così al Comune di guadagnare 84 euro) e procedesse alla rimozione. A dire il vero, l’attuale sanzione pare essere poco deterrente, dal punto di vista dell’importo e anche per i soli due punti sulla patente persi dal trasgressore. Il nostro gruppo propone quindi di inserire un emendamento in Commissione al Senato, dove si sta modificando e discutendo il nuovo Codice della Strada (Disegno di Legge 1638, Delega al Governo per la riforma del Codice della Strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285).

3) Abbiamo riscontrato che ogni Comune italiano detta le sue regole in tema di parcheggi. Se cioè i posti per disabili sono esauriti perché già occupati, si è costretti a parcheggiare negli stalli delimitati dalle strisce blu. In alcuni Comuni il disabile deve pagare il parcheggio, mentre nella maggior parte no. Perché esistono queste eccezioni per far cassa con i disabili? È possibile uniformare questa regola?
Ogniqualvolta una persona con disabilità deve andare in una città che non conosce, deve informarsi sul Regolamento Comunale in vigore sui parcheggi, sulle Zone a Traffico Limitato (ZTL) e sui modi di accesso ad esse. Anziché ostacolarli, gli spostamenti di chi ha già difficoltà motorie andrebbero agevolati, uniformando appunto la normativa a livello nazionale.

4) Ultimo punto: segnaliamo che in molti stabilimenti balneari italiani avvengono continue violazioni dei posti auto riservati alle persone con disabilità, come ci è stato comunicato dalla FIBA (Federazione Italiana Imprese Balneari) Confesercenti. Anche qui crediamo che di soluzioni se ne possono trovare, anche a costo zero e oltretutto producendo introiti per le esangui casse comunali».

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E PER LA SANITÀ SONO ANCORA TAGLI!

Fonte www.superando.it – «La si può raccontare come si vuole, ma non è vero che ci saranno più soldi per il Servizio Sanitario Nazionale e per il Diritto alla Salute, perché il saldo sarà decisamente negativo. Infatti, se da una parte sono previsti per gli anni 2015-2018 due miliardi e 600.000 euro per l’edilizia sanitaria, indennizzi per le persone danneggiate da sangue infetto e per i farmaci innovativi, dall’altra si approva l’ennesimo taglio, su richiesta delle Regioni, di circa 5 miliardi di euro al Fondo Sanitario Nazionale nei soli due anni 2015 e 2016». Lo dichiara in in una nota Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva, commentando i contenuti del Documento di Economia e Finanza (DEF), varato il 10 aprile scorso dal Consiglio dei Ministri.

«Pertanto – puntualizza ancora Aceti – quest’anno ci saranno ancora meno risorse, in termini assoluti, rispetto al 2014 e l’impatto del taglio colpirà ancora una volta l’accessibilità, la qualità e la sicurezza delle cure. Attualmente, lo ricordiamo, sono solo dieci le Regioni che riescono ad adempiere ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e anche alla luce di questo dato, la scelta fatta con il Documento di Economia e Finanza va nella direzione opposta rispetto ai bisogni dei cittadini, che si scontrano invece ogni giorno con liste di attesa lunghissime, ticket elevati, assistenza territoriale non in grado di rispondere ai bisogni e ospedali sempre più razionati, fino all’inaccessibilità alle terapie innovative, come accade ad esempio nel caso dell’epatite C».

«Per tutto ciò – conclude il coordinatore del Tribunale per i Diritti del Malato – in questo 2015 in cui ricorrono i trentacinque anni dalla fondazione della nostra organizzazione, abbiamo deciso di lanciare una campagna di mobilitazione nazionale per la protezione e il rilancio del Diritto alla Salute dei cittadini e del Servizio Sanitario Pubblico».

Tale campagna, va detto, si chiamerà La mia salute è un bene, avrà carattere itinerante ed è stata presentata in questa mattinata di giovedì 16 aprile a Roma, durante una conferenza stampa moderata da Cesare Fassari, direttore di «Quotidiano Sanità.it», cui hanno partecipato tra gli altri, insieme al citato Tonino Aceti, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, Pier Paolo Vargiu, presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera, Lucia Borsellino, assessore alla Salute della Regione Sicilia e qui in rappresentanza della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, e l’amministratore delegato di AbbVie, azienda partner dell’iniziativa, Fabrizio Greco.

Per ulteriori informazioni

stampa@cittadinanzattiva.it

Per approfondire

Leggi il comunicato stampa del Forum Terzo Settore sul Def

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GITE SCOLASTICHE E USCITE DIDATTICHE

Fonte www.disabili.com – E’ primavera, è tempo di gite scolastiche. Gli alunni aspettano con entusiasmo e fermento, non vedono l’ora che arrivino queste eccezionali occasioni di crescita formativa, culturale e sociale. I docenti lamentano sempre più spesso le condizioni in cui si trovano ad accompagnare gli allievi: senza più alcun riconoscimento economico per le ore di eccedenza, con un carico di responsabilità enorme, esposti al rischio perché non tutelati dalle norme in caso di accidentale sinistro. Eppure ogni anno, nonostante le crescenti perplessità, dimentichi delle loro stesse incertezze, continuano con gioia ad accompagnare gli studenti nella visita alle città d’arte, ai musei o monumenti sparsi ovunque nel nostro meraviglioso Paese o all’estero. A volte questa prospettiva lieta viene oscurata da tristi vicende di cronaca, che parlano di esclusione, discriminazione, disattenzione nella pianificazione dei viaggi d’istruzione e se tali mancanze riguardano gli allievi con disabilità suscitano particolare sdegno ed incredulità.

Si legge sui giornali di alunni con disabilità cui l’uscita non viene proposta, che vengono lasciati a casa se il docente di sostegno o l’assistente non partecipa. Si legge di genitori che subentrano, che devono accollarsi le spese del viaggio. E’ davvero poco edificante. Non è però sempre così ed anzi, nella maggior parte dei casi le uscite didattiche vengono organizzate in maniera molto attenta e scrupolosa, in modo da consentire la reale partecipazione di tutti. Se accade questo si procede nel giusto, nel diritto ed il termine inclusione prende colore, animandosi di significato.

Ci fa piacere perciò oggi richiamare le esperienze di segno opposto, di inclusione.

Le uscite didattiche ed i viaggi d’istruzione, infatti, come specificato nella nota del MIUR n. 645/02, rappresentano un’opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno e per l’attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente con disabilità.

STORIE DI BUONE PRASSI – Una mamma racconta soddisfatta che il Circolo velico di Policoro offre l’ingresso gratuito all’accompagnatore, nonché personale della struttura formato anche sui temi della disabilità. Considerazioni positive vengono anche riportate sull’esperienza di scuola-natura organizzata dal comune di Milano e su quella di tante scuole che si sanno organizzare per consentire la partecipazione di tutti. Non mancano nemmeno docenti battaglieri, che selezionano i posti da visitare in maniera puntuale e precisa, che obiettano con voce ferma se emergono condizioni di possibili esclusioni, che scomodano gli assessori, i comuni o le aziende che gestiscono il trasporto scolastico se si fa fatica a trovare un pullman con pedana. Con le leggi alla mano, che sono chiarissime in merito: nessuno dev’essere escluso. Sono i professionisti della scuola e possono fare la differenza, pretendendo ciò che spetta a tutti, supportando le famiglie, chiedendo nient’altro che l’esercizio di diritti sanciti fin dalla Costituzione.

Come poter assicurare il diritto alla partecipazione di ogni allievo? In base alle leggi sull’autonomia sono oggi le scuole a decidere i criteri delle uscite didattiche e dei viaggi d’istruzione, come indicato dalla nota del MIUR n. 2209/12. Poiché però le scuole devono garantire la partecipazione di tutti, esse, nel decidere i luoghi da visitare, le strutture dove soggiornare o i mezzi di trasporto da utilizzare, devono preventivamente domandarsi se siano compatibili con la condizione di disabilità di alcuni alunni, pianificando gli adeguamenti necessari ad evitare che la disabilità costituisca motivo di esclusione. Dev’essere inoltre garantita la presenza di un docente in più e quella dell’assistente, se previsto; può essere consentita quella di un familiare, ma la scuola non può subordinare il diritto di partecipazione alla presenza di quest’ultimo.

Le spese di viaggio dell’accompagnatore, inoltre, devono essere a carico della comunità scolastica. Come sottolinea S. Nocera, infatti, se fossero addebitate alla famiglia, ci troveremmo di fronte a discriminazione, perseguibile in base alla L. 67/06.

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DOVRÀ CAMBIARE DI MOLTO, QUEL DECRETO SULL’ISEE

Fonte www.superando.it«Ci auguriamo che gli interventi correttivi dell’ISEE non si limitino al mero accoglimento delle Sentenze del TAR Lazio e alla loro razionalizzazione, ma che riprendano anche le indicazioni a suo tempo espresse e rimaste inevase, quali, ad esempio, la considerazione, magari in termini di maggiorazioni nelle scale di equivalenza, del peso del lavoro dei caregiver [assistenti di cura, N.d.R.], oppure una, ancora maggiore, riguardante la reale spesa derivante dalla condizione di disabilità che, come andiamo ripetendo da anni, è uno dei principali elementi di impoverimento. Da non dimenticare nemmeno l’importanza di elementi che rendano più stringente l’omogeneità applicativa nelle diverse Regioni e territori».

Così Vincenzo Falabella, presidente della FISH* (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), commenta la comunicazione ricevuta da Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, in risposta a un’interrogazione della stessa FISH, che aveva appunto richiesto informazioni circa l’orientamento ministeriale, dopo che nel febbraio scorso – come ampiamente riferitoil Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio aveva accolto, pur parzialmente, tre ricorsi presentati contro il Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) 159/13 e cioè il Regolamento concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE), ciò che riguarda milioni di cittadini italiani, in quanto l’ISEE stesso viene richiesto per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate, ovvero a tutti i servizi o gli aiuti economici rivolti a situazioni di bisogno o necessità.

In sostanza, il TAR aveva riconosciuto che le provvidenze di natura assistenziale (pensioni, assegni, indennità per minorazioni civili, assegni sociali, indennità per invalidità sul lavoro, assegni di cura, contributi vita indipendente ecc.) non dovrebbero essere conteggiate nell’Indicatore della Situazione Reddituale (l’ISR, una delle componenti dell’ISEE) e che non sono ammissibili differenziazioni di franchigia fra minori e maggiorenni.

Questa, dunque, la risposta del Ministro alla richiesta di chiarimento pervenuta dalla FISH: «Il Governo sta predisponendo il ricorso al Consiglio di Stato, previa richiesta di sospensiva, avverso le sentenze del TAR Lazio n. 2454/2015, n. 2458/2015 e n. 2459/2015».

«La notizia – si sottolinea della FISH – era ampiamente prevedibile, visto il generale disorientamento anche applicativo. Ora si attende dunque la decisione del Consiglio di Stato riguardo alla richiesta di sospensiva delle tre Sentenze e, successivamente, il Parere dello stesso».

Nel frattempo, va segnalato anche che il 2 aprile scorso il ministro Poletti ha incontrato le rappresentanze della FISH, della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità) e delle organizzazioni sindacali, per confrontarsi su questo e altri temi.

In tale occasione, oltre ad anticipare ciò che è poi stato formalizzato nella risposta alla FISH, Poletti ha espresso anche l’intenzione di attivare il più rapidamente possibile il tavolo di monitoraggio previsto dal DPCM 159/13 e di affidare allo stesso anche la valutazione di ipotesi correttive dello strumento.

*Cui Anffas Onlus aderisce

Per ulteriori informazioni e approfondimenti

ufficiostampa@fishonlus.it

Leggi l’intervista al presidente nazionale di Anffas Onlus cliccando qui

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AUTISMO E ACCERTAMENTI

Fonte www.HandyLex.org – In poco meno di un anno l’INPS, ed in particolare il Coordinamento Generale Medico Legale, è intervenuto tre volte sul tema dell’accertamento dell’invalidità civile e dell’handicap (legge 104/1992) per le persone con autismo.

La produzione di altrettante indicazioni nasce da un lato dalla effettiva difficoltà e dall’attuale inadeguatezza valutativa di una condizione patologica molto diversificata e dall’altra dall’azione propositiva di alcune associazioni di famiglie di persone con autismo. L’assieme delle tre elaborazioni è certamente interessante sotto il profilo della valutazione medico-legale, ma conserva alcuni non indifferenti coni d’ombra applicativi.

Per leggere l’articolo integrale clicca qui

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ANCHE I LAVORATORI CON DISABILITÀ HANNO DIRITTO ALLE FERIE

Fonte www.personaedanno.it – Con sentenza 26 marzo 2015, C-316/13, la Corte europea di giustizia si è pronunciata sul rapporto intercorrente tra una persona con disabilità impiegata in un centro di inserimento lavorativo (in Francia) e il centro medesimo. In Francia, i centri di aiuto attraverso il lavoro (centres d’aide par le travail: “CAT”) erano strutture di accoglienza di persone con disabilità di tipo medico‑sociale prive di scopo di lucro, la cui funzione era descritta all’articolo L. 344‑2 del code de l’action sociale et des familles (codice dell’azione sociale e delle famiglie). Tali centri si proponevano di accogliere gli adolescenti e gli adulti con disabilità che non possono, temporaneamente o permanentemente, lavorare nelle normali imprese né in un laboratorio protetto o per conto di un centro di distribuzione di lavoro a domicilio, né esercitare un’attività professionale indipendente. Detti CAT offrivano la possibilità di svolgere diverse attività di carattere professionale, un sostegno medico-sociale ed educativo e un ambiente di vita tale da favorirne lo sviluppo personale e l’integrazione sociale. L’apertura di tali centri era soggetta ad autorizzazione, sotto il controllo dello Stato.

La persona con disabilità, la cui capacità lavorativa doveva essere, in linea di principio, inferiore a un terzo della capacità normale, era ammessa in un CAT su decisione di una commissione. Tale persona si vedeva versare un reddito garantito proveniente dal suo lavoro senza che, tuttavia, il calcolo della retribuzione fosse basato sul numero di ore lavorate. Tale reddito garantito era ciononostante reputato espressamente una «retribuzione» del lavoro ai sensi dell’articolo L. 242‑1 del code de la sécurité sociale (codice della previdenza sociale) . Per contro, le sole disposizioni del codice del lavoro francese applicabili alle persone disabili soggiornanti in un CAT erano quelle relative all’igiene e alla sicurezza sul lavoro.

A partire dal 2002, i CAT sono stati sostituiti da istituti e servizi di aiuto tramite il lavoro (ESAT), ma i centri già esistenti hanno conservato la loro denominazione di CAT. La Repubblica francese ne conta attualmente quasi 1 400, i quali accolgono più di 110 000 persone. Il contesto normativo della loro azione è stato definito in maniera un po’ più specifica nel 2007, restando tuttavia sostanzialmente lo stesso.

Tali CAT pagano oneri sociali sulle retribuzioni versate alle persone disabili e su tali retribuzioni vengono prelevati contributi per l’assicurazione malattia, l’assicurazione per la pensione di vecchiaia e la formazione professionale. Per contro, poiché nel diritto francese esse non sono considerate dipendenti, e poiché i direttori dei CAT non possono licenziarle, le persone disabili che soggiornano nei CAT non contribuiscono all’assicurazione contro la disoccupazione. Prima del 2007, nessuna disposizione prevedeva il diritto alle ferie annuali retribuite per le persone che soggiornano in un CAT; suddetto diritto dipendeva dunque dalla buona volontà di ciascun CAT. A partire dal 1° gennaio 2007, l’articolo R. 243‑11 del codice dell’azione sociale e delle famiglie prevede espressamente il diritto alle ferie annuali retribuite delle persone con disabilità che soggiornano in un ESAT.

In questo quadro normativo, si colloca la causa sottoposta al vaglio della Corte UE. Già l’avvocato generale nelle proprie conclusioni presentate il 12 giugno 2014 aveva sottolineato che, in particolare alla luce dell’art. 31, par. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, una persona ammessa in un centro di aiuto attraverso il lavoro può, in linea di principio, può essere qualificata alla stregua di un “lavoratore”. Conseguentemente, in quanto lavoratore, alla persona con disabilità può spettare il riconoscimento dell’indennità per ferie. I giudici di Lussemburgo hanno confermato le conclusioni dell’avvocato generale ribadendo che:

1. la persona con disabilità svolgeva la propria attività sotto la direzione della struttura non profit risultando così evidente che essa era inquadrato nella struttura organizzativa ed aveva ottenuto una remunerazione anche se al di sotto del salario minimo garantito in Francia;

2. tale condizione non vale ad escludere che la persona con disabilità sia riconducibile alla qualificazione di “lavoratore”;

3. la produttività più o meno elevata, l’origine delle risorse che consentono di concedere una remunerazione o il suo carattere limitato non possono essere considerati elementi in grado di incidere sulla qualificazione di lavoratore;

4. anche se si tratta di attività riservate a talune categorie di persone (nel caso di specie persone con disabilità) esse non rivestono un carattere di marginalità o accessorietà e presentano un certo livello di utilità economica;

5. l’organizzazione non profit remunera solo le persone abili al lavoro chiamate poi a svolgere specifiche attività all’interno del centro gestito dall’organizzazione medesima. A ciò si aggiunga, soprattutto per la portata incidente sul livelli essenziali delle prestazioni implicate nel caso in esame, che la Corte UE ha inteso riconoscere una specifica valenza cogente alle previsioni dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Benché quest’ultima non possa essere invocata nel caso di specie in quanto ratione temporis quest’ultimo è precedente all’entrata in vigore della Carta, i giudici lussemburghesi hanno richiamato la nozione di lavoratore in essa contenuta. Infine, la Corte indica al giudice nazionale la modalità con cui procedere all’applicazione del diritto dell’Unione considerando che, nei casi in cui il diritto nazionale non può essere interpretato in modo conforme al diritto dell’Unione e, quindi, nel caso di specie, all’art. 7 della direttiva 2003/88/CE, la norma non può essere applicata in una controversia tra privati.

Da ciò consegue che al ricorrente è riconosciuto il diritto di agire per vedersi riconosciuto il risarcimento del danno subito a causa della non applicazione del diritto euro unitario da parte dello Stato membro interessato, con la conseguenza di far valere la responsabilità degli Stati membri dinanzi ai giudici nazionali.

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I CAREGIVER: SONO “INOCCUPATI”

Fonte www.corriere.itNiente esonero dal ticket per i caregiver familiari: in quanto «inoccupati» non hanno diritto a questa tutela, mentre i disoccupati sì. A raccontare a Redattore sociale «l’ennesima doccia fredda» è Cristina Sbordoni, che martedì si è recata, come tutti gli anni in questo periodo, alla Asl di Cerveteri per chiedere il rinnovo dell’esenzione.

«Quando ho presentato l’autocertificazione, in cui come sempre dichiaravo di essere inoccupata, mi sono sentita rispondere che l’esenzione non mi spettava, poiché era riservata ai disoccupati». A chi, cioé, un lavoro, magari solo per pochi giorni, magari 30 anni fa, comunque lo ha avuto. «Ma io a 25 anni ho avuto mio figlio, con una gravissima disabilità a causa di un parto problematico. E da allora devo occuparmi solo di lui, sono l’unica affidataria e un lavoro fuori casa, per me, è sempre stato impensabile».

Alla Asl, però, sono stati irremovibili: c’è una normativa regionale, un decreto del Commissario ad acta per il Lazio (n. U00105 del 11/3/2015), che recentemente ha parlato molto chiaro: l’esonero è riservato alle persone senza lavoro e senza reddito, che però abbiano lavorato in passato.

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